Il 2025 è stato un anno d'oro per l'indie italiano. O meglio, per quelle band e artisti che l'indie lo facevano nei primi Anni '10 del 2000 e che, per una serie di eventi tra la nostalgia e la voglia di rimettersi in gioco, sono tornati a suonare. Da uno stato di apparente post mortem (semicit.) l'indie italiano è tornato a raccontare quanto si stava bene quando cantavamo "Cosa mi manchi a fare" - Mainstream di Calcutta compie 10 anni nel 2026 - e non avevamo una sola preoccupazione. Soprattutto, il genere indie si poteva ancora considerare una controcultura mentre oggi, inglobato nella grande pancia del pop, è difficile riferirsi ai giri di chitarra e testi schietti in questo stesso modo. Eppure.



Eppure, nel 2024 gli Ex-Otago si sono riuniti a sorpresa con l'album Auguri e il tour relativo; così come L'Officina della Camomilla, con Dreamcore e date live, nello stesso anno. Lo scorso aprile, i cani hanno pubblicato post mortem, il loro quarto album, dopo 9 anni di silenzio; L'orso sono tornati dal vivo dopo la stessa quantità d'anni e hanno descritto il loro percorso, dal momento dei saluti a oggi, nel singolo uscito il 18 dicembre, l'intenso, "9 anni". È una congiunzione astrale piuttosto devastante per chi ha vissuto la nascita del momento indie in Italia insieme a queste band e che, più di 10 anni dopo, si è trovato travolto da un'onda perfetta di nostalgia. Se è vero che le mode tornano sempre, può valere la stessa cosa per l'indie italiano? Ovvero: dopo un periodo di nascita, esplosione, indigestione e fisiologico declino, questo è il momento della rinascita? O si tratta solo di un felice e momentaneo revival?

L'orso torna a suonare, a 15 anni dall'esordio

Ne abbiamo parlato con Mattia Barro, fondatore, paroliere e cantante de L'orso, la band che comprende Omar Assadi, Francesco Paganelli e Niccolò Bonazzon, e che dal 30 novembre al 6 dicembre è tornata insieme sul palco, per una settimana di concerti con biglietto a prezzo fisso. Per L'orso il motore della reunion è stato un motivo molto umano: «È venuto a mancare Matteo Romagnoli, il nostro manager e fondatore di Garrincha Dischi, che è stata la nostra etichetta per tutta la carriera. Matteo è stato quello che ci ha fatto registrare, diciamo, seriamente, nel modo artigianale dell'indie dell'epoca». Così, Mattia Barro e gli altri componenti de L'orso, si ritrovano a suonare alla commemorazione per Romagnoli, nel febbraio 2024, tutti tranne Omar, il chitarrista, e decidono che una volta dovrebbero farlo davvero, di tornare a suonare tutti insieme. Mi racconta il fondatore: «Per noi il programma è sempre stato quello di dare una continuazione adulta al progetto. E quindi l'abbiamo fatto, questa cosa si è concretizzata parlando, perché siamo amici, ci vediamo, e parlandone e parlandone, alla fine abbiamo deciso di sì».

La reazione del pubblico, sotto i palchi di Bologna, Roma, Torino e Milano ha beneficiato di una densa nostalgia, mi racconta Mattia Barro: «Il fatto è che, essendo poche date di una band che si era sciolta dieci anni prima, sono venuti a sentirci solo quelli che davvero amavano la band. Nel corso della nostra carriera abbiamo suonato davanti a migliaia di persone, ma magari alcuni erano curiosi, altri sapevano solo dei pezzi, mentre nei concerti di dicembre, il pubblico sapeva tutto dall'inizio alla fine, che è una rarità. Cioè è una cosa che, secondo me, ottieni dopo tot anni di carriera, noi l'abbiamo trovata con la distanza e la pausa».

L'effetto nostalgia fa bene alla musica indie?

In effetti, il 2025 è stato l'anno in cui abbiamo visto da vicino le prodezze dell'effetto nostalgia, vedi alla voce reunion degli Oasis. Tornando al contesto italiano, se la scintilla dell'indie sta rivivendo è anche merito di una giusta distanza intercorsa tra l'overdose di indie-pop e la voglia di tornare ad ascoltare la musica che ci faceva piangere e innamorare quando eravamo poco più che adolescenti. Per la serie, anche i Millennial invecchiano e si portano dietro tutto il loro bagaglio di mancanze. Per cui decidono di farsi coccolare sotto il palco, ascoltando quei brani. Sottolinea Mattia Barro, però, che la nostalgia non è sempre un bene per la musica: «Va bene se è legato a un momento specifico, come una band che sta ferma dieci anni, fa cinque concerti e chiaramente non ci sta lucrando, questo secondo me è un buon effetto. Quelli che si mettono assieme un po' forzati per guadagnare, per cercare di fare la classica grattata, è la nostalgia secondo me meno interessante. Come effetto totale di una scena lo trovo più che altro problematico, perché io penso che bisogna sempre guardare in avanti, poi dal passato puoi prendere, lo puoi utilizzare, ci puoi giocare, puoi richiamarlo, però non ci puoi dormire sopra. Quindi l'effetto nostalgia è buono solo se in piccole dosi è fatto con un criterio».

Nonostante il ritorno di queste band sia stato accolto molto bene, non è che si possa parlare di una vera e propria rinascita dell'indie, perché i gusti degli ascoltatori, ormai, sono indirizzati altrove. Secondo Mattia Barro: «L'indie l'abbiamo sempre più definito come un movimento che come un genere, l'indie italiano di quegli anni lì comprende progetti molto diversi: quello più elettronico, quello più folk, quello più rock, quello più punk, però eravamo un humus culturale e sonoro che si capiva. Per me non c'è un rinnovato interesse verso questo, anzi penso che sia andato a perdersi».

La dispersione dell'indie, se così la vogliamo chiamare, c'è nei fan così come negli artisti: «Parlando degli artisti più giovani li vedo già molto Hi-Fi, nella produzione, nell'idea, nel pensiero, nella comunicazione» secondo Mattia Barro: «Anni fa c'era un piccolo artigianato e, come tante cose, l'artigianato dopo un po' che lo fai a un certo punto diventi bravo, scopri la tecnologia, riesci a fare qualcosa e fa il salto. Da noi era stato Calcutta, ad esempio, da un lato, Lo stato sociale dall'altro, The Giornalisti, Ex-Otago, anche Levante. Però secondo me quella cosa lì non c'è più adesso, chi arriva a scrivere e ha una sensibilità indie, comunque ha l'approccio in sé di potercela fare. Noi non sapevamo di potercela fare. Nessuno di noi pensava di poterci vivere, di poter andare a Sanremo, di poter andare in tv, di poter passare al radio».

L'indie (non) rinascerà dalle sue ceneri

Persa una sorta di innocenza, un approccio veramente underground, trovata la strada per Sanremo e per la vetta delle classifiche, è difficile quindi che l'indie ritrovi la strada per tornare ad essere una controcultura. «Secondo me è impossibile che si torni a quel tipo di indie perché non c'è più il sistema per cui possa vivere nel presente. Nel senso, quando la mia generazione è arrivata si appoggiava su una struttura creata da anni di musica alternativa. Non siamo arrivati dal nulla, c'era l'alternative rock italiano che aveva fatto la storia e che aveva creato la strada per tutti quei locali che avevano all'epoca 10, 20, 30 anni. Tutto veniva dagli Anni '80 e '90, quindi noi eravamo debitori di quello. Adesso però, dopo che il movimento indie è diventato pop ed è esploso e c'è stata la pandemia, il mercato è andato in tutta un'altra direzione, anche Spotify, le piattaforme. Quindi è un mercato che premia il 10% e non il 90%. Adesso il 90% degli eventi sono al forum e non al localino. Non c'è più il localino della provincia dimenticata perché ormai quasi tutti hanno chiuso e pochi sono resistiti. Quindi, mancando lo spazio, è difficile che il genere si possa tornare a esprimere come forma di controcultura». Mattia suona definitivo: «Nessuno vuole fare indie, tutti vogliono fare il pop, perché non c'è un sistema che supporta l'indie».

Eppure, per chi l'indie lo faceva, rimane il bello di tornare a suonare davanti a un pubblico che in questa cultura ci crede ancora, dice Mattia Barro: «Adesso siamo quattro adulti che suonano, e non dei ragazzi o dei giovani adulti che suonavano. Parlo al presente, perché siamo un progetto in divenire, e ti dico che c'è la bellezza di poter fare musica senza la necessità di dover arrivare, di doverci pagare l'affitto, senza bisogno di dover fare le indie star dopo i live e bere e fare festa. Abbiamo cambiato l'approccio: siamo semplicemente quattro amici che stanno andando a fare una cosa bella insieme. Anche prima lo era, ma era nascosto dalle ambizioni, dalla necessità di dover farcela, in un certo senso, la stessa che ad un certo punto aveva invaso l'ambiente indie».