Definitelo come volete, ma lasciategli far musica. Villabanks è tornato nella sua veste più autentica, quella attraverso cui il pubblico lo ha conosciuto. Un Villabanks simile al 2020 con capelli corti e con un album che porta il nome di uno dei primi lavori in studio, ricco di successi. Quanto Manca 2 (Colombia Records / Sony Music Italy) è uscito, «è un inizio, proprio come lo è stato il primo capitolo di Quanto manca cinque anni fa». Ce lo racconta proprio lui a pochi giorni dalla pubblicazione mostrandosi sicuro, con le idee chiare, e con una voglia genuina di far emergere il vero sé, lasciando la parola al suo animo più delicato.

In tanti aspettavano un tuo ritorno a una metrica più cruda. Questo album è un regalo per i tuoi fan?

«Per me è l’inizio di un nuovo capitolo, è uno sguardo verso il futuro e rappresenta tutta la mia voglia di mettermi in gioco. In questi anni mi sono aperto a varie sonorità, ho sperimentato. Con questo disco, invece, torno a rappare su beat più duri e questo porta a delle pretese e attese più alte da parte dei fan».

Dal primo capitolo di Quanto Manca sono passati cinque anni, sei cresciuto e maturato. C’è qualcosa in cui ti senti diverso?

«Sono cambiato molto soprattutto nel modo di vivere la musica. Prima la vivevo con immenso stress, soprattutto per quanto riguarda le uscite. Nel periodo della pubblicazione dei primi lavori, lo stress era visibile anche sul viso. Ricordo una registrazione live di Avatar in acustica, ero pieno di dermatite. Tutte le preoccupazioni si riversavano anche sul fisico. Mi stressava molto stare dietro l’uscita, andavo in tilt».

L’uscita di Quanto Manca 2 (pubblicato il 10 gennaio, nda.) l’hai vissuta diversamente?

«Assolutamente. Ai tempi per me era tutto nuovo, oggi è diverso, ho una conoscenza di questo settore che mi permette di avere chiare le cose. So anche quanto sia importante prendermi del tempo per me anche durante questi momenti più intensi dal punto di vista lavorativo. Ho trascorso, dopo tanti anni, un Natale e un Capodanno sereno, senza lavorare».

Sei partito?

«A Capodanno sono tornato a Firenze, la mia città, in un contesto super romantico. Bellissimo».

Parlando di città: tu hai vissuto in molti luoghi, qui in Italia hai trascorso sei anni a Firenze e ora sei stabile a Milano e proprio di questa città parli nel primo brano di Quanto Manca 2, "Lontano da Milano." Da Milano hai voglia di fuggire?

«"Lontano da Milano" parla di una lontananza concettuale. Lo parafraserei come un “lontano dal rumore, dal caos”».

Il caos della città o della scena musicale?

«Sono diversi anni che mi sono allontanato da quello che si fa nella scena hip hop che ha sede Milano. Quindi sì, è una lontananza da questo ecosistema che si è creato qui e nel quale non mi rivedo. Non credo che la mia musica si inserisca in questo mondo, ho sempre voluto distinguermi».

Nell’album la metrica è cruda e le sonorità taglienti, ma si trovano anche brani più quieti, romantici. A quale parte ti senti più legato?

«Il primo brano è molto urban, poi ascoltando il disco si trova un’apertura a sonorità più dolci come in "Milione di Stelle". È un brano dolce, affettuoso, l’ho scritto piangendo ed è una traccia a cui tengo molto».

Parli spesso di amore, in "Milione di Stelle" tratti il tema in chiave romantica, ma anche qui percepiamo una tua necessità di andare/scappare nonostante tu sia innamorato.

«La canzone parla di un’isola in cui io sono di passaggio. Qui incontro una persona, mi innamoro, ma l’esperienza è circoscritta al momento perché so che un domani dovrò andare via. È un racconto che arriva un po’ dal mio vissuto».

Ci spieghi meglio?

«Da piccolo ho cambiato tante città, paesi. Sono cresciuto in posti che poi ho abbandonato e dove non sono più tornato. I miei amici d’infanzia incontrati in Francia non li ho mai più visti, con il mio primo amore della materna ci siamo sentiti solo via lettera. Questo sicuramente ha segnato la mia emotività. È un tema ricorrente quello di affezionarmi e poi di dover andar altrove. "Milione di Stelle" racconta proprio questo. Spero in futuro di riuscire a vivere storie durature».

E parlando d’amore, nell’ultimo periodo ti abbiamo visto spesso vicino a Melany Musillo. Stai vivendo qualcosa di bello?

«Sì, assolutamente (sorride e poi riprende, nda.). Ho chiesto conferma prima di poter rispondere. Vorrei fare una citazione, è una frase che diceva la madre di Napoleone: “Speriamo duri”!».

"Milioni di Stelle" è legata a questa storia che stai vivendo?

«È una canzone che ho dedicato a Melany una volta pubblicata. Sì, sicuramente la dedico a lei».

Tornando ai brani più crudi dell'album: in questi ultimi anni molti testi di rapper sono passati sotto un’attenta analisi, accusati di oggettificare la donna. Tu hai sempre difeso le donne e parlato spesso di libertà sessuale, scrivere testi rap oggi è più complesso?

«Non mi identifico nella classe dei rapper, è una categoria che non mi sento di difendere nella sua totalità. Io non ho paura di essere attaccato per i miei testi: quello che scrivo e canto si inserisce in un contesto di creazione artistica. È un tema molto delicato, ma in quello che faccio io vedo musica, espressione artistica, ricerca del suono. Di donne, di presenze femminili i miei testi sono pieni. Sono cresciuto in una famiglia di donne, con mia mamma e le mie due sorelle, e ora in questo momento ho tra le braccia la mia ragazza. Di donne continuerò a parlare. Le donne ci saranno sempre. Anche il videoclip di "Lontano da Milano" ne è pieno».

Quindi Villabanks oggi è un artista che non si vuole associare a nessun genere?

«Datemi le etichette che volete. Mi hanno chiamato “trapperino” in radio. Non credo che in Italia sia un genere ancora totalmente compreso, a differenza della Francia dove la cultura rap è fortissima. L’unica cosa che oggi mi definisce è il mio pubblico. La maggior parte poi sono donne».

Cosa sogni per questo 2025 che è appena iniziato?

«Portare queste canzoni live. Sogno un palazzetto. Sogno di vedere radunato tutto il mio pubblico. Spero di fare questo, di poter avere questa bellissima opportunità. Un momento per cantare musica nuova con la libertà di cantare le mie parole a squarciagola».