Durante l'edizione di XFactor che Michele Bravi vince nel 2013, sui maxi schermi non scorrono i video saluti dei suoi genitori, ma quelli di suo nonno. L'artista marchigiano d'altra parte lo ha sempre raccontato che sono stati i nonni ad averlo cresciuto, loro ad avergli tenuto compagnia e mentre i suoi giovani genitori erano impegnati in ospedale, dove entrambi lavoravano come medici, con i turni di notte e un figlio piccolo a cui badare. Un mestiere difficile che ha avuto il sostegno di nonno Luigi e nonna Graziella, fino all'11 settembre 2001, quando, mentre si consumava la tragedia delle Torri Gemelle, a una famiglia marchigiana è arrivata la conferma della diagnosi di Alzheimer che ha colpito proprio la nonna, che da quel momento avrà «un velo sugli occhi».

Per questo, a distanza di anni, Michele ha deciso di rendere omaggio a loro e di ripercorrere un periodo importante della propria crescita attraverso il racconto della malattia, con "Lo ricordo io per te", un progetto composto da tre parti: una canzone (da venerdì 4 aprile disponibile su tutte le piattaforme digitali), un libro e un cortometraggio diretto da lui con protagonisti Lino Banfi, nel ruolo di nonno Luigi e Lucia Zotti di nonna Graziella.

«Lo ricordo io per te è una canzone che racconta le persone più importanti della mia vita, Dentro c’è mia nonna col suo odore di campagna, ci sono i suoi giochi bambini scanditi dal suono della Guerra, c’è un paese piegato dalla insensatezza del fascismo, ci sono le mani di mio nonno che non smettono di innamorarsi di quell’odore di campagna e la dignità davanti a una malattia che cancella ogni ricordo», afferma Michele.

Noi ci siamo fatte raccontare proprio da lui in prima persona questo grande progetto.

Mi racconti qual è stato il legame con i tuoi nonni?

«Il legame con i miei nonni è centrale nella mia vita, nel senso che io sono cresciuto con loro, sono stati loro a darmi proprio l'impronta di come stare sul mondo, di come comportarsi rispetto al mondo, di come vivere le cose che ti possono succedere. Con loro ho imparato a giocare, a leggere, a scrivere, i miei nonni avevano una formazione culturale bassissima, no? Cresciuti durante la seconda guerra mondiale, non sapevano leggere, non sapevano scrivere, anche solo per mettere la firma ci mettevano dieci minuti perché stavano lì a capire qual era la lettera giusta da mettere. Io Io ho avuto la fortuna, perché ho capito che ero una fortuna, di avere nella mia vita una figura di nonno come tutti ce la immaginiamo.

Sono stati i miei nonni a darmi il senso di famiglia, a fare da collante del nucleo familiare e anche adesso che non ci sono ci hanno reso autonomi come nucleo familiare, ci hanno permesso di resistere come famiglia, di dire siamo un gruppo di persone che per qualche ragione è capitato nel mondo e ci apparteniamo, e allora possiamo anche proteggerci».

Come ti è stata raccontata la malattia di tua nonna Graziella?

«In realtà la malattia non è stata raccontata, l'ho vissuta insieme agli adulti ma non in maniera traumatica. La mia è la storia di un bambino che conosce la casualità della malattia. Era l'11 settembre del 2001, mi ricordo che tutti parlavano delle Torri Gemelle, mentre a casa mia si parlava soltanto del fatto che mia nonna era caduta per un momento di amnesia, non si ricordava che cosa stava facendo, cosa era successo, si era rotta un ginocchio. Poi mio papà, che è medico, capisce che c'è qualcosa che andava oltre il semplice svenimento. Con tutti gli esami del caso le viene effettivamente diagnosticato l'Alzheimer. Dal momento della diagnosi io ho avuto la fortuna insomma che mia nonna ha avuto un decorso molto "fortunato" della malattia, un decorso lungo, durato quasi dieci anni, non ci sono mai stati cambi umorali o scatti d'ira, c'è stata chiaramente tutta la parte della dimenticanza, c'è stato forse un primo momento che era un po' più drammatico, dove lei si rendeva conto di essere malata in dei momenti della giornata e poi se ne dimenticava e ritornava a fare le sue cose.

Però l'abbiamo sempre vissuta tutti insieme, anche mio nonno, anche quando poi mio nonno non c'è stata più, quindi ne abbiamo parlato che ero più adulto. L'Alzheimer è una contraddizione temporale, cioè tu inizi ad andare indietro e ti rifuggi nei tuoi ricordi di infanzia, mano a mano, un passo dopo l'altro, i giorni si cancellano fino a tornare alla nascita in qualche modo, un po' come se fossi un Benjamin Button per intenderci.

Mia nonna si vergognava di spogliarsi davanti a mio nonno perché nella sua testa si erano appena conosciuti, oppure sapeva che ero suo nipote però era convinta che quando andavamo a fare una passeggiata lei doveva tornare a casa di sua mamma perché se no la mamma si preoccupava che lei tornava a casa troppo tardi. È come se io fossi stato bambino insieme a mia nonna in qualche modo, lei con quella malattia stava tornando bambina, è come se fossi cresciuto con una nonna-bambina.

Mi ricordo che uno dei giochi che facevo di più con mia nonna era nascondino: io mi nascondevo e lei contava, lei contava io mi nascondevo. Uno dei modi, non so se è un nascondiglio poetico che gli ho dato io, però uno dei modi per cui mi sono giustificato quella malattia da bambino, era come se lei a un certo punto avesse iniziato a nascondersi e io non riuscivo più a trovarla perché non si ricordava chi era, non si ricordava che la casa dove vivevamo era la nostra casa, non si ricordava che il suo nome fosse Graziella. Nella mia testa a un certo punto ha iniziato a nascondersi nei suoi ricordi e poi nessuno l'ha più trovata».

Come nasce l'idea di coinvolgere Lino Banfi in "Lo ricordo io per te"?

«Scrivo la canzone, poi nasce la volontà di renderlo un racconto audiovisivo, un cortometraggio - Lino lo chiama sempre "largometraggio" perché dice di essere largo (ride, ndr. Mio nonno era un grandissimo fan di Lino, ma non ci eravamo mai incontrati e avevo un po' questa remora nel senso che sapevo che lui era molto sensibile alla tematica perché anche lui ne era stato protagonista insieme alla moglie Lucia e quindi avevo in qualche modo paura di coinvolgerlo su questo. Chiamo Mara Venier, le chiedo se secondo lei potrebbe turbarlo e lei si adopera per farci conoscere. Lino si è innamorato del progetto, perché nonostante fosse tanto fresco il suo dolore lui aveva tanto bisogno di raccontarlo in qualche modo, stava cercando anche lui un modo per mettere luce su questo, e ha capito che lo spettacolo lo avrebbe potuto mettere a disposizione di chi sta passando la stessa situazione.

Io sono tanto felice del fatto che lui si sia affidato alla mia scrittura, alla mia direzione per raccontare un pezzetto di vita mia ma anche un pezzetto di vita sua. Poi sono successe cose assurde, tipo che quando abbiamo iniziato a parlare delle storie reciproche, gli ho detto di quando mio nonno nonostante la malattia decide di rifare le promesse di matrimonio dopo 50 anni, quel giorno mia nonna si ricorda di lui per l'ultima volta. Una cosa di vita vera che è successa anche a Lino, nello stesso identico modo».

Questo brano doveva andare a Sanremo 2025?

«Allora, sai cos'è? Sanremo è un palco che per gli artisti italiani funziona un po' come un un gratta e vinci. È chiaro che se hai un progetto solido e bello che vuoi presentare a più persone possibili quello è il posto giusto. Questa canzone c'era da due anni o qualcosa di più, provo a presentarla due anni fa. Arriva il primo no, che è stato molto utile per la canzone perché da lì ha preso un'altra forma. È stata riscritta, rimodellata, resa più popolare in qualche modo. Poi è arrivato il secondo no, ma è da prendere come un'esclusione dalla linea editoriale di Carlo Conti, che, così come io in un disco non posso fare includere tutte le 40 canzoni che ho scritto, ma ne scelgo un numero che rispetta una linea editoriale, così ogni direttore artistico del Festival deve creare un filo rosso tra artisti e brani. Carlo ha avuto l'onere di scegliere una direzione editoriale e di fare un parterre di canzoni che potessero rappresentare l'Italia in quel momento e la mia canzone non è rientrata in questo.

Quest'anno ci avrei tenuto particolarmente, ma per un motivo di coincidenze, per cui la finale coincideva con l'anniversario dei miei nonni, il 15 febbraio, e avrei voluto festeggiando cantando la loro canzone.

E poi il libro, col fatto che c'è stata l'esclusione da Sanremo, ha preso una corposità diversa che con i tempi che avremmo avuto con Sanremo non avrebbe avuto, sarebbe stato comunque un suo progetto dignitoso ma non l'avrei esplorato abbastanza per farlo diventare quello che è diventato ora. Quindi ti dico: è stato giusto così».