Immaginiamoci per un attimo la scena: siamo a Londra, sul red carpet di uno dei film più attesi dell'anno, ovvero A Complete Unknown di James Mangold con Timothée Chalamet. C'è frenesia, come sempre capita quando una celebrità di primo piano atterra dall'Olimpo sulla terra per regalarci un photocall e lanciare a qualche fortunato fan in prima fila il suo autografo, concedendosi magari per un selfie. E poi ecco che, nei momenti subito precedenti all'arrivo della star - ovvero Timothée, chi altri? - succede l'impensabile: l'attore arriva sul tappeto rosso in bici, di quelle messe a disposizione dalle aziende di bike sharing nelle grandi città, rompendo un rituale sempre uguale, quasi sacro, con un gesto sorprendente. E assolutamente randomico.
E chi se ne importa che per la sua trovata Timmy - 29 anni e già sulla cima del mondo sia dal punto di vista della carriera che sul fronte personale (dopo la prima del film a Parigi è stato fotografato con la fidanzata, Kylie Jenner) - si sia preso un rimbrotto dalla società di bike sharing per aver parcheggiato il mezzo dopo l'ingresso sul red carpet, il risultato è stato portato a casa: oggi tutti parlano di quella volta in cui un attore famoso è arrivato alla première del suo film in bike sharing. Perché? Questo non si sa. Forse Chalamet voleva lanciare un monito ai londinesi circa le loro abitudini con i mezzi di trasporto, oppure semplicemente qualcuno gli ha suggerito la trovata e lui, che non si tira certo indietro quando c'è da divertirsi, l'ha colta al volo. Certo è che questa idea oggi è entrata di diritto nel catalogo di chi i film li promuove per lavoro e, negli ultimi anni, si è trovato a dover partorire metodi geniali per far parlare di un titolo, per spingerlo ulteriormente se è già molto atteso come A complete Unknown (che arriva nelle sale italiane il 23 gennaio) o semplicemente per stupire il pubblico da casa oltre semplice visione.
In effetti il marketing cinematografico è cambiato molto negli ultimi tempi
Un tempo si organizzavano junket (ovvero una serie di interviste a raffica, organizzate in una o più giornate, in cui il cast risponde alle domande di giornalisti di varie testate) e photocall con le star, si calcava il tappeto rosso, si finiva immancabilmente nei salotti dei talk show notturni a parlare del proprio lavoro, si scattava qualche cover strategica e fine, il film poteva poi andare avanti da solo. Certo oggi tutto questo apparato necessario sussiste ancora ma, al Jimmy Kimmel di turno, alla proiezione in sala con gli attori presenti e ai soliti viaggi intorno al mondo per i global press tour si aggiungono dinamiche ulteriori, calate nell'universo di intelligenza artificiale e social in cui siamo tutti immersi e in linea con i gusti e le attese di un pubblico sempre più esigente.
Solo riferendoci agli ultimi tre anni di uscite cinematografiche, abbiamo visto Margot Robbie e Ryan Gosling trasfigurarsi in Barbie e Ken per lanciare il film di Greta Gerwig, attuando un'operazione di marketing inedita e mastodontica che ha contribuito a rendere il film un titolo di culto; poi è arrivata Zendaya, che per la promozione di Challengers si è fatta portatrice sana di un trend che poi sarebbe finito ovunque, il tennis-core. E che dire di Ariana Grande, che è stata una delle host più apprezzate del Saturday Night Live dove è andata, armata di svariati sketch comici e musicali riuscitissimi, per *non promuovere Wicked?
Andrew Garfield e Florence Pugh, che in queste settimane stanno promuovendo l'uscita europea del loro film We live in Time, sono diventati virali sui social grazie ad alcune video interviste che i due attori hanno rilasciato a diverse testate: complice la loro intesa e amicizia, questi scambi spontanei e ironici sono piaciuti a tutti, anche a chi non sa nulla del loro lavoro e del loro film. Certo a volte capita anche il contrario: basti pensare al press tour di Blake Lively per l'uscita di It ends with us, che è finito male, malissimo, ma è iniziato pure peggio: l'attrice ha promosso il titolo, che parla di violenza contro le donne e non solo d'amore, come si trattasse di una rom com leggera, sfruttando il press tour anche per parlare dei suoi prodotti per capelli appena lanciati. Il film verrà ricordato più per gli screzi tra gli attori e per questa caduta di stile di Lively che non per la sua trama: anche questo - al grido di purché se ne parli - è movie marketing.
E gli attori, come vivono questo pressing?
Basta leggere una qualsiasi intervista a un qualsiasi attore di Hollywood per cogliere netti segnali di insofferenza nei confronti di tutto questo apparato pubblicitario che gli viene richiesto, oggi più che mai, in ottica pubblicitaria. Insomma, il lavoro è lavoro e promuovere un film fa parte del pacchetto e degli oneri contrattuali. Non sempre questo interscambio tra fan, media e pubblico social, però, rispecchia i desideri delle celebrità, che vorrebbero considerare concluso il loro lavoro dopo l'ultimo ciak. In un mondo in cui esserci e diventare virale sui social è una chiave fondamentale del successo di un titolo - una dinamica che, a volte e in modo paradossale, supera persino il potenziale cinematografico di un film, nel bene o nel male - sarebbe impensabile relegare il lavoro dell'attore a quello di semplice interprete. Interviste, video, persino Timmy che arriva in bicicletta sul red carpet, fanno parte di una strategia cui nessuno, neanche la celebrità più ricca e famosa al mondo, ha il potere di sottrarsi.











