La prima canzone che ascoltai di Gracie Abrams fu I miss you, I'm sorry. Inutile dire che me ne innamorai subito: io, l'eterna fedelissima delle playlist strappalacrime, delle canzoni che dipingono perfettamente scene di cuori spezzati, cresciuta a pane e All Too Well, alla continua ricerca di quel cantautorato americano dal sapore drammatico pop. Poi è stato il momento del brano Brush Fire, che si è conquistata una dignitosissimo quarto posto nel mio Spotify Wrap per due anni di seguito. Poi è arrivato "Good Riddance" (che giusto l'altro giorno ha compiuto due anni e lo ha ricordato anche Gracie stessa durante un momento del suo Bedroom Stage ieri sera ), con The Blue (di canzoni d'amore ne faccio sempre a meno, ma questa la consiglio caldamente), I know it won't work e I should hate you facendomi confermare il sospetto che quelle voci che circolavano in quel periodo sul fenomeno Nepo Baby e la ingiusta considerazione di tali come prodigi fossero infondate (almeno nel suo caso). Posso sinceramente dire che Good Riddance è tutt'oggi un album che entra nella rosa dei miei preferiti grazie a quel singolare miscuglio di parole recitate e cantante, quel sentimento di impellente verità che viene trasmesso dalla scrittura della Abrams e quel sottofondo sonoro che culla, che rammarica, che da vita a una melanconia latente, talmente sincera da risultare irresistibile.

"The Secret of Us", ultimo album di Gracie nonché protagonista principale del concerto all'Unipol Forum di Milano di ieri sera, cristallizza il suo status di celebrità. Nata per stare sotto i riflettori, il palco le si addice. Come le si addice perfettamente l'alternarsi di canzoni al piano e alla chitarra; l'abito rosso e avvolgente che disegna la sua impeccabile figura; il caschetto corvino (che già è in tendenza e si appresta a diventare il taglio dell'estate); il momento della Surprise Song (maestra Taylor Swift) che per Milano è stata una incredibile novità: canzone unreleased per scusarsi del suo mal di gola (Gracie non c'era bisogno, abbiamo amato ogni singolo momento); lo scambio di battute con il pubblico

Un'ora e mezza che passa veloce, spedita, divertita, che quando finisce ti lascia speranzoso di sentire ancora qualche altra canzone; che ti fa uscire dallo stadio canticchiando e promettendoti di iniziare a indossare di più le slingback (per Milano, Maison Chanel ha vestito la cantante con slingback argento coperte di strass. Un sogno); che ti fa ricongiungere con i tuoi 20s, così incasinati e così fatalmente irriverenti. Ah, dopo il concerto la prima cosa che ho fatto è stato cercare vestiti con maniche a palloncino e fiocchi. Ma questo è quasi scontato da dire.

Durante la serata Gracie chiacchiera, sembra di conversare con un'amica, viene voglia di raccontare i propri segreti e ballare in pigiama tutta la sera con un home-made Espresso Martini in mano. Questa convinzione di essere tra intimi, viene rafforzata da un letto che diventa elemento focale del secondo stage (appunto, soprannominato Bedrooom Stage, dove canta I Miss You, I'M Sorry), dalle confessioni che Gracie fa in modo tanto spontaneo quanto nostalgico ("Non vi sarà sfuggito che, oh shit, ho saltato qualche canzone, ma sono raffreddata e volevo darvi comunque uno show degno di nota"), dal suono singolo della chitarra acustica, dal suo naturale stupore nel riconoscere i fan tra il pubblico ("Ma io ti ho scritto una lettera" afferma "Ragazzi vi devo raccontare questa storia, è incredibile").

Su Close To You, che chiude il concerto, tutto il Forum d'Assago salta. Il concerto finisce. In metro verso il ritorno a casa siamo tutti d'accordo: è stata una serata memorabile.