Il 4 aprile è giorno di grandi uscite, tra cui quella di Tredici Pietro, che tutti abbiamo conosciuto con "Pizza e fichi" e "Tu non sei con noi bro", una canzone che era diventata quasi un meme, che ci ha tenuto compagnia durante il lockdown in pandemia. Tredici Pietro è cresciuto, i brani che erano nati quasi per scherzo o almeno così potevano essere percepiti all'inizio, fanno spazio a un progetto che è figlio di quattro anni di lavoro in cui il giovane artista di Bologna ha scritto e prodotto tantissimo per arrivare a selezionare tredici tracce, neanche a farlo apposta, che oggi compongono Non guardare giù. Un manifesto di crescita e maturazione artistica e personale, che viene dopo una serie di cambiamenti della sua vita, come la fine di una storia d'amore che dopo sette anni ha lasciato una fatica, ma anche la bellezza di sapere che quella storia è lì, «e farà sempre parte di me».

Noi abbiamo incontrato Pietro un giorno di marzo in Sony e insieme ad altri giornalisti abbiamo potuto rivolgergli delle domande sull'album, finendo per parlare dei giovani di oggi, ovvero lui e il suo pubblico, che non sono altro che i figli di una società in grande difficoltà, ma anche del ruolo della musica (politico o no?), del patriarcato e dei social, ma anche di salute mentale e amore. E molto altro.

Il titolo dell'album Non guardare giù

«Per me non guardare giù vuol dire non ti dare spazio ai tuoi pensieri intrusivi, non devi per forza trovare un senso alle cose. È solo attraverso il fare le cose, al muoversi, che si può trovare un senso. Magri sbaglio tutto, però per me vuol dire questo. Ma anche "guarda giù" perché vuol dire "guarda cosa succede a non guardare giù, a fregartene solo di te e non degli altri, di chi hai vicino". Poi se non guardi tanto giù finisci a isolarti. Quindi è un po' una provocazione ed è una metafora di questo momento storico, forse. Di quel momento in cui muoiono 350 ragazzi sulla Striscia di Gaza e spegniamo il telefono o il televisore e non guardiamo giù. Perché è impossibile continuare con le nostre vite mentre nel mondo succedono queste cose, e allora l'unica soluzione ci sembra non guardare. Dovremmo davvero trovare lo spazio per cambiare questo mondo. È normale che non guardiamo giù. Allo stesso tempo guardiamo sempre giù, nel senso che siamo sempre attaccati allo schermo del telefono. No guardare giù anche perché devi sempre prenderti cura di chi hai accanto. In realtà sarebbe da scendere tutti insieme e fare la rivoluzione, però ci sono lotte quotidiane, dall'affitto alla propria sopravvivenza, ognuno combatte la sua guerra».

La copertina

«Inizialmente volevo mettere un Uroboro, una figura della mitologia che è un serpente che si mangia la coda, che si ritrova nella mitologia di quasi tutti i Paesi del mondo. È il circolo della vita, è l'incoerenza della nostra natura. Poi ho scelto di mettere il cielo».

Il mondo si può cambiare?

«La speranza è che ci attiviamo, svegliarsi come collettività. Il cambiamento parte dal singolo perché coinvolge l'altro, da soli non si fa nulla. E siamo il riflesso degli altri. Il singolo passa immediatamente al gruppo. Nel momento in cui tutti abbiamo priorità di altro tipo, è l'ennesimo tratto di incoerenza».

Cosa pensi della nostra generazione?

«Vedo un disagio enorme, un'incapacità di azione perché ci troviamo a dire "so che c'è bisogno di fare la rivoluzione", ma come? La rivoluzione si fa con i soldi, ma dove sono? E parlarne ti fa sentire ancora più lontano da tutto. Infatti sono contento di aver fatto il disco perchè è più delle parole e può diventare fuoco se qualcuno ci soffia su questa cenere. Mi trovo la notte a parlare con amici e poi si arriva sempre a dirsi "ma sì tanto siamo congelati", perché prima dobbiamo occuparci di noi, risolverci le nostre cose. Per comprarci la casa noi dobbiamo fare i miracoli, non come i nostri genitori».

I featuring

«Ho deciso di farli con amici, perché è un disco molto personale, quando parlano loro è come se parlassi io perché sono persone con cui mi trovo nella quotidianità. Esprimono i miei valori quindi se sono dentro al disco è perché son dentro la mia vita. Se vorrò fare il disco da hit proverò a chiamare i mostri sacri, sperando che mi rispondano (ride, ndr). Con Irbis, Bussa e Psicologi ci siamo conosciuti attraverso la musica ma fanno parte di me e parlo attraverso la loro voce, nel disco».

Il patriarcato, in "Soldi denaro moneta"

«Penso di non aver mai parlato di qualcosa che non vivo nella quotidianità. Ne ho parlato perché vivo in una società che ha questa impostazione, non posso non essere sulla Terra. Spesso non parlarne è solo per tenere lo status quo attivo e spesso è anche perché non si notano le cose. Sono convinto che tanti rapper non lo dicono per essere certificati dal loro gruppo di appartenenza. Io ho parlato tanto anche di salute mentale, ma perché sono figlio di una società che per fortuna inizia a parlarne, si è sbloccato qualcosa. Effettivamente il rap è molto restio, diventa misogino nel momento in cui diventa fisico e brutale. C'è sempre questa cosa di "questo è sotto, lei è sotto, io sto sotto", però è una cosa da sottoni».

Il rap è politico?

«I rapper fanno quello che fanno tutti, parlano di "io", come fanno le persone a tavola. C'è poco confronto e molta messa in mostra, il rap viene a colmare un momento perfetto in cui le persone vogliono sentire parlare di sé in cuffia. Il rap dovrebbe essere politico? Il rap non dovrebbe essere niente, siamo una generazione poco politica perché abbiamo altre battaglie da risolvere, abbiamo altre priorità e la politica va in secondo piano. Io ho votato e anche non votato. E mi sono vergognato molto quando non ho votato, perché meglio andare e fare scheda bianca che non andare proprio, almeno dai un segnale per dire che forse serve un'altra forma di governo, che sostituisca il Parlamento. Io sono di Bologna e vivo nel mondo della musica per cui il discorso dell'Uomo Forte (dal sondaggio della Bocconi), è un discorso di mancanza di memoria. L'unica soluzione che mi sembra plausibile per svegliare le coscienza è una guerra».

Tredici Pietro e Gianni Morandi, di padre in figlio

«Io volevo fare rap, potevo mica chiamarmi Pietro Morandi? (ride, ndr) Prima tra l'altro mi chiamavo Mastro P, bruttissimo nome. Sicuramente c'è stata la scelta di allontanarmi da lui, di non usare il suo nome, di darmi un'identità. Allo stesso tempo ci sono molte analogie, come quella di fare oggi la "musica nuova", come mio padre faceva negli Anni '60, la musica leggera, così veniva chiamata, quella che nessuno capiva. Oggi invece è considerato un grande, un anticipatore. C'è un grande filo rosso. Dall'altro lato ho la fortuna di non avere il paragone diretto perché faccio un'altra cosa. Quando gli faccio sentire le mie cose non può capire magari il significato, ma capisce il filo rosso, il motivo che mi ha spinto a scriverle. I miei genitori ci sono sempre stati, sono io che non ci sono stato. Io a loro devo tutto».

Salute mentale: «Il terapista di oggi è il nuovo Pantheon»

«Mi sembra che quel ruolo della verità assoluta, che lui. il vero e non posso controbatterlo, che magari prima aveva il prete in quanto ambasciatore di Dio in Terra, oggi mi sembra che l'unica voce cui fai riferimento quasi come figura assoluta sia lo psicologo. Viene messo quasi sul piedistallo dalla società del sapere, come luogo dove tu metti tutto te stesso, dove vai a conoscerti, il luogo dell'Assoluto. Poi ognuno ha la sua verità, infatti ognuno ci va da solo, mentre in Chiesa ci andavamo in gruppo e te ne uscivi rinfrescato, con un'unica verità. Ci sono andato da ragazzo, da un signore bravissimo che mi manca tantissimo perché mi ha aiutato tantissimo, poi non ci sono andato per un po'. Ci sono tornato sforzato, perché temevo che risolvendo le cose non avrei avuto più niente da dire, da scrivere, da cantare e invece tutto il contrario. Ma quando mai ho pensato a una c*****a del genere. E sono anche scappato, non ho finito la terapia, ho terminato prima del dovuto scappando perché non è per niente facile e poi c'è da aprire un altro discorso ancora, che è quello che io sono fortunato, ma non tutti possono permetterselo».

L'amore

«Ho avuto una storia molto importante di 7 anni su 27, l'unica vera. È ancora lì, la sento addosso, anche se è finita. Ne ho parlato tanto nel disco praticamente in ogni canzone. Le ho mandato il disco, mi ha detto che sono bravo (sorride, ndr). Abbiamo convissuto a Milano, prima io ero a Bologna e lei a Roma. Però va bene dai, ci ho sofferto tanto ma è stato bello».

TRACKLIST “NON GUARDARE GIÙ”

1.NON GUARDARE GIÙ

2.morire

3.EMIRATES

4.LikethisLikethat

5.TEMPESTA feat. Lil Busso, PSICOLOGI

6.SEMPREtardi

7.verità

8.MILANOcollane

9.GALLEGGIARE

10.respirare

11.$OLDI DENARO MONETA CA££££HH

12.Serve Amore feat.Irbis

13.TRADIRti