Il finale di Bridgeton 3, ormai possiamo dirlo, è un inno alle voci femminili: quelle silenziate e escluse, quelle che vorrebbero emergere, quelle che amplificano e danno spazio ad altre donne. Nell'ultima puntata della terza stagione Penelope fa un discorso in cui rivela la sua identità e inevitabilmente ci riporta alla mente tutte quelle autrici che nel coso della Storia, hanno scritto sotto falso nome o hanno pubblicato senza firmarsi perché il semplice fatto di essere donne impediva loro di raccontare e raccontarsi. «A lungo», diceva Virginia Woolf, «Anonimo è stato una donna».
Lady Whistledown, però, è, alla fine dei conti, un'autrice di pettegolezzi e dunque non poteva mancare un riferimento a quella che viene considerata la forma di comunicazione femminile (e frivola) per eccellenza. «Tutti noi parliamo, spettegoliamo», dice Penelope, «È uno scambio di informazioni e forgia legami, soprattutto per chi tra noi viene a sapere ben poco».
È d'accordo anche Nicola Coughlan, l'attrice che interpreta Penelope, che in una recente intervista ha ribadito «Il gossip è vita», scherzando su quelle persone che si vantano di non essere interessate allo scambio di curiosità e sussurri. Eppure la storia stessa della parola "gossip", è legata ancora una volta al tentativo di silenziare le donne e sminuire ciò che hanno da dire. I discorsi leggeri sulle vicende dei conoscenti, sulle storie d'amore o sulle amicizie, sui legami e i sentimenti, non solo sono stati considerati tradizionalmente "femminili", ma sono stati anche a lungo contrapposti ai discorsi "concreti e importanti" tipici degli uomini, che si occupavano della cosa pubblica. Tutto questo ha radici lontane.
Il termine "gossip", come racconta Silvia Federici nel libro Caccia alle streghe, guerra alle donne, deriva dall'inglese antico ed è formato da "God" come in "godmother" e "godfather" (padrino e madrina) e "sibb" come "sibling", fratello o sorella. Veniva usato per indicare un legame di forte amicizia femminile e, in particolare, per le donne che assistevano una partoriente. Durante il Medioevo, però, le cose sono iniziate a cambiare. «Le amicizie femminili erano uno degli obiettivi della caccia alle streghe», spiega Federici, «Fu in questo contesto che il 'pettegolezzo' si trasformò da parola di amicizia e di affetto in una parola di denigrazione e ridicolo».
Le donne si trovavano sull'uscio a spettegolare, si scambiavano informazioni preziose, creavano legami, si aiutavano a vicenda e monitoravano quello che succedeva nelle case delle vicine e delle amiche. Poi, come spiega Federici, nell’Inghilterra del XVI secolo i pettegolezzi femminili iniziarono a venire duramente repressi. Risale infatti a quell’epoca il cosiddetto “gossip bridle”, uno strumento di tortura che assomigliava a una museruola per punire le donne, spesso levatrici o mediche considerate streghe, che parlavano troppo. Sempre nello stesso periodo, poi, venne emesso anche un editto per vietare i capannelli e le chiacchiere per strada.
«Le donne insieme possono creare problemi agli uomini», scrive Alexander Rysman nel saggio How the 'Gossip' Became a Woman, «Qualsiasi donna che si relaziona con altre donne è soggetta alla stigmatizzazione come "pettegola" e questo perché sviluppare legami sociali al di fuori delle istituzioni di dominio maschile diventa il peccato maggiore». Continuare a parlare, a spettegolare in confidenza, a commentare (ma anche a twittare unendo le voci, proprio come è successo nel #MeToo) può essere una forma di resistenza e fornisce un potere che dobbiamo imparare a usare al meglio e a saper riconoscere, anche quando ci dicono che sono solo sciocchezze.











