Sono a quel punto della gravidanza in cui, ogni volta che mi devo alzare dal divano, nella mia testa risuona la “Cavalcata delle Valchirie”. E non perché in questo periodo mi senta particolarmente battagliera, né tantomeno ispirata ad andare a cavallo. Non desidero neppure invadere la Polonia. La colonna sonora degli sforzi sovrumani che mi sono necessari per recuperare la posizione eretta è evocata da Apocalypse Now, nello specifico da quella scena in cui una mucca imbragata e appesa a un elicottero sorvola la giungla del Vietnam. «Ma sono io!», penso mentre issandomi con poca grazia desidero con tutta me stessa che qualcuno venga a imbragare anche me per portarmi via.

Non che prima fossi un’atleta. Il mio corpo è sempre stato più un supporto funzionale a spostarmi nel mondo che non il proverbiale tempio. Deambulava, digeriva il cibo, sorreggeva la testa, manteneva una forma tutto sommato gradevole alla vista, nonostante il mio scarso impegno in questo senso. Non gli avevo mai chiesto niente di più. Poi ho deciso di riprodurmi. Una faccenda che riguarda le donne dall’alba dei tempi e che ciononostante rimane avvolta da una particolare mistica che sta tra la magia e David Cronenberg: essere incinta è meraviglioso, ma fa anche schifo. Ho provato a tenere un diario di questi nove mesi e rileggendolo ora mi rendo conto che è quasi esclusivamente un bollettino sulle condizioni del mio corpo, iniziato dal giorno in cui mi sono trovata tra le mani un test di gravidanza positivo. Giorno 1: peggior pre-ciclo della mia vita, tette esplose. Giorno 5: ho caldo e mi brucia lo stomaco, mi chiedo quando potrò cominciare a fare alzare la gente in metropolitana. Giorno 7: cacca addosso.

A parte la triste evidenza che non sono Virginia Woolf e nessuno vorrà mai pubblicare un’edizione prestigiosa di questi diari – una definizione comunque molto generosa per la modesta nota del telefono di cui stiamo parlando – mi diverte ripercorrere i miei appunti adesso e realizzare quante cose mi sono già dimenticata, soprattutto tra le più sgradevoli. Non è per fare proseliti ma, ora che sono alla fine, alla gravidanza darei quattro stelle e mezzo su Letterboxd, nonostante a un certo punto, intorno alla sesta settimana e in preda alle nausee, scrivessi: ho la sensazione che il malessere fisico non finirà mai, mangio solo albicocche secche, voglio morire. Sulle nausee ho scritto molti pensieri scorati, perché per mesi, soprattutto mentre passavo le mie vacanze estive a vomitare in tutti i bagni d’Europa, non ho pensato ad altro.

È così che ho messo a fuoco la beffa più grande della mia condizione: stavo involontariamente facendo la dieta più efficace della mia vita, nonché la prima, nell’unico momento in cui non solo perdere peso non era una priorità, ma era nocivo per la mia salute. Svariati chili più tardi mi sarei dimenticata anche questo. Eppure, oltre ai disagi – che esistono e sono tutti diversi da donna a donna, come tanti piccoli fiocchi di neve bastardi – è arrivato un momento in cui dietro alla fatica degli inizi, alla paura di vedermi diversa, di non riavere mai più la mia forma, di non assomigliare più a me stessa, ho iniziato a percepire una forza indomita – forse un’allucinazione prodotta dagli ormoni buoni – che mi sembrava cancellare tutto il resto. Spero mi sarà perdonata la banalità, ma aver prodotto un essere umano intero continuando tutto sommato a vivere la mia vita di sempre mi fa sentire una specie di divinità, anche se i figli li fanno pure gli animali della fattoria (e molto meglio di noi). Mi guardo compiaciuta mentre ungo di olio il cocomero perfetto che mi porto appresso.

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Giulia Pilotti
Giulia Pilotti lavora da tanti anni in un’agenzia letteraria. Scrive di cultura pop e fatti suoi.

Raramente mi sono sentita più bella di così. Tuttavia nessuno dovrebbe scoprire dopo trentadue anni di vita cosa si cela nelle pieghe del proprio ombelico. E invece una donna incinta ne verrà suo malgrado messa al corrente, perché quello che una volta era un piccolo tortellino delicatamente avvolto su se stesso, presto o tardi esploderà, assumendo via via varie forme, tutte disgustose e nessuna occultabile se non sotto molti strati di stoffa. Quella piccola porzione di pelle, da sempre nascosta nelle profondità dell’addome, rivelerà contestualmente residui ancestrali un tempo impossibili da raggiungere: sebo, pelucchi, quell’orecchino che avevi perso nel 2009. E poi certo, bello il miracolo della vita, ma è difficile non pensare ad Alien tutte le volte che vedi comparire la forma di un piccolo piede che spinge da dentro sotto il tuo sterno.

È tutto magico e speciale finché non cominci a sospettare che tuo figlio stia cercando di uscire dalla parte sbagliata, lacerandoti le budella. Se mi ci soffermo un secondo di troppo rischio l’attacco di panico, ma la cosa più sconvolgente di tutta questa impresa è che in effetti il mio corpo non mi appartiene più. E non so se questo faccia di me una persona molto generosa, una pazza sconsiderata, o solo una delle tante che hanno seguito un primordiale impulso biologico del tutto privo di senso logico. È difficile da razionalizzare: pensare che qualcuno abita il tuo corpo, che anche quando sei sola non lo sei davvero. Mi sono sentita indistruttibile, ma anche vulnerabile come non mai, mentre per le strade, all’improvviso, vedevo pericoli ovunque. Macchine velocissime, potenziali aggressori, pianoforti dal cielo. Avevo paura prima, figuriamoci adesso.

Mentre la Cavalcata delle Valchirie mi risuona in testa ancora per poco e a fatica cerco di comprendere che fra pochi giorni il grande ingombro che mi ha accompagnato per mesi sarà un bambino vero, mi chiedo quanto mi mancherà tutto questo e quanto sarò sollevata di tornare nei miei vecchi e letterali panni (ho un armadio pieno di vestiti che non mi entrano da ottobre). Comunque andrà non me lo scorderò mai. O magari sì.