«Il lavoro sessuale è lavoro». Ultimamente si sente più spesso: l’ha detto anche Sean Baker, regista del film vincitore dell’Oscar Anora. Il lavoro sessuale è lavoro, un lavoro che può essere fatto da persone diverse, con corpi diversi e vite diverse. Eppure, quando si parla di sex work, la narrazione è spesso stigmatizzante, sessuofobica e stereotipata. Appiattisce l’umanità delle singole esperienze. Le cose cambieranno, forse, quando sarà lasciato spazio alle storie di chi fa sex work, raccontate in prima persona, e questo è vero nella misura in cui parlare liberamente e ottenere ascolto nella nostra società è un privilegio, e ricalca dinamiche di potere e marginalizzazione.
Le rivendicazioni dei diritti di chi fa sex work esistono da decenni, esistono i collettivi, studi e libri sull’argomento, esiste chi si espone, protesta, fornisce mutuo aiuto. In questo spazio abbiamo voluto indagare parte di questo lavoro di attivismo e testimonianza, a partire dalle esperienze di chi è direttamente coinvolto. Negli scatti di Ulla Deventer, che lavora da anni con le sex worker, parlano i ritagli di vita di donne diventate per lei «buone amiche» e che non vuole più perdere. Nelle istanze dei collettivi che in Italia si occupano dei diritti di chi fa lavoro sessuale emergono le loro lotte politiche a fronte di un impianto normativo che criminalizza, isola e favorisce lo sfruttamento.
Butterflies are a sign of a good thing
Ulla Deventer è un’artista visiva e ricercatrice, nata nel 1984 in Germania. Vive e lavora tra Accra e Amburgo. I suoi lavori spaziano diverse tecniche, con particolare attenzione alla fotografia, al suono e al video, affrontando le dinamiche di genere, sessualità e potere nella società patriarcale. Questo progetto realizzato tra il 2013 e il 2019 tra Bruxelles, Parigi, Atene e Accra porta avanti una ricerca artistica a lungo termine sul sex work. «Sembra che il corpo femminile diventi un’arma politica. Il modo in cui viviamo e parliamo di sesso dice molto dei nostri tabù e delle nostre fantasie e, infine, di come la società sia creata da un mondo che esiste giudicando l’ignoto invece di ascoltare l’altro».
Il film è un po’ la storia di Cenerentola, e mi è piaciuta questa idea. Poi è meraviglioso come dipingono il ragazzo, il coprotagonista: davvero un imbecille totale! Una vuotezza incredibile. Lei no, invece: Anora ha un cervello ed è bello vedere quando, per esempio, rivendica l’assistenza sanitaria». Sono al telefono con Pia Covre, un’istituzione nell’attivismo italiano per i diritti di chi fa sex work. Parliamo di Anora, il film che ha trionfato agli Oscar 2025 sulla storia di Ani, una sex worker ventitreenne che lavora come spogliarellista. «È positivo che, nei discorsi di ringraziamento, siano state citate le sex worker coinvolte nel film, ma di lavoro sessuale si parla da sempre nel cinema, nella pittura, nell’arte», dice Covre. «Questo non cambia le cose a livello politico: le rivendicazioni di oggi sono le stesse di un tempo».
Quando Pia Covre ha contribuito a fondare il Comitato per i diritti civili delle Prostitute nel 1982, si parlava di “prostituzione”, oggi, invece, nel panorama delle associazioni e dei collettivi che se ne occupano, si tende a usare la dicitura “sex work”. È un termine ombrello coniato nel 1981 da Carol Leigh per indicare tutte le persone che lavorano volontariamente nell’industria del sesso, fornendo prestazioni o contenuti sessuali molto diversi tra loro (dal porno, al sugar dating, dalla prostituzione su strada allo striptease) in cambio di una retribuzione economica.
Il sex work in Italia non è vietato, ma la legge Merlin del 1958 rende illecite alcune condotte collaterali come lo sfruttamento, il favoreggiamento o l’adescamento. «Quello che vorremmo a livello di movimento internazionale è la decriminalizzazione, un modello in cui il lavoro sessuale viene equiparato a qualsiasi altro lavoro: il famoso “sex work is work”», mi spiega Elettra, sex worker fondatrice dell’associazione Swipe, «in tal modo le persone potrebbero organizzarsi autonomamente, magari riunendosi in cooperative, ma senza per forza lavorare in un bordello».
Elettra mi racconta di aver iniziato a fare sex work prima di laurearsi in Giurisprudenza «vendendo mutandine usate» e di aver incontrato inizialmente molta solitudine e incertezza. «Provavo a contattare altre sex worker, ma spesso venivo bloccata o respinta. Il reato di favoreggiamento è una fattispecie molto ampia che crea diffidenza nel collaborare e darci una mano». Per la legge italiana, persino vivere nello stesso appartamento con altre sex worker può essere visto come favoreggiamento delle rispettive attività. Eppure, soprattutto dopo la pandemia, il lavoro sessuale si è spostato sempre più indoor rendendo ancora più centrale la questione dell’alloggio.
«Affittare un appartamento è complicato e costoso e per chi fa sex work lo è ancora di più», mi spiegano due portavoce di Swir, collettivo padovano di persone sex worker e alleate. «C’è molto stigma, specie verso le persone trans perché ancora si dà per scontato che facciano molto di più sex work rispetto ad altri lavori. Questo porta i proprietari a fissare prezzi altissimi o a interrompere l’affitto. Spesso, poi, chi fa sex work deve ricorrere a contratti in nero perché non può dare prova del proprio lavoro e dei propri introiti».
Il mancato riconoscimento come lavoro rende, infatti, molto difficile aprire partita IVA e pagare le tasse. «Per fatturare devi chiedere il codice fiscale ai clienti e spesso non te lo vogliano dare», racconta Elettra, «ma se non paghi le tasse non puoi accendere un mutuo ed è problematico anche aprire un conto in banca. Questo è un rischio per molte sex worker, specialmente straniere con poca rete di supporto perché, tenendo in casa grandi cifre in contanti, sono esposte a rapine e ricatti». I rischi dovuti alle mancate tutele riguardano moltissimi aspetti del sex work. Per questo l’associazione Swipe ha creato una guida, accessibile solo a persone maggiorenni che già svolgono lavoro sessuale, per autotutelarsi.
Chi lavora online, per esempio, dovrà valutare quali piattaforme usare, capire come gestire i pagamenti e come tutelare la propria privacy per evitare lo stigma, che è persistente e può anche impedire di trovare un altro lavoro futuro o di adottare dei figli. Come spiegano le attiviste di Swir, «A fronte di una quantità di incassi gigantesca, OnlyFans non tutela per niente chi fa contenuti. In più quando una persona sex worker fa una denuncia per condivisione non consensuale di materiale intimo, spesso non viene presa sul serio». D’altra parte chi fa sex work in luogo pubblico è esposto ad altri rischi, comprese multe e fermi amministrativi.
Anche se non è illegale fare lavoro sessuale, le politiche migratorie sempre più restrittive e l’approccio criminalizzante spinge i comuni a emettere delle ordinanze amministrative in nome del decoro e dell’ordine pubblico. «Ricordiamoci anche», mette in guardia Pia Covre, «che ogni legge fatta per limitare la libertà delle persone, la libertà di attivismo e di protesta, verrà applicata con più fervore contro le sex worker». Spesso queste norme che limitano o criminalizzano il lavoro sessuale vengono legate alla necessità di tutelare le vittime di tratta e le persone che vengono costrette a prestazioni sessuali dietro compenso. Eppure, come fa notare Elettra, è vero il contrario: «Esistono studi molto concreti su come la decriminalizzazione porti a ridurre il lavoro sessuale in nero e quindi anche le situazioni di sfruttamento esistenti.
Così come l’aborto legale ha ridotto le attività pericolose di chi si approfittava della situazione, anche la decriminalizzazione permetterebbe di riconoscere e raggiungere più facilmente le vittime tratta ed eliminerebbe quegli intermediari a cui ci si trova a doversi appoggiare». A oggi, però, la decriminalizzazione è ancora fortemente osteggiata, non solo a livello politico ma anche a causa dello stigma sociale che condiziona pesantemente la vita delle persone sex worker intersecandosi con altre forme di discriminazione, per esempio verso le persone trans o migranti.
Lo stigma emerge davanti alle forze dell’ordine quando si denuncia una violenza (come testimonia il recente report Exposed from All Sides dell’European Sex Workers’ Rights Alliance), davanti ad avvocati, medici o psicologi. «Noi forniamo sportelli di supporto legale, medico e psicologico proprio per mettere in contatto le persone sex worker con professionisti safe e creare uno spazio privo di pregiudizi», spiegano le attiviste di Swir. Lo stigma rende anche più faticosa l’azione politica e alimenta l’idea che il lavoro sessuale sia una sorta di “mercificazione del corpo”. «Se una massaggiatrice fa un massaggio sta vendendo il proprio corpo?» commenta il collettivo Swir. «C’è molto moralismo e privilegio in questa idea. Il sex work è qualcosa che si fa con il corpo, come tanti altri lavori».
Lo stigma si nutre di stereotipi e cancella le sfumature umane dalle esperienze di chi è direttamente coinvolto. «Veniamo dipinte o come povere vittime o come ninfomani in pelliccia», spiega Elettra, «nessuno chiede a un rider se ha una laurea in filosofia o se voleva fare il rider. Nessuno mette in dubbio il ruolo delle badanti anche se vivono situazioni di sfruttamento estreme. Il sex work può risultare la scelta giusta per alcune persone, per esempio chi ha delle malattie croniche e non può lavorare otto ore consecutive o se sei una madre single o hai un figlio con disabilità. Può permetterti di lavorare meno ore ed è anche un settore dove le donne guadagnano tendenzialmente di più. Per altre persone il sex work può essere una scelta temporanea, magari per uscire da una situazione di difficoltà o marginalizzazione. Si fa quello che si può per sopravvivere sotto il capitalismo e il sex work è una strategia di sopravvivenza non violenta, molto utile e molto importante per un sacco di persone».


















