Quasi un milione e mezzo di follower su Instagram. Un tour nei teatri con il suo spettacolo Il saggio di fine anno sold out in tutte le date che ripercorre i ricordi e fa ridere, tanto ridere. Un libro best seller con Mondadori, un podcast primo in classifica. Camilla Boniardi, in arte Camihawke, dieci anni fa iniziava a postare i suoi primi video online, oggi si ritrova a essere una delle content creator più seguite e amate del web, rendendo oro tutto quello che tocca. Laureata in Giurisprudenza ha chiuso in un cassetto la laurea scegliendo di invertire la rotta del suo futuro per stare bene, per fare qualcosa che le piacesse e desse soddisfazione.
Non si sarebbe mai aspettata un ritorno così grande del pubblico. Si guarda indietro e ringrazia il suo coraggio di buttarsi, ma anche i genitori che dieci anni fa l’hanno lasciata libera di scegliere, perché quel che contava era vederla felice. Felice lo è. Fa il lavoro dei suoi sogni, è innamorata di un cantante dai capelli lunghi che gioca con lei ai videogiochi (Aimone Romizi, il cantante dei Fask), gli amici sono la sua isola felice.
Ma come sempre succede, quando la tua vita è online, non mancano gli hater. Ed è proprio a loro che Camihawke ha dedicato una parte del suo spettacolo teatrale, rispondendo a quelle dita appuntite che si sono divertite ad attaccarla non appena hanno visto che sarebbe entrata in teatro, come se il teatro non meritasse la sua presenza. Ha messo in piedi un gioco comunicativo che ha fatto centro, evitando di mostrare quello che avrebbe messo in scena, rendendo virali sui social solo le foto di due momenti ben specifici. Il primo, nell’anteprima del tour, in posa da Marina Ambramović, chiedendo al pubblico di scrivere frasi che esaltassero il suo talento. Il secondo, durante le venti date concluse ad aprile, con una chitarra in mano, che la raccontassero come nuova promessa della discografia. Ci sono cascati tutti, ci siamo cascati anche noi.
E mai risposta ai leoni del web funzionò di più. Quando tutti scrivono che sei bravissima, un talento da valorizzare, una stella nascente della musica, non importa se lo scrivono perché lo hai chiesto tu a tutti i presenti, il messaggio gira online e diventa vero anche per chi ha solo voglia di attaccare. Che poi sia vero davvero è tutta un’altra storia.
Hai chiesto al tuo pubblico di non riprendere lo show, se non in un momento ben preciso, scelto da te. Come è nata l'idea?
«Inizialmente il momento Marina Abramović era nato come gag, semplicemente per comunicare in modo diverso lo spettacolo, non volevo spoilerare quello che sarebbe andato in scena. Il teatro ha una magia che si perde quando viene raccontata sui social. C’era la volontà di dire il meno possibile, è diventata una riflessione su quanto la comunicazione possa essere pilotata, di come uno spettacolo possa essere raccontato in modo completamente diverso da quello che poi effettivamente è».
Ed è poi diventata la tua risposta agli hater.
«La risposta del pubblico è stato il modo di rispondere a chi si permette di dare un giudizio senza avere nessuna contezza di quello di cui sta parlando. Le critiche erano arrivate ancora prima che i biglietti fossero in vendita, non avevo raccontato nulla di quello che avrei fatto, questa gag è servita a dimostrare come le persone giudichino senza conoscere, parlino per immagini viste, senza sapere. Il giudizio può ferire».
Tu come reagisci al giudizio?
«Quando sono critiche sulla base di niente è molto difficile reagire bene. Io non reagisco sempre bene. È chiaro che nel corso degli anni ti fai le spalle larghe, ma dipende dal carattere e il mio non è esattamente refrattario alle critiche».
Come le affronti?
«Cerco sempre di contornarmi di persone che mi vogliono bene. Ci sono momenti in cui quelle critiche mi bloccano, mi fanno pensare di smettere, però farlo davvero sarebbe come darla vinta a queste persone e allora mi circondo di chi mi aiuta a superare quei momenti. Anche se poi la chiave per superare gli attacchi sei solo tu».
Sul palco Camihawke, fuori dal palco Camilla. C’è differenza?
«Se Camilla fosse Camihawke sarebbe strano. Credo che chiunque produca contenuti abbia una sua vita privata. Diciamo che Camihawke è un cerchio contenuto in un cerchio più grande che è Camilla. Tutto ciò che è Camihawke è Camilla ma non tutto ciò che è Camilla è Camihawke. Sembra uno scioglilingua».
Chi è Camilla?
«Una ragazza molto semplice che è cresciuta in una famiglia abbastanza felice, che ha studiato e che ha cercato di trovare una propria dimensione del mondo, anche se all’inizio ha fatto fatica a decifrarla. Ho avuto una crisi post liceo e post università, mi sono accorta di aver sbagliato strada e ho dovuto capire quale fosse invece la direzione migliore per me, per realizzare i miei obiettivi. Mi sono ritrovata in questo oceano con le onde alte e ho fatto questo tuffo nel vuoto, lanciandomi nel web, un luogo che nel 2014 era ancora abbastanza indefinito».
La tua famiglia come ha vissuto il tuo mettere da parte la laurea?
«Devo essere onesta, la mia famiglia è sempre stata molto comprensiva. Per i miei genitori la priorità è sempre stata vedermi felice e realizzata. Volevano che facessi qualcosa che mi desse gioia ed erano stati testimoni di un percorso universitario che effettivamente di gioia me ne aveva data molto poca».
Gli sbagli e le scelte sono il tema del tuo spettacolo, che hai affrontato anche nel tuo primo romanzo. Quanto è importante permettersi gli errori per te?
«Gli sbagli sono quei paletti che ti aiutano a tracciare un percorso. All’inizio abbiamo di fronte a noi una distesa, una landa che non ha nessun tipo di strada segnata. Gli errori sono anche quelli che ti permettono di capire il percorso giusto. Certo servono anche i successi per tracciarlo».
Quando non sei esposta al giudizio degli altri cosa ti piace fare?
«Sto con le persone che amo, con i miei amici. Le mie batterie umane si ricaricano in pochissimo tempo e durano tantissimo quando sto con le persone che mi amano e non mi giudicano. Inutile poi negare che il mondo videoludico ricopra una fetta molto grossa della mia vita».
Tra le persone che ti amano non possiamo non citare il tuo fidanzato. È difficile stare insieme quando si fanno due lavori artistici?
«Quando fai dei lavori che ti portano a stare lontani anche per lunghi periodi non possono esserci grandi insicurezze nella relazione. Noi abbiamo un enorme fiducia l’uno per l’altra, la fiducia e la stima che ti portano a poter affrontare questo tipo di vita. Non è per tutti, non è per chi ha necessita di vivere la relazione quotidianamente. A volte piacerebbe anche a noi vederci sempre, ma abbiamo entrambi uno spirito creativo che si sposa bene con questo tipo di vita. Non rischiamo mai di annoiarci».
Se pensi al futuro cosa immagini?
«Cerco di non pensarci troppo, mi triggera. So però che questi anni mi hanno dimostrato che sia io che lui sappiamo reinventarci quindi so che qualsiasi cosa succederà nel mondo della comunicazione troveremo sempre il modo di continuare a fare quello che amiamo. Personalmente mi auguro di stare ancora con lui, felici, non so dirti se sposati e con figli, non sono ancora pensieri che abbiamo toccato, ci basta sapere che sarà insieme».
Bilanci invece ne fai? Cosa rimane del tour?
«Ha superato le mie aspettative, mi ha dato tantissimo a livello personale, volevo incontrare le persone che in questi anni mi hanno dato il loro supporto e abbracciarle, è stato bellissimo. Ci tengo a ringraziarle tutte. Ma è stata anche una grande crescita professionale. Ho affrontato l’ansia di performare davanti alle persone reali. Spesso si pensa che un content creator sia abituato a parlare di fronte al pubblico, ma in realtà sei di fronte a tanti profili dietro a uno schermo. Non volevo deludere le aspettative di chi ha speso tempo e soldi per venire a vedermi».
Come hai affrontato quell’ansia?
«Mi sono buttata. Il mio corpo reagisce fisicamente alla paura, ci sono stati momenti poco piacevoli, ma ho studiato il più possibile per assicurarmi di arrivare sul palco preparata e ho avuto la fortuna di essere circondata da un team di professionisti che mi hanno fatta sentire sempre al sicuro, creando un clima di lavoro non giudicante. Le prime volte sono state terribili, poi è andata meglio».
Paura superata?
«Sicuramente la prossima volta vivrò tutto in maniera più tranquilla».
Ci sarà una prossima volta quindi?
«Sì, fino ad oggi ho sempre risposto in modo vago ma posso dire mi piacerebbe tornare con qualcosa di diverso e ci stiamo già lavorando».











