L’Australia ha introdotto una delle normative più radicali al mondo sull’uso dei social media. Da oggi, mercoledì 10 dicembre, l’accesso alle piattaforme è vietato ai minori di 16 anni, imponendo alle aziende digitali l’obbligo di verificare l’età degli utenti e bloccare gli account non conformi. Una decisione che ha acceso un vasto dibattito internazionale, tra chi la considera una misura di protezione necessaria e chi teme conseguenze sociali, educative e (ovviamente) di privacy. La legge entrata in vigore, presentata dal primo ministro Laburista Anthony Albanese a settembre 2024, stabilisce che nessun utente sotto i 16 anni può aprire o mantenere un account sui principali social media. La responsabilità dell’applicazione del divieto ricade integralmente sulle piattaforme, che devono introdurre sistemi di verifica dell’età ritenuti ragionevolmente efficaci. Non vengono imposti metodi specifici. Dalla verifica biometrica del volto per stimare l’età, controlli con documenti di riconoscimento, sistemi di intelligenza artificiale o procedure ibride. Al momento, va detto, non sono previste multe per i ragazzi che dovessero tentare di aggirare i controlli (e neanche per le loro famiglie). Le sanzioni colpiscono esclusivamente le piattaforme che non rispettano l’età minima o non mantengono standard di sicurezza adeguati, con multe che possono raggiungere decine di milioni di dollari (per un massimo di 50 milioni).
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L'Australia è il primo Paese a imporre questo divieto
Ebbene sì: l’Australia diventa così il primo Paese a stabilire una soglia legale così elevata per l’accesso ai social, superando modelli che fissano limiti a 13 anni, come quelli diffusi in gran parte degli Stati occidentali. L’obiettivo dichiarato è creare un ambiente digitale in cui i minori siano tutelati da rischi crescenti: cyberbullismo, dipendenza da contenuti, esposizione a immagini inappropriate, manipolazione algoritmica (e l'intelligenza artificiale di certo non aiuta), perdita di privacy e furto di identità. Da questa decisione restano comunque esclusi i servizi usati esclusivamente per finalità scolastiche, professionali o familiari. La decisione nasce da anni di discussione su come i social influenzino il benessere psicologico della Gen Z.
Diversi studi hanno evidenziato connessioni tra uso intensivo delle piattaforme e aumento di ansia, depressione, disturbi del sonno e riduzione dell’autostima, in particolare nelle fasce più giovani. L’esposizione continua all’ideale di perfezione veicolato dai social e la pressione sociale generata da like e commenti vengono ritenuti fattori rilevanti nel deterioramento della salute mentale dei pre-adolescenti. Un altro elemento determinante è sicuramente la vulnerabilità dei minori agli algoritmi di raccomandazione, progettati per massimizzare il tempo trascorso online. Questi sistemi, pensati per gli adulti, possono avere effetti sproporzionati sui ragazzi, che spesso non hanno ancora sviluppato pienamente capacità critiche e autocontrollo. Il governo australiano ha inoltre espresso preoccupazione per la raccolta massiva di dati sui minori, ritenendo inaccettabile che informazioni sensibili vengano profilate a scopi commerciali. Il divieto mira quindi non solo alla protezione psicologica, ma anche alla tutela della privacy di una categoria particolarmente esposta (e, comprensibilmente, a tratti ingenua). La misura è sostenuta anche da una visione educativa: incoraggiare i giovani a sviluppare abilità sociali offline, dedicare più tempo allo sport, alla creatività, allo studio e alle relazioni reali. L’intento è dunque ridurre la dipendenza digitale e riequilibrare l’ecosistema formativo e sociale dei minori.
Le piattaforme bannate (e i primi tentativi di aggirare i controlli)
Le piattaforme social coinvolte sono parecchie (se non la totalità dei social network). Quali? Facebook, Instagram, Threads, TikTok, Snapchat, X, Reddit, Youtube, Twitch (utilizzata per i videogiochi) e Kick (terza piattaforma al mondo per contenuti streaming). Le app al momento accessibili restano Discord, Messenger, Pinterest, Roblox, WhatsApp e YouTube Kids. Secondo un sondaggio proposto dalla rete televisiva australiana Abc, la Gen Z sarebbe scettica circa l'efficacia di questo provvedimento. Su oltre 17mila ragazzi intervistati, per oltre il 72% non funzionerà. Non solo: circa tre quarti degli intervistati ha dichiarato che continuerà a usare i social. Non è un caso infatti che in queste settimane tra le app più scaricate in Australia ci siano app di messaggistica o di condivisione di foto simili a quelle vietate. E allora la domanda appare scontata: abbiamo pensato agli effetti collaterali? C’è il rischio che molti ragazzi cerchino di aggirare i controlli usando identità false, VPN o piattaforme non regolamentate. Se una parte dei minori migrasse verso spazi digitali meno controllati (magari siti anonimi o applicazioni non soggette alle regole nazionali) il risultato potrebbe essere opposto all’obiettivo. Alcuni esperti di diritti digitali sottolineano inoltre che un divieto totale potrebbe limitare l’accesso a comunità di supporto per adolescenti che vivono isolamento geografico o sociale. Per molti giovani, i gruppi online rappresentano riferimenti fondamentali per identità, inclusione, cultura e confronto, soprattutto in situazioni familiari difficili. E infine, inevitabilmente, c’è la questione dell’impatto sulle relazioni. Se gran parte della vita sociale dei coetanei avviene online, escludere alcune fasce d’età potrebbe generare nuove forme di esclusione, discriminazione o disallineamento sociale. Anche sul fronte scolastico è aperta la discussione: pur non essendo strumenti didattici ufficiali, molti social vengono usati (formalmente o informalmente) per scambiarsi materiali, informazioni e aggiornamenti. Non ci resta che attendere gli sviluppi!











