Joyce Carol Oates, oltre che autrice della più romanzata, acclamata eppure criticata biografia su Marilyn Monroe mai realizzata, Blonde, è una columnist del New Yorker. Ha iniziato recensendovi libri, infine è passata alla stesura di piccoli poemi. Too Young to Marry but not Too Young to Die è stato pubblicato nel numero di agosto del 2015. Racconta la storia di una coppia di innamorati annegati l’uno tra le braccia dell’altra mentre la loro macchina sprofonda nel lago Chippewa, nel Wisconsin, e dove ampio spazio è dedicato alla descrizione del volto di lei, Jean-Marie, statico e bellissimo mentre resta appoggiato sulla spalla di Troy nonostante il flusso dell’acqua. È questa sensazione di impotenza da parte di chi legge unita al tropo tipico della "beautiful dead girl" che, non solo operava da collante in Blonde già 16 anni prima, ma ora ritorna anche nell’adattamento cinematografico omonimo per Netflix (arrivato sulla piattaforma il 28 settembre e presentato a Venezia 79) diretto da Andrew Dominik. Un melodramma barocco, svincolato da quelli che sono considerati eventi realmente accaduti nel passato della diva tra le dive e che è piuttosto la storia di tutte le ferite inflitte a una donna (non Marilyn, ma Norma Jeane Baker) dagli uomini, e che proprio per un simile motivo vi farà probabilmente perdere tutta la fiducia riposta nel genere umano e soprattutto maschile per almeno un paio di giorni.

Ci sono moltissime ragioni per cui questo potrebbe sembrare un articolo femminista. Come ci sono tantissime ragioni per le quali potrebbe sembrarlo Blonde dove Marilyn è ridotta a un avatar della sofferenza, umiliata da un padre che non ha mai conosciuto e da un’industria di uomini che l’hanno solo violentata, abusata e sfruttata fino alla sua morte nel 1962, a 36 anni. E in qualche modo entrambi lo sono. Perché quello che rimane dopo Blonde che attraversa tutto l’arco della vita di Norma Jeane (vero nome di Marilyn, nata a Los Angeles nel giugno del 1926 da una relazione extra coniugale tra Gladis Pearl Monroe e un dirigente della RKO Pictures) condensato in tre ore, è il fastidio per averci fatto provare un profonda sensazione di sconfitta, una repulsione viscerale per la violazione di un’intimità (la sua) perpetrata da tutti (i maschi) con i quali ci si incazza, nella Sala Grande di Venezia ci si guardava intorno con espressioni inacidite pensando «ma che problemi avete», avvallando una certa superiorità di genere (la nostra).

Destreggiandosi tra passato e presente, bianco e nero e colori, archivio e finzione, dopo un breve preludio che introduce Marilyn all’apice della fama, Blonde torna alla storia della bambina triste e solitaria, Norma Jeane. Con le composizioni di Nick Cave in sottofondo, rivisita la sua fama splendente ma progressivamente sempre più drammatica che segue il tentativo inconscio di superare gli atteggiamenti abusanti di sua madre ricercando una figura paterna, lo stupro da parte di un uomo, Mr. Z (plausibilmente basato sulla figura di Darryl F. Zanuck, il direttore della 20th Century Fox dove Monroe è diventata una stella), e giunge fino alle prime relazioni dipendenti/deprimenti, inizialmente con i pugni e i calci presi da Joe di Maggio, poi con l'unica breve parentesi di quiete con il nuovo marito Arthur Miller, infine con l’amante meno amante di tutti (JFK, ridotto a una sequenza nauseante che è probabilmente uno dei motivi per i quali alla critica americana il film ha fatto schifo). Così fino ai problemi di salute, gli aborti resi con una serie di visioni talmente grottesche che in confronto Rosemary’s Baby di Roman Polanski è un film con Michela Quattrociocche, la depressione, l’abuso di farmaci e di alcool. La morte. Il tutto impersonato in modo perfetto ai limiti dell’inquietudine da Ana de Armas (che infatti si è meritata un quarto d’ora di applausi durante la prima al Lido) come se fosse una statua di cera, resuscitandola piuttosto che interpretandola.

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2022 © Netflix//Netflix
Ana de Armas e Bobby Cannavale in una scena del film

Alcuni lo hanno visto come un film biografico, e quindi non riuscito in quanto poco fedele alla vita della diva, altri l'hanno interpretato come una rappresentazione terribile del divario tra persona pubblica e persona reale. C’è chi l’ha considerato un «film horror mascherato da film sulla fama», dove la protagonista è ispirata alla Laura Palmer di Twin Peaks (Guardian), persino chi ha tirato in mezzo la «pornografia del dolore» (IndieWire) e chi invece ha ritenuto l'estetizzazione di questo malessere il punto di forza del lungometraggio (The Cut, dove Elizabeth Nicholas ne ha scritto la recensione migliore), paragonandolo a quello di altri esempi viventi - Elizabeth Taylor con i suoi occhi viola e un numero spropositato di mariti - e immaginari - la Winona Ryder di Girls Interrupted e il personaggio di Lux Lisbon nelle Vergini suicide.

Joan Carol Oates è l’unica donna ad aver scritto una biografia su Marilyn Monroe. Il racconto che ne ha fatto, rimodulando eventi esterni con turbamenti interni, delinea la psicologia di una trentenne e dei suoi sogni, piuttosto che la storia di un'icona. Per questi motivi vedere Blonde con gli occhi di una ragazza che con Norma condivide l’età fino a un certo periodo di tempo, dimenticando tutto quello che Marilyn rappresenta nella storia americana, con i boccoli ossigenati e le forme da pin-up va-va-voom, significa orrendamente constatare quanto chiunque ci possa fare ancora male. Che forse abbiamo fatto cose che non volevamo fare con l’idea che poter essere alla portata di tutti fosse meglio che essere uniche, o non siamo riuscite a fingere distacco con uomini che sapevamo benissimo essere distaccati nei nostri confronti, e ancora abbiamo creduto che la nostra assenza fosse loro intollerabile, anche se non ci cercavano mai. E sulla scia di queste possibilità emergono nuovi colpevoli come emergono in Blonde, che non è affatto un film su Marilyn Monroe, ma solo su una ragazza, la beautiful dead girl, che ci aveva creduto tantissimo provando a cauterizzare le proprie ferite con qualcosa che rimanesse per sempre.