Prima dello stile #cleangirl, prima della tendenza "Old Money", trend beauty e modaioli votati al minimalismo che oggi tanto imperversano sui social, c'era lei: Jane Birkin. Che, senza etichette - anzi, rifuggendole - è riuscita a scrivere, in 60 anni, un nuovo codice non solo della moda e della bellezza, ma anche del costume. La musicista, attrice e modella britannica naturalizzata francese, si è spenta il 16 luglio a 76 anni: una morte che ha scatenato il cordoglio non solo di parenti, amici e colleghi ma anche dei cultori del suo stile e di quella sua attitude tutta votata alla sfrontatezza e alla libertà che l'hanno resa un'icona intergenerazionale.

La sua carriera è iniziata in piena contraddizione, un'altra grande forza di Birkin: parigina d'adozione - si era trasferita negli anni Settanta per seguire il suo grande amore Serge Gainsbourg - è diventata emblema dello stile francese come e più delle colleghe autoctone, da Brigitte Bardot a Catherine Deneuve. Eppure la sua vita pubblica era iniziata nel pieno della Swinging London, quella che avrebbe cristallizzato per sempre nel cuore della gente personaggi come Mary Quant, anche lei donna libera e creativa (che ci ha lasciato il 13 aprile scorso). Sono gli anni in cui la femminilità non urlata di Birkin, la sfrontatezza delle sue scelte professionali - come il topless nel film di Michelangelo Antonioni Blow Up - e le vicende personali che, nel 1968, la conducono tra le braccia del suo grande amore Gainsbourg, la consacrano a eroina indiscussa della libertà. Libertà di essere donna in un modo diverso da quello imposto dei dettami dell'epoca, di vestirsi (o svestirsi) come meglio le pareva, di non indossare trucco o artifici posticci, di non alterare per decenni il suo indimenticabile taglio di capelli.

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Jane Birkin nel 1960

In anni non sospetti, Birkin si era spogliata di ogni artificio, rimanendo sé stessa davanti alle telecamere, in sala di registrazione, sulle passerelle e sui red carpet più glamour dell'epoca. Non c'era, in lei, voglia di stupire e neanche di sconvolgere, le veniva naturale: il suo charme inconsapevolmente ricercato, la sua volontà di andare oltre i percorsi già scritti, l'hanno consacrata a voce e corpo indimenticabili. Come avrebbe detto molti anni dopo in un'intervista con l'edizione francese di Harper's Bazaar: «Credo negli umani. L’un l’altro, anche sui sentieri più bui, siamo guide reciproche. Ci illuminiamo vicendevolmente, e questa è la nostra fortuna di essere umani». Non le importava di lanciare mode, le piaceva vivere, così aveva rivelato anche nella sua biografia Munkey Diaries. Diario 1957 - 1982 (Edizioni Clichy). Lo stile personale di molte icone di questa generazione, da Alexa Chung a Kate Moss, è stato influenzato o è fiorito su modello di Birkin. Segno che, pur essendo così ancorata agli anni della sua evoluzione professionale, Jane ha saputo travalicare i confini del tempo e dello spazio, imponendo un modo di essere che non perde smalto né fascino nonostante lo scorrere dei decenni. Se ne è andata una musa come non ce ne sono più: one-in-a-generation, come dicono i suoi connazionali britannici. Tutte quelle che sono venute dopo e hanno cercato di essere Jane Birkin sono rimaste solo una sua pallida imitazione. D'altronde, delle muse, non si può fare un calco: si può solo provare a scoprirne l'essenza, pur senza essere sicuri di poterci riuscire.

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Jane BIrkin nel 2021