Negli ultimi giorni vi sarà capitato di captare nell'aria (e nell'etere) conversazioni dense di acredine verso Spotify. Un cambio di rotta repentino a poca distanza dall'entusiasmo per l'uscita del Wrapped. Che i servizi di streaming musicale siano spesso una forma di consumo passivo piuttosto che attivo da parte degli utenti, che l'algoritmo penalizzi gli artisti emergenti e che i profitti dei musicisti siano limitati rispetto a quelli del servizio, non sono considerazioni nuove. Eppure questi ragionamenti hanno ripreso nuovo vigore nel discorso comune, tanto che qualcuno dice «dovremmo tornare a comprare musica solo in copie fisiche», un'osservazione un tantino anacronistica, a mio avviso. Il motore di queste riflessioni è stata l'uscita di Mood Machine - L'ascesa di Spotify e i costi della playlist perfetta, il libro della giornalista Liz Pelly, pubblicato il 7 gennaio per la casa editrice Simon&Schuster.

In questo volume Liz Pelly - che da anni si occupa di musica e streaming musicale tra podcast e reportage pubblicati su testate come The Baffler, The Guardian , NPR, Rolling Stone , Pitchfork - indaga il caso Spotify, dalle sue origini all'influenza sul business musicale. Per farlo, Pelly ha condotto oltre 100 interviste tra addetti ai lavori, ex dipendenti di Spotify e musicisti, andando a guardare più da vicino fenomeni come quello dei ghost artist, ovvero la pratica con cui i servizi di streaming riempiono le playlist popolari con musica stock a basso costo. In altre parole, Pelly ha svelato quello che internamente a Spotify si chiama Perfect Fit Content, dove un team dedicato cura la produzione di brani creati ad hoc per playlist jazz, di musica classica, ambient e lo-fi invece di inserire e valorizzare all'interno delle proprie playlist il lavoro di artisti veri, che dovrebbero essere pagati di più.

Considerando che oltre 600 milioni di persone ascoltano musica usando Spotify, il discorso di Pelly vuole essere un case study per approfondire più ampiamente il modo in cui la cultura del consumo si è appropriata della cultura musicale, mettendo in discussione il ruolo delle aziende. Racconta Liz Pelly a Hollywood Reporter: «[Mood Machine] Non è pensato per essere un libro che affronta la questione di quale sia il servizio di streaming più etico, o dovrei smettere di usare questo servizio di streaming e iniziare a usare quest'altro? Spero che apra alcune domande più ampie su come si potrebbe ridare valore alla musica in un momento in cui è stata un po' svalutata finanziariamente e culturalmente. Dico sempre che questo è un libro che parla di musica, ma è anche un libro sulla sorveglianza, la politica e il lavoro».

A chi si chiede, e le chiede, quindi, quali siano le alternative per un consumo di musica più etico e consapevole, Liz Pelly risponde: «Personalmente sono stata motivata a tornare ad ascoltare principalmente musica tramite MP3... e ad acquistare musica direttamente dagli artisti. È una piattaforma che merita le sue critiche, ma sono una grande utente di Bandcamp. Vivo a New York City, dove abbiamo stazioni radio incredibili: WKCR, WFMU e altre stazioni radio comunitarie online, quindi, personalmente, penso che scrivere di questo argomento in passato mi abbia in qualche modo motivata a pensare di più a come ascolto la musica in digitale».