Lei che si era esibita un po' ovunque, persino in apertura ai Coldplay (nel giugno 2023 allo stadio Maradona di Napoli) e a Lana Del Rey (a luglio 2023 al Lido di Camaiore), non l'aveva mai fatto in una stazione. Abbiamo incontrato Laila Al Habash in occasione del TrainlineFest, organizzato dall'app Trainline, tenutosi la sera del 26 settembre nel piazzale della Stazione Centrale di Milano, che si è trasformato in un festival a cielo aperto. Sul palco, oltre a Laila Al Habash, anche La Rappresentante di Lista, Akeem e Sarafine. Così, parlando con Laila Al Habash, cantante italo palestinese che a giugno ha pubblicato il suo ultimo progetto, l'Ep Long Story Short, siamo partire dalla sua esibizione nel cuore della città siamo finite a raccontarci tutt'altro. Di tempo, del suo esistere o non esistere e di quanto ce ne vuole per emergere. Ma anche e soprattutto dei prossimi passi della musica di Laila, una svolta verso la produzione dei brani e l'impegno sempre presente per la causa che più di tutte le sta a cuore.

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Traimline
Laila Al Habash al TrainlineFest

Com’è stata l’esibizione per Trainline?

Non avevo mai suonato né tantomeno avevo mai visto un concerto alla Stazione Centrale di Milano, che è un posto che io frequento tantissimo e frequentavo già prima di trasferirmi qui, è un luogo a cui sono affezionata. Quindi è stata una bella occasione per viverlo senza ansia (ride, ndr)

In tema di viaggio: qual è il posto dove preferisci esibirti, Italia o estero?

Tra Italia ed estero cambia molto. In Italia si trova sempre un calore, un'affezione particolare, mentre all'estero si vede tanta curiosità, tanto interesse in persone che non hanno idea di chi tu sia. Mandare sold out un teatro all'estero dà sensazioni diverse, quello di conquistare il pubblico alla cieca. Quando vado all'estero le persone mi dicono «Non ti conoscevo e sono venuto qui per ascoltarti, non ho capito niente di quello che hai detto ma mi è piaciuto tantissimo» e questa cosa mi fa volare. È divertente farsi conoscere in questo modo. Per come scrivo io le canzoni, dove il testo ha sempre la stessa importanza della musica, mi piace pensare che siano cuciti un po' insieme: se ti arriva la musica capisci qualcosa del testo e viceversa.

A proposito di testo e musica, in Long Story Short c'è un brano, "In breve (outro)" che è prodotto da te. Dobbiamo aspettarci una svolta da producer?

Quel pezzo è nato perché metto sempre nei miei album un momento in cui succede qualcosa di nonsense, che apparentemente stride. Questo brano era un'ottima occasione per inserire una frase che ho sognato una notte di tanti anni fa, a cui sono molto affezionata e che ha guidato tanta parte del mio lavoro. La frase è: «Il tempo è una cosa che è di tutti ma non ce l'ha mai nessuno». Quindi ho preso questa occasione, perché "In breve (outro)" non ha un ritornello, non è un singolo, e mi sono sbizzarrita. Ad esempio ci ho messo elementi di musica araba come la Zaghrouta, questo urlo tradizionalmente fatto dalle donne durante le cerimonie importanti.

Il mio obiettivo è quello di diventare sempre più brava nella produzione. Questo è stato un esperimento breve, ma la prossima volta mi impegnerò in qualcosa di più complicato e lungo.

Parli del tempo in questo brano, ma anche nella cover dell’Ep, dove sei seduta su un’enorme clessidra: qual è il tuo rapporto con il tempo?

Nella copertina ho giocato con la visione di una cosa molto piccola diventata enorme, così come il titolo Long Story Short, ovvero una cosa lunga che può essere anche riassunta in molto poco tempo. Mi piaceva questo gioco di dimensioni in cui vivere, come vedere una cosa molto da vicino e molto da fuori.

Fondamentalmente per me il tempo non esiste, dipende da come mi ci metto io accanto, se voglio ossessionarmi e pensare che la clessidra che ho sul tavolo è qualcosa in cui mi posso perdere lo faccio; se voglio invece avere il controllo posso dire 'questa clessidra dura giusto qualche minuto non devo farne tutta la mia vita', allora la guardo più da lontano. Insomma, puoi dire che la vita è un attimo o che è lunghissima, sono entrambe cose molto vere. Questo concetto si sta ricollegando molto ai lavori miei che devono uscire.

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Trainline
Gli artisti al TrainlineFest

Quanto tempo ci vuole a un artista per emergere?

Io ancora non mi sento emersa, so che lo sono in un certo senso, ma non ne ho la percezione completa, nel senso che mi stupisco sempre che cantino le mie canzoni. E ti assicuro che non lo dico per modestia. Forse ognuno ha il suo viaggio: il processo di un artista che deve emergere tante volte è dettato da un algoritmo che impazzisce, da fattori indipendenti.

Per emergere, almeno da ciò che ho visto io, puoi anche essere scaraventata immediatamente su un palco con migliaia di paganti, però veramente è una continua scoperta anche delle proprie fragilità, ad esempio su come affrontare il live, convivere con l'immagine che dai di te, capire come aggiustarla, che sei un lavoro in corso. Forse dall'esterno si percepisce una sorta di shift di sicurezza, è quello il momento in cui un artista emerge, quando prende coscienza di sé, riesce a maneggiarsi bene.

Un altro tema ricorrente nella tua musica è quello dell'amore, spesso in tinte aspre. In "Giura" parli di un amore spietato, in "Sottobraccio" di amore nucleare: raccontami questo sentimento

È un sentimento che mi è capitato spesso di provare, è qualcosa di così forte che fa il giro. Io dico sempre che la rabbia sta vicino alla tenerezza. Oddio così sembra un po' violento, ma è quella sensazione di quando vedi un cucciolo e ti viene voglia di arrabbiarti per quanto è carino. Sono una persona a cui piace giocare, sia con le parole che con gli argomenti, in generale sono una che scherza molta e nelle canzoni rifletto la voglia di comunicare in questo modo un sentimento totalizzante. Questo viene anche da canzoni che mi hanno influenzata, mi viene in mente Gianna Nannini che dice 'questo amore è una camera a gas' o 'un gelato al veleno', è un topos molto familiare alla musica italiana. Sono convinta che le canzoni negli anni comunichino tra loro, ci sono temi che negli anni tornano e vengono portati avanti da un autore all'altro.

In Italia, spesso, gli artisti che prendono posizione politica sono criticati: tu ti sei esposta riguardo alla Palestina, com’è stata la reazione attorno a te?

Io essendo italo palestinese questa causa la seguo da sempre, ce l'ho sempre avuta in casa e anche prima di fare musica, al liceo, ero già molto attiva in quel senso: mi adoperavo affinché venissero a parlare a scuola delle persone che erano state esemplari nella causa palestinese. Insomma a ora non è cambiato tantissimo se non per il fatto che ora ho più persone che mi ascoltano. La situazione, un anno fa come oggi, era ed è gravissima e io continuo a fare nel mio piccolo.

L'unica cosa che mi ha un po' perplessa nella ricezione altrui è stata che le persone venivano a chiedermi perché non stessi postando tutti i giorni sul tema. Questa cosa mi ha fatto rendere conto che per tanti si trattava più di una performance social che di una causa alla quale dare supporto davvero, dalle donazioni ai presidi, le manifestazioni, ci sono modi per boicottare. Sono contenta invece di vedere tante realtà attive, con cui ho lavorato. Questo mi fa sentire utile.