Vittoria annunciata. Vittoria meritata che lancia il messaggio più importante di tutti. Vogliamo la pace, vogliamo che il mondo sposti gli occhi sull’Ucraina. La Kalush Orchestra vince la sessantaseiesima edizione dell’Eurovision Song Contest. "Brividi" arriva sesta e forse è giusto così, difficilissima la vittoria a un anno di distanza, anche da gestire. Un’esibizione purtroppo non delle migliori (in prova erano stati perfetti) complice forse la grande emozione, il voler a tutti costi far bene, che gioca brutti scherzi nel momento più importante, non porta forse i voti necessari. Si chiude così la manifestazione musicale più vista al mondo. Successi di ascolti anche su Rai Uno, il pubblico italiano finalmente si è accorto di una festa a cui partecipano tutti. Già, una festa.
Dal Pala Olimpico di Torino, tre serate di musica, spettacolo, luci, con un organizzazione curata fino all’ultimo dettaglio che porta l’attenzione sui paesi che formano l’EBU, la European Broadcasting Union, mettendo al centro un messaggio di unione e condivisione, tra colori, culture e tradizioni.
Non sono le canzoni le protagoniste, o non così tanto davvero. C’entra la musica certo, è una gara che presenta 40 canzoni in tre giorni, ne arrivano venti in finale, in tre ore si ascoltano i suoni dei paesi partecipanti e il mondo sta a guardare: solo quest’anno si contano quasi duecento milioni di spettatori.
Eppure non sono solo le canzoni, dicevamo. C’è lo spettacolo inteso come messa in scena come parte portante e fondamentale. Si vuole impressionare il pubblico, lo si vuole coinvolgere. Ci sono i glitter, i fuochi, le luci, l’acqua, i ballerini, gli strumenti, c’è davvero di tutto, anche il toro elettrico di Achille Lauro. Ma il centro sono i paesi, le bandiere che in finale sfilano, i cori da stadio del pubblico in Arena (e in sala stampa) che tifa la propria nazionalità, a prescindere dal sound. Ogni paese tifa la sua canzone, anche se quella del paese accanto può essere oggettivamente più bella. È come fede calcisitica, è orgoglio della propria nazionalità, è incontro di culture. E quest’anno che il pubblico italiano è aumentano grazie alla presenza di Torino come città ospitante grazie alla vittoria dei Maneskin nel 2021 a Rotterdam, ecco che forse diventa più chiaro. Una festa, un messaggio di unione e condivisione, la voglia di pace.
Ecco quello che ricorderemo di questa edizione.
L’urlo di aiuto della Kalush Orchestra: «Salvate l’Ucraina», senza preoccuparsi del rischio elminazione perché dal palco non si possono lanciare messaggi politici, in fondo la loro presenza qui è un messaggio politico. E in fondo la pace è l’unica cosa che conta.
"Give Peace a Chance" suonata dai Rockin’100o, la più grande band del mondo, a inizio puntata e tutto il pubblico a tempo di mani.
L’abbraccio di Blanco e Mahmood a fine esibizione, con i sorrisi, è fatta anche questa.
La voglia di vincere della Spagna che nella “campagna elettorale” di questi giorni se l’è presa con l’Italia, chissà che avremo fatto.
La saudade del Portogallo che vince un premio immaginario di eleganza.
Il gioco di Alessandro Cattelan, Laura Pausini e Mika che insegnano agli stranieri la gestualità italiana al mondo. E la loro presenza sul palco che, in un programma in cui nulla è lasciato all’improvvisazione si sono dimostrati tre grandi professionisti.
La noia dell’Islanda che, per quanto i momenti più sobri siano spesso graditi, vincono il momento soporifero.
I consigli di Damiano dei Måneskin, superstiti della serata, per i concorrenti: «Divertitevi» e «Non avvicinatevi troppo al tavolo», ricordando le accuse di aver sniffato cocaina dopo la vittoria dell'anno scorso.













