Al MUPA,il Museo del Patriarcato che ActionAid porta alla Fabbrica del Vapore di Milano dal 7 al 21 marzo, c'è una sezione dedicata alla violenza di genere. Tra gli oggetti esposti si vedono due ante di un armadio con impressi i segni di un pugno, c'è un vestito rosso corto, il vestito di «una che se l'è cercata» e c'è la piramide della violenza che va dal catcalling fino al femminicidio. A un certo punto, mentre visitavo le diverse stanze, ho sentito un fischio girandomi di riflesso, ho visto che la ragazza di fianco faceva lo stesso. Si tratta di un audio che scorre in sottofondo e che riproduce i richiami con cui veniamo molestate per strada.
Il MUPA accoglie una sfida, quella di collezionare e mostrare i simboli della cultura patriarcale mettendoci di fronte alle dinamiche di potere e di oppressione sui corpi, rendendole visibili, tangibili, e quindi impossibili da negare. Il museo ci proietta in un futuro in cui la parità di genere è stata ormai raggiunta ma nel 2026 l'oppressione sui corpi femminili continua a venire esercitata nel giorno per giorno, cambiando forma man mano che una donna attraversa le diverse fasi della vita e generando corpi oggettificati, corpi sfruttati, cancellati e violati. In occasione del talk "Corpi sotto controllo" che si è tenuto l'8 marzo alla Fabbrica del Vapore, ne abbiamo parlato con Angela Gennaro, Valentina Tomirotti e Sonia Castelli.
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Corpi come luoghi di oppressione
Da sempre il corpo delle donne è un territorio di poteri e oppressioni. Queste dinamiche agiscono già in giovane età, sulle bambine. Angela Gennaro, giornalista, podcaster e videomaker che collabora con Ansa e diverse altre testate, ha tracciato un quadro del fenomeno delle mutilazioni genitali femminili: «Si parla di 144 milioni di casi in Africa, 80 milioni di casi in Asia, 6 milioni di casi in Medio Oriente, ma non è un fenomeno estraneo all'Europa e alle Americhe con del loro diaspore», ha spiegato. Nonostante l'attivismo e l'agenda 2030 dell'ONU, sono 230 milioni le donne e le ragazze che nel mondo hanno subito una qualche forma di mutilazione. Il dato è del 2024 ed è aumentato di 30 milioni rispetto alla precedente rilevazione di 8 precedenti. «Le mutilazioni genitali riguardano la volontà di decidere come le donne devono o non devono utilizzare il proprio corpo», osserva Gennaro, «al prezzo di un dolore profondo, immediato e che dura per tutto il resto della loro vita».
Focalizzandosi sulle violenze esercitate sui corpi delle bambine (non solo le mutilazioni genitali, ma anche i matrimoni forzati, le gravidanze precoci e la violenza sessuale) risulta chiaro come il potere patriarcale ricerchi un corpo femminile infantile, piccolo, docile, bisognoso e privo di una volontà propria. Questa infantilizzazione diventa particolarmente evidente quando si guarda all’esperienza delle donne con disabilità, come ha spiegato Valentina Tomirotti, giornalista e attivista per i diritti delle persone con disabilità. «L'infantilizzazione di una persona con disabilità significa non considerarla, non rispettarla, privarla del desiderio sessuale, considerarla incapace di autodeterminarsi e continuamente bisognosa». Tomirotti ha parlato di come le donne con disabilità vengano, proprio per questo, escluse dalla prevenzione ginecologica, invisibilizzate quando si discute di violenza di genere e spesso non credute né ascoltate quando gli abusi si verificano in famiglia.
Che forme prende?
L'oppressione sui corpi delle donne, dunque, prende forme diverse: più o meno esplicite, più o meno violente. Spesso viene esercitata anche tramite una negazione della conoscenza del corpo femminile e dei suoi bisogni, basti pensare allo stigma delle mestruazioni e poi, in età più avanzata, a quello della menopausa: i tabù che ancora riguardano l’anatomia e la sessualità femminile cambiano forma. «Le donne attraverso una serie di tabù e stereotipi interiorizzati sono portate a vergognarsi del funzionamento biologico dei loro corpi e in particolare sono portate a provare imbarazzo nei confronti delle mestruazioni», ha spiegato Sonia Castelli, psicologa, psicoterapeuta, formatrice e supervisora, oltre che socia fondatrice di Eva in Rosso, associazione di promozione sociale che si occupa di educazione alla salute mestruale. Castelli ha passato in rassegna le diverse fasi in cui il corpo femminile viene negato e demonizzato, privato dei termini per identificare ciò che sente, sminuito nel dolore (vedi le diagnosi tardive di endometriosi e vulvodinia), romanticizzato (nel caso del parto e dell'allattamento) e silenziato.
Come ha osservato Castelli, però, è proprio a partire dalla conoscenza del corpo, dal rompere il silenzio e smantellare i tabù che è possibile generare un cambiamento culturale. Avere un certo corpo, nella nostra società, può ancora comportare pesanti conseguenze legate all’esclusione e alla violenza, così esistere e far sentire la propria voce diventa una forma di resistenza. Come ha concluso Valentina Tomirotti, «Nel momento in cui occupi uno spazio che non ti ha previsto, stai allargando il confine culturale anche di chi sta attorno».














