Gareggiare con alcuni dei più grandi compositori per il grande schermo non è facile: in un Paese che ha una tradizione vivissima, con Nino Rota, sino alla generazione dei primi sperimentatori come Ennio Morricone, Piero Umiliani e Piero Piccioni. L'Italia si è sempre distinta per le colonne sonore di film, che spesso sono diventate più importanti della sceneggiatura stessa, ma qual è la situazione, oggi? Perché nonostante ci siano nuovi e interessanti compositori, la musica dei lungometraggi è sempre meno centrale?
Riflettendo su quelli che sono stati i nuovi esordi nazionali del 2024. un film che fa sicuramente ben sperare per il futuro, in cui la musica diventa la voce di una nuova via compositiva, è senza dubbio l’esordio alla regia di Margherita Vicario, Gloria!. Raccontando una storia ancora poco nota, come la formazione delle più importanti orchestre femminili nel 1800 in Italia, tra cui quella de Le Figlie di Choro che contribuirono a rendere Antonio Vivaldi uno dei più grandi compositori di tutti i tempi, Vicario costruisce una storia universale fatta di autentici linguaggi in cui la musica è la voce narrante.
Come illustrato ampiamente nell’articolo di Paul Rosemberg, Le eroine ignote del Barocco: le Figlie di Choro ai tempi di Vivaldi, sin dal 1300 con la formazione del primo Ospedale caritatevole di Venezia, Pietà, in cui si formò la suddetta orchestra, vennero accolti tutti i bambini indesiderati e abbandonati in città e a cui successivamente venivano impartiti i massimi insegnamenti come la lettura, la scrittura e la musica e formati nelle abilità professionali. «Anche le ragazze erano educate alla lettura, alla scrittura e alla musica e ricevevano una formazione professionale. Tuttavia, l’unico modo per lasciare l’istituto era sposandosi o facendosi suore. Le donne che non perseguivano una di queste opzioni vivevano alla Pietà per tutta la vita, in condizioni di vita rigide e isolate. Raramente le residenti erano autorizzate a lasciare il complesso e la ricreazione era limitata a una gita in spiaggia ogni estate. Gli uomini non erano ammessi tra le donne residenti senza supervisione. La vita quotidiana era un alternarsi di lavoro e preghiera. L’istituzione stessa era come una piccola città, autosufficiente e autogestita dall’interno, con un personale principalmente di donne. La Pietà era dunque uno spazio quasi totalmente femminile».
Con la nascita di nuovi ospedali caritatevoli, dopo la Controriforma ecclesiastica, e la possibilità di dare messa permisero alle giovani di cantare nei cori della loro chiesa e attirare conseguentemente nuovi fedeli. «Per tutto il Seicento l’importanza della musica in tutti e quattro gli Ospedali cresceva rapidamente. La musica non solo portava folle nelle chiese, ma produceva anche sostegno finanziario e generosi lasciti da parte di cittadini facoltosi. Così, mentre la funzione principale del Coro era liturgica, la sua capacità di attrarre benefattori aggiungeva un altro potente impulso alle esibizioni: raccogliere fondi. Fu così che gli Ospedali di Venezia si trasformarono rapidamente in scuole di musica organizzate che producevano cori e orchestre altamente qualificati». Ma come aggiunge la stessa Vicario, nonostante la formazione d’eccellenza, queste artiste non potevano fare della musica una professione e così, mentre nei corrispettivi Conservatori Napoletani maschili si formavano musicisti professionisti, negli Ospedali di Venezia le ragazze potevano ambire solo ad un buon matrimonio, oppure a suonare a vita per la Gloria di Dio.
Le protagoniste della sua favola contemporanea si muovono all’interno di uno spazio sospeso nel tempo in cui la scoperta del primo prototipo di pianoforte, in una stanza magica e abbandonata del convento per educande, Sant’Ignazio, le condurrà verso una nuova verità che solo la musica poteva effettivamente mostrargli. Le anime che lo compongono (Lucia, Bettina, Marietta e Prudenza) che sembrano suddividersi parallelamente come quattro movimenti di una sinfonia, verranno guidate dalla domestica Teresa, detta la muta, che avvicinandosi alla musica come unico elemento per far comprendere la sua voce, le convincerà a sperimentare, quasi per gioco, passando dal jazz alla forma canzone, e a comporre il concerto rivoluzionario e reazionario per il nuovo Papa Pio VII.
Sin dalla prima sequenza, in cui viene ritratta la quotidianità mattutina del convento, ogni elemento si trasforma in musica. È la mente di Teresa a concepire un nuovo modo di ascoltare la propria vita facendo si che ogni elemento terreno, con il suo specifico timbro, diventi il fine per una sua composizione vitale e personale all’interno di una specifica partitura. Come analizza Chiara Del Zanno su Rolling Stone, è sempre la musica a scandire inquadrature e movimenti di macchina, battute, stacchi e raccordi di montaggio, azioni in campo e impercettibili gesti che diventano tutti, incessantemente, colonna sonora.
La musica è un gioco e il modo in cui si conforma non deve per forza essere soggetto a delle regole ferree. È qui che entra in scena anche la grande maestria compositiva della regista e del suo producer Davide Pavanello (Dade). In un’epoca in cui sembra obbligatorio utilizzare anacronismi musicali, è interessante come le loro composizioni sappiano far confluire al suo interno molteplici generi senza che lo spettatore avverta la minima differenza tra ciò che le orchestranti riproducono e le inflessioni di nuove sonorità mai ascoltate prima.
La colonna sonora originale è un autentico flusso sonoro continuo che si interroga sulle infinite possibilità artistiche che le orchestranti, rinchiuse negli Ospedali, avrebbero potuto raggiungere se lasciate libere di professare la propria musica, e così facendo non si sofferma unicamente su quelle che potevano essere le inflessioni barocche di primo Ottocento ma ne ampia lo spettro musicale fino ai giorni nostri.
In Gloria! non è solo la musica a raccontare, ma anche i bellissimi costumi di Mary Montalto, la fotografia fiamminga di Gianluca Palma, sino alla costruzione del convento veneto di Laura Casalini e Francesco Fonda: ogni elemento è stato perfettamente studiato per rendere onore non solo alla sua narrazione sonora, ma a tutto il mondo immaginifico di Margherita Vicario.
Gloria! ci insegna che la musica può essere un gioco, per Teresa e per tutti noi, un mondo a cui ci si avvicina per caso e in cui la protagonista riscrive i canoni dei dogmi della musica ottocentesca. Con la sua narrativa avvincente e la sua ricca colonna sonora, il film si impone come un'opera che riflette sul passato mentre guarda al futuro, offrendo una visione rinnovata di una storia erroneamente dimenticata attraverso gli occhi di Margherita Vicario. Ne sentiremo parlare ancora per molto.














