Non se lo aspettava nessuno, che La regina Carlotta, prequel di Bridgerton firmato da Shonda Rhimes e Julia Quinn (che è già autrice dei libri della saga), sarebbe stato così coinvolgente, diverso, soprattutto, dalla sorella maggiore, ovvero dalla serie da cui trae la sua linfa vitale. Le anticipazioni dello spinoff, che fa parte del grande progetto televisivo di Shondaland di snodare le vicende della serie principale in svariati show paralleli, lasciavano presagire la solita, godibile storia alla Bridgerton: corsetti e merletti, fazzoletti che cadono e scene di passione sulle scale, frasi sensazionali e lieto fine assicurato. Invece La regina Carlotta, anche grazie ai due bravissimi protagonisti India Amarteifio e Corey Mylchreest, è molto di più. Certamente è una storia d'amore che, a modo suo, finisce bene. Ma soprattutto è una discesa negli abissi della sofferenza, dell'inadeguatezza e della frustrazione, un commovente racconto di come la malattia mentale riesca a rompere anche l'unione più solida e di come solo l'affetto possa aggirare lo scoglio insormontabile dell'oblio, della solitudine e della tristezza che questa comporta.
Al centro della scena c'è l'interpretazione di Mylchreest, un re Giorgio III (sul trono britannico dal 1760 al 1801) nel pieno della sua giovinezza, quando incontra la giovane Carlotta (nata di Meclemburgo-Strelitz e morta come regina d'Inghilterra) e la sposa, costretto dalla sua posizione e dall'esigenza di concepire un erede al trono maschio per il prosieguo della dinastia. Giorgio non è solo un re prostrato dalle gerarchie e dai doveri, è soprattutto vittima di una malattia (in seguito gli storici parleranno di conseguenze della porfiria) che lo porta a perdere contatto con la realtà e con sé stesso. In preda alle sue psicosi, il re non può fare altro che abbandonarsi alle sue visioni, perché altro, in quegli anni in cui il benessere mentale non solo era uno sconosciuto ma non era neanche prioritario, non poteva fare. Senza strumenti e circondato da medici e metodi violenti, Giorgio si affida alla pseudoscienza per salvarsi e salvare la sua relazione e il suo trono, cadendo in un baratro ancora più profondo.
Disperato per una condizione che lo fa sentire inadeguato e solo, Giorgio impedisce anche alla risoluta Carlotta di entrare nel suo cuore e nella sua mente: non si sente all'altezza, sa che la sta costringendo a una vita di patimenti e di doveri reali che lui, impossibilitato dal suo male, non può portare avanti. La posizione di Giorgio è dolorosa e difficile, dunque necessariamente tragica. Ed è questa la forza de La regina Carlotta. Nella serie, scritta a quattro mani da Rhimes e Quinn, i momenti più commoventi sono quelli in cui la lucidità di Giorgio prende il sopravvento lasciando ai novelli sposi sprazzi di normalità (privata e pubblica), attimi cui si aggrapperanno poi per tutta la vita. La penna delle due autrici, così come l'interpretazione dei due protagonisti, ha saputo restituire al pubblico il racconto delicato e dolce di una storia d'amore non convenzionale, martoriata da un destino che accompagna milioni di persone, divise, eppure unite, dalla malattia mentale.
La regina Carlotta ha stupito - e commosso - milioni di persone. Lo ha fatto in modo piacevole e sorprendente, perché nell'aspettarsi un guilty pleasure com'è Bridgerton, alla fine gli spettatori si sono ritrovati davanti agli occhi un piccolo gioiello di inclusione e leggerezza. Nella frivolezza di costumi e baci mancati, questa serie ha trionfato lì dove in pochi riescono: dare complessità non solo alla fragilità, ma anche alla frivolezza dell'amore, anche quello che viene minacciato da ombre scure.












