No, non è FOMO voler partecipare a un concerto di Bad Bunny, che in Italia arriva con il suo tour mondiale il 17 e il 18 luglio. I social ci riempiono di contenuti, video, informazioni, accrescendo costantemente il desiderio di esserci, prima di tutto, e tentare di entrare nella casita, in secondo luogo. Ma il punto è un altro: non c’è solo reggaeton, ritornelli da ballare, hit da cantare in auto. Dietro quella che sembra gioia boricua, c’è la storia di un paese.



Come racconta la giornalista Jen Ortiz in un lungo reportage pubblicato su The Cut, prima di diventare la popstar di oggi, Benito Antonio Martínez Ocasio era "solo Benito", un ragazzo cresciuto in un barrio chiamato Almirante Sur a Vega Baja che, come molti suoi coetanei, aveva studiato una versione incompleta della storia di Porto Rico. È proprio da questa consapevolezza che nasce il suo ultimo progetto artistico: usare la musica per raccontare quella parte di storia del suo popolo che, come lui ha raccontato, non gli era stata insegnata. Ortiz inserisce Bad Bunny in una generazione cresciuta tra crisi politiche, ambientali ed economiche, tanto che la studiosa Mayra Vélez Serrano, docente all'Università di Porto Rico, la definisce "la generazione della crisi": giovani che hanno visto cambiare il proprio Paese sotto il peso delle emergenze e che oggi cercano nuovi modi per raccontarlo.

Bad Bunny porta Puerto Rico in giro per il mondo

E qui cambia tutto: il tour mondiale di Debí Tirar Más Fotos sembra parte ed estensione dell’album, non parla di una persona, ma di un popolo intero. Tra una salsa e un dembow, spiagge, casitas dai colori pastello e riferimenti alla cultura jibara, c’è un immaginario preciso: il desiderio di rendere ogni spettacolo un racconto e farlo in modo sempre diverso. Ogni concerto infatti può cambiare la scaletta, così come gli ospiti e gli omaggi alla città in cui si esibisce, come recentemente a Stoccolma dove il pubblico ha assistito a un tributo ad Avicii e degli Abba. La casita invece è molto più di una semplice scenografia e possibilità di vedere Bad Bunny da un’altra angolazione, quella piccola costruzione colorata diventa simbolo di radici e di memoria. Una parte scenografica presente anche durante l’esibizione al Super Bowl lo scorso febbraio, show, che tra le altre cose, ha ottenuto ben nove candidature agli Emmy Awards (superando il record di Lady Gaga nel 2017 con sei nomination).

Ora tutti parlano in spagnolo, anche grazie a Bad Bunny

C'è un altro motivo per cui Bad Bunny rappresenta un caso quasi unico nella musica pop contemporanea. Per anni, per diventare una superstar globale, gli artisti latinoamericani hanno dovuto adattarsi al mercato americano: incidere in inglese, alleggerire i riferimenti alla propria cultura, rendersi più "universali". Benito ha scelto la strada opposta. Continua a cantare quasi esclusivamente in spagnolo, usa espressioni tipiche del lessico portoricano e recupera generi tradizionali come salsa, plena e jíbaro, senza preoccuparsi di tradurre o spiegare ogni riferimento. Eppure riempie gli stadi da Sydney a Milano. Come sottolineano anche diverse testate interazionali è un cambio di prospettiva che molti hanno letto come una piccola rivoluzione culturale: non è più l'artista a cambiare per conquistare il mondo, ma è il mondo che accetta di entrare nel suo universo. Non sorprende, allora, che abbia fatto discutere anche la scelta di lasciare gli Stati Uniti fuori dal tour mondiale. Più che un rifiuto dell'America, però, è sembrato un modo per ribadire un principio che attraversa tutta la sua carriera: il centro del racconto non è mai stato il mercato statunitense, piuttosto il popolo, la gente. Di Puerto Rico, del mondo.

Bad Bunny ha dato ritmo alla nostalgia

Non solo gentrificazione, privatizzazione delle spiagge dell’isola, diaspora, cultura portoricana, disastri sociali e ambientali, Bad Bunny con il suo ultimo album parla anche di nostalgia. In una generazione che ha migliaia di foto nel rullino e passa la vita a registrare video, Bad Bunny ha trasformato la nostalgia nel sentimento pop del momento. Non quella patinata, ma quella che arriva quando ti accorgi che certe persone, certi luoghi o certe versioni di te non torneranno più. Debí Tirar Más Fotos diventa allora una frase che va oltre il titolo di un album, di una canzone perché diventa promemoria di vivere davvero ciò che stiamo immortalando. E se non lo abbiamo ancora fatto, possiamo partire da qui, dal suo concerto.