«La prima bugia era siamo uguali, la seconda era tutto questo non cambierà. La terza era la devozione, la quarta la fedeltà. A essere vero però era l’amore: improvviso e inaspettato, travolgente». Questa potrebbe essere, ed è, la sintesi dell'amicizia tra Irene e Ottavia, protagoniste di Giorni Futuri (Einaudi) di Gabriella Dal Lago, una sintesi che rende il loro legame, nato tra i banchi di scuola, allo stesso tempo impossibile da spezzare e impossibile da trasporre in un mondo adulto dove il cambiamento è inevitabile. È anche, però, la stessa premessa di tante amicizie che oggi non si sono perse, che tutte noi ci siamo lasciate indietro, in frantumi, lasciate andare negli anni senza un motivo preciso, rapporti profondissimi che si sono spezzati e ora nemmeno ci ricordiamo perché. Ogni tanto, spesso, ci tornano in mente: nessuna cotta adolescenziale, nessun primo amore o cuore spezzato ha mai potuto competere, e questo ogni ragazza lo sa. È alle nostre ex migliori amiche che ripensiamo con più dolore e più nostalgia, perché erano loro la variabile che credevamo sarebbe rimasta.
Gabriella Dal Lago riesce a intercettare questa cicatrice, la colloca in un contesto che parla di chi siamo oggi, fatto di aspettative disattese di perfezione, lavori precari e un continuo ricalcolo di ciò che potremmo ancora diventare, di città che diventano casa e poi non lo sono più, di camerette con i poster trasformate in mausolei impolverati e un orizzonte di vita adulta che cambia costantemente forma. Grazie a una ricerca che mescola con cura e attenzione cultura pop (da Belly e Taylor in The Summer I Turned Pretty, a Rory e Paris in Una mamma per amica, fino alle ragazze di Girls), teoria femminista e autrici come Elena Ferrante, Deborah Levy, Emma Cline, le poesie di Adrienne Rich, Esercizi di fiducia di Susan Choi, bell hooks e tante altre, Dal Lago guarda l'amicizia femminile con una lente critica, fa riemergere distorsioni, rispecchiamenti, non detti e influenze patriarcali che ci ricordano cosa vuol dire provare a diventare donne con un'amica a fianco. «Mi piaceva cogliere», mi dice l'autrice, «il momento in cui due persone sono molto vicine, così tanto che si confondono, e poi il momento subito successivo, in cui per crescere hanno bisogno di staccarsi e, facendolo, si portano via dei pezzi l'una dell'altra». Mi racconta che, alle presentazioni del romanzo, persone di tutte le età le parlano di amiche e amici del passato, che non sentono da anni ma a cui pensano spesso, le dicono che ora vorrebbero proprio contattarli e vedere cosa succede sfidando gli anni di silenzio. Se anche voi state aspettando un segno, forse lo troverete nelle pagine del libro.
Avere un’ex migliore amica o aver perso i contatti con una vecchia amica è un’esperienza comune?
«L'amicizia che cambia è una cosa che ho visto succedere e venire affrontato nei discorsi delle persone che ho intorno. A tante persone è successa quella cosa per cui, dai 20 anni ai 30, l'amicizia ha avuto bisogno di fare un cambiamento, anche proprio a livello di organizzazione di spazi e di tempi per riuscire a rinnovarsi. Quando nasce la necessità di lavorare e cambiano i ritmi e le abitudini, ci si rende conto di come diamo l'amicizia per scontata. Prima, negli anni in cui studiamo, ci accompagna nelle nostre giornate e poi diventa qualcosa per cui è necessario ritagliare degli spazi di cura e riflessione».
Come mai, secondo te, un’amicizia che si rompe non viene presa seriamente come una rottura amorosa? A volte può essere persino più dolorosa…
«La rottura con un fidanzato, una fidanzata, una persona con cui si ha una relazione romantica ha una serie di rituali canonizzati che assomigliano per certi aspetti ai rituali di lutto. Tu sai che una persona che è stata lasciata o che ha lasciato, passerà attraverso dei degli stadi di dolore e avrà dei comportamenti che sono anche riconosciuti a livello pop: mangerà il gelato davanti alla televisione, avrà bisogno di andare a ballare, si iscriverà alle app di incontri, piangerà ininterrottamente. Sono comportamenti che adottiamo anche di riflesso rispetto a delle cose che abbiamo visto. Diciamo "Ok, si fa così" e riconosciamo un taglio netto che sancisce l'inizio di questi rituali di gestione del dolore. Spesso, invece, nelle amicizie un taglio netto manca, c'è piuttosto un lento sfibrarsi della relazione fino a che non sta più in piedi, non si è più amiche, ma non è nemmeno chiaro il perché».
Questo, secondo me, vale anche per la rete di persone di supporto. Se finisce una relazione romantica riconoscono il dolore, se rompi con la tua migliore amica è facile che qualcuno sminuisca la cosa come una “cat fight”.
«Esatto, se finisce una relazione romantica le persone ti scrivono, ti chiedono come va ed è una cosa che è molto difficile da fare nel caso di una rottura amicale, anche perché magari è molto meno evidente. In verità è una cosa che cambia profondamente la tua geografia emotiva, ma anche la tua geografia fisica ed economica. Pensa a una coabitazione o una persona con cui di solito facevi le vacanze e affittavi la macchina o dividevi le spese».
Ci sono delle peculiarità, secondo te, nell’amicizia tra ragazze?
«Penso di sì, soprattutto perché l'amicizia femminile è qualcosa che si sviluppa all'interno di uno sguardo non direi necessariamente maschile, ma patriarcale. Penso a tutto il sistema di sorveglianza l'una dell'altra, quella cosa del tipo "Come ti vesti stasera? Ah, se tu ti vesti figa, mi devo vestire figa pure io perché non posso essere vista come la tua seconda". Due ragazze giovani sviluppano la loro amicizia in un mondo che le ha abituate a metterle in competizione: come si diventa amiche all'interno di questa gara perenne, questa competizione perenne di corpi, di prestazioni, di successo?».
Questo si ritrova anche a livello mediatico.
«Sì, abbiamo ricevuto e subito un tipo di narrazione dell'amicizia femminile che ci ha portato a normalizzare l'idea che le amiche si possono farsi lo sgambetto. Se penso ai film e alle serie TV con cui sono cresciuta, era normale pensare che le altre ragazze fossero delle stronze che potevano farti del male e l'unica cosa che potevi fare era cercare di diventare loro alleata e avere delle altre nemiche. Anche l'amicizia tra Rory e Paris in Una mamma per amica, ad esempio, era esattamente questa cosa qui: la prima della classe può esistere solo se è prima della classe a discapito di qualcun'altra. È un controllo territoriale, una sorveglianza continua di chi è più alta nel tabellone dei corpi, dell’avvenenza, della bravura, dello studio».
Anche nell’amicizia tra Irene e Ottavia si ritrovano molti di questi stereotipi. Ad esempio loro sono molto fisiche, si scambiano i vestiti, dormono insieme e questo è un po’ un altro tabù…
«L'aspetto della fisicità nelle ragazze tende a venire subito eroticizzato, mentre nei maschi no, anzi, è un segnale di amicizia. Anche questa cosa mi sembra che di nuovo dipenda da uno sguardo esterno per cui le interazioni tra due donne sono culturalmente sessualizzate. Due donne che si toccano, che si abbracciano, chissà cosa potrebbero fare da sole in una stanza, chissà che cosa potrebbero fare se ci fosse con loro un uomo».
Che tipo di amicizia volevi descrivere con Irene e Ottavia?
«È un'amicizia in cui le persone crescono e si rispecchiano l'una nell'altra. Non è solo un incontro tra due persone che hanno già definito i contorni della loro persona, ma è quel tipo di amicizia in cui la tua personalità si sviluppa insieme alla personalità di qualcun altro e quindi le persone strabordano l'una dentro l'altra. A me interessava quel momento in cui una persona si ferma e si fa delle domande. Perché Irene sente certe cose verso Ottavia? È perché si rispecchia in lei? O è perché Ottavia è la sua versione migliore? E perché Ottavia sente certe cose verso Irene? Perché a volte si sente costretta?».
Il problema è la promessa iniziale che si fanno? Si raccontano una bugia dicendosi che sono uguali e che il loro rapporto non cambierà mai...
«L’amicizia di Irene e Ottavia ha sicuramente come premessa questo rispecchiarsi, questa promessa iniziale che si basa sul rispecchiamento, cioè “noi siamo uguali” e “questa cosa tra noi non cambierà mai”. E questo “noi siamo uguali” è profondamente non vero, perché già dall'inizio sono diverse, per ragioni di contingenze, di storia familiare, di carattere. Penso che questo meccanismo metta in crisi tantissime amicizie perché è una promessa impossibile da mantenere, soprattutto in una relazione iniziata in un'età di formazione».
Eppure è anche una premessa tipica delle amicizie di quel periodo.
«Sì, e mi fa tornare in mente che, quando eravamo bambine, su MTV c’era un programma che si chiamava Paris Hilton BFF ed era tipo un reality show in cui le ragazze venivano messe in competizione tra di loro per diventare la migliore amica di Paris. Era una questione di corteggiamento, nell’accezione peggiore della parola, perché consisteva nel cercare di corrispondere in tutto alle caratteristiche che quella persona riteneva fondamentali per la propria migliore amica. Come se ci fosse un form di perfezione da compilare per poter dire "Ah, ok, ci assomigliamo proprio, siamo proprio la stessa cosa, vogliamo le stesse cose nella vita"».
E quando poi la premessa crolla?
«In questo caso specifico è quello che mette in crisi la relazione, soprattutto perché il meccanismo di rispecchiamento viene utilizzato da Irene non tanto per vedere la sua amica, ma per cercare se stessa. Se ci siamo promesse che saremmo state uguali e io sono in un momento della mia vita in cui non so più chi sono, mi basterà guardare te per ritrovarmi e mi basterà che tu sia aderente alla promessa che c'eravamo fatte all'inizio per essere anch'io una persona con una forma. Che cosa succede se la persona di fronte a te, invece, è diventata tutt'altro? Succede che questo specchio si rompe e tu puoi decidere di dire "Ok, questo specchio è da buttare" oppure "Ok, c’è una crepa, però funziona ancora, semplicemente non mi restituisce l'immagine di me stessa"».
Questo rispecchiarsi è di nuovo il condizionamento esterno di cui parlavamo prima o fa parte del normale processo in cui capiamo chi siamo?
«Mi sembra un un bel mix tra condizionamento e ricerca di una tua personalità. Questa ricerca, soprattutto per le ragazze, avviene spesso in un modo molto dialogico, secondo me. Nella costruzione della mia identità di persona socializzata donna mi sembra che il dialogo sia stato un punto fondamentale. Il dialogo non solo a parole, ma anche il mettermi a confronto con dei modelli e cercare di capire io, rispetto a quei modelli, dove ero posizionata. Quei modelli erano sia delle persone della mia età, vicine a me, sia delle persone che stavano nei libri, che facevano le cantanti e stavano in televisione. È sempre un guardarsi e dire "Ok, io chi sono rispetto chi a chi ho davanti?"».
Per Irene e Ottavia alla fine cosa significa diventare grandi?
«Io penso che nel romanzo ci siano due persone che rispondono in due modalità diverse alla stessa domanda, che è la domanda di performare un certo tipo di eccellenza o di bravura. Entrambe, nonostante vengano da due percorsi di vita molto diversi, vengono indirizzate, anche tramite il loro percorso scolastico, in una prospettiva per cui, se sei brava, allora ci sono certe strade disponibili per te e avere successo nella vita vuol dire percorrere in modo soddisfacente quelle strade. Entrambe, poi, si trovano a metterla in dubbio».
Nel libro si ritrova quella sensazione di essersi lasciati indietro delle versioni di noi nei luoghi dove abbiamo vissuto, nelle nostre camerette da adolescenti o nella città in cui non viviamo più…
«Avendo scritto un romanzo di persone che non si sono radicate in un posto, mi interessava questa sorta di macchina del tempo che si crea nel luogo in cui sei cresciuta e dove hai passato la tua adolescenza. È come se si riavviasse ogni volta che torni perché, anche se hai 30-31 anni, lì continui ad avere gli amici che avevi a 19 anni anche se non fanno parte della tua quotidianità, che è altrove. Quindi, ogni volta che torni, l'unica cosa che puoi fare è rimettere in scena una specie di recita scolastica di fine anno in cui improvvisamente sei di nuovo quella del giornale scolastico, quello che faceva il rappresentante di istituto, perché, per quelle persone, non sei diventata altro».
Non sempre le amiche che ci siamo lasciate indietro si possono recuperare, ma tu hai scelto di dare un lieto fine all’amicizia tra Ottavia e Irene. Come mai?
«Perché altrimenti mi sarebbe sembrato un tradimento alla decostruzione degli stereotipi dell'amicizia femminile di cui parlavamo prima. Mi pare che a un certo punto del romanzo il meccanismo che si attiva sia proprio quello di mettere in discussione le idee che si avevano su come si doveva fare un'amicizia, cose come la fedeltà o la promessa di non lasciarsi mai. Questo muove la relazione verso una una svolta, un cambiamento che non so nemmeno io dove le porterà. Se esistessero al di fuori di quello che ho scritto, non so che tipo di amiche sarebbero. Magari quando si incontrano sono contente di stare insieme, magari si sentono solo ogni tanto, però a me sembrava che il lieto fine non sarebbe arrivato senza una trasformazione, ed è proprio quella che mi interessava mostrare».













