Blonde, il film su Marilyn Monroe di Andrew Dominik tratto dalla biografia di Joyce Carol Oates, sta facendo discutere. Troppo brutale, dicono alcuni, troppa violenza, troppa "pornografia del dolore". Ci sono scene di stupro, feti parlanti, sesso orale sotto effetto di droghe, pasticche: il corpo di Marilyn viene brutalizzato in modi diversi e dettagliati per tre ore. Consumato, forse in analogia con ciò che la cultura pop ha fatto e fa tuttora con l'immagine della diva. Forse proprio perché anche lei, come ha raccontato nel suo libro My Body, ha provato cosa vuol dire vedere il proprio corpo diventare proprietà di tutti, anche Emily Ratajkowski ha voluto dire la sua sul film,

«Ho sentito molto parlare di questo film su Marilyn Monroe, Blonde, che non ho ancora visto», ha detto la modella in un video su TikTok, «ma non sono sorpresa di sapere che si tratta dell'ennesimo film che feticizza il dolore femminile». La principale critica dei detrattori di Blonde è che, di Marilyn, a conti fatti si sceglie di raccontare ancora una volta la stessa versione: quella della bambola sexy che, fin dall'infanzia, non ha potuto far altro che raccogliere il suo ruolo di vittima e costruirci sopra un mito.

Si potrebbe parlare di altro, delle sue idee politiche, ad esempio, o del fatto che scrivesse poesie, ma continuiamo a scegliere di non farlo, è meno intrigante. «Adoriamo feticizzare il dolore femminile», spiega Emrata, «pensate a Amy Winehouse, a Britney Spears, guardate il modo in cui siamo ossessionati dalla morte di Diana, il modo in cui siamo ossessionati dalle ragazze morte e dai serial killer. Guardate qualsiasi episodio di CSI, c'è una pazza feticizzazione del dolore e della morte femminile».

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Plan B Entertainment
Una scena di Blonde

Nel libro Il mostruoso femminile, Jude Ellison Sady Doyle spiega bene l'ossessione per le cosiddette "dead blonde", donne belle e sexy, reali o immaginarie, violentate, uccise e poi rese immortali dalla cultura pop. «Pensiamo di esserci lasciati il genere slasher alle spalle ma le donne sono ancora attratte dallo schermo nero della violenza, cercano di capire, di scrivere la propria narrazione su quella disturbante superficie opaca». Il patriarcato, sostiene Doyle, ama indugiare sulla violenza e sul dolore femminile per esorcizzarne la potenza erotica, la carica sessuale e l'aura stregonesca.

Le donne, d'altra parte, leggono di stupri e femminicidi ogni giorno e imparano da piccole a temere per l'integrità del loro corpo: guardare il dolore femminile messo in scena può essere un modo per metabolizzare inconsciamente la consapevolezza che il loro valore e la loro sopravvivenza sono nelle mani degli uomini. Certi film, spiega Doyle, per le ragazze sono «uno scontro con ciò che di peggio potrà accadere nelle loro vite sessuali appena sbocciate, è un rito catartico che espone e riconosce la vulnerabilità del corpo femminile in un mondo dominato dagli uomini». «Io stessa», dice infatti Emrata, «ho imparato a feticizzare il mio dolore nella vita, in modo che sembri qualcosa che può essere curato. È un po' sexy: "Sono così, una ragazza incasinata"».

"Donne e dolore" è un binomio facile e sicuro perché visto e rivisto. E allora perché continuiamo a sorbircelo nella sua ennesima riproduzione? si chiede Emrata. «Ci stavo pensando», conclude la modella su TikTok, «E sapete cosa è difficile da feticizzare? La rabbia. La rabbia è difficile da feticizzare. Quindi, ho una proposta. Penso che dovremmo essere tutte un po' più incazzate».