La carta da parati dello studio di Francesco Bianconi fa da preludio all'ascolto di Elvis, il nuovo album dei Baustelle: solcata la porta di uno storico appartamento della vecchia Milano, con le classiche marmette e vecchi parquet, si entra in una sorta di bosco disegnato sui muri, color verde scuro, con alcuni frutti aperti, forse fichi?, pappagalli e passerotti appollaiati sui rami. A presidiare le numerose chitarre, «La più preziosa è questa Gibson del '68», c'è poi un capriolo imbalsamato a vegliare sul pianoforte, chiusura di un quadro silvestre che preannuncia sicuramente cose grandi e inaspettate.

Inizia così l'ascolto dell'ultimo lavoro dei Baustelle, in uscita venerdì 14 aprile per BMG, dalla «forma di glam rock tipicamente baustelliana» che segna il ritorno del gruppo dopo cinque anni di separazione. «Ci siamo detti che l’unico modo per tornare era quello di tornare in una forma sincera, diretta, vera, tornare come se dovessimo ricominciare da capo. Tornare alle origini, al suonare in sala prove. Tornare persone che suonano insieme. E così è stato: Elvis è una rifondazione».

Dieci tracce che affrontano il tema della decadenza, con un titolo che si rifà al Re del Rock and Roll che più di tutti ha rappresentato la gloria e la caduta. Ecco che i Baustelle decidono, così, di affrontare con una nuova geografia dei sentimenti: non più la città ricca e scintillante di "Un romantico a Milano", ma quella della decadenza e della realtà di "Milano è la metafora dell'amore", in cui il protagonista si muove tra i quartieri più periferici del capoluogo e dell'hinterland, dove l'amore nasce negli spogliarelli della Brianza. Superata la gloria apparente resta la decadenza di persone e storie vere, che hanno la voce di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi.

L'intervista ai Baustelle

Siete tornati dopo 5 anni con un progetto completamente nuovo. Forse a volte serve stare lontani per ritrovarsi?

«Sai cos'è successo una settimana prima del lockdown, nel febbraio del 2020? Ho fatto l'Iching (oracolo cinese, ndr) e l'oracolo ha parlato. È uscita fuori la Ritirata, e poco dopo hanno chiuso tutto. Gli orientali sono più saggi di noi: secondo la concezione orientale la ritirata non è una sconfitta, ma la strategia dei saggi. E lì ci siamo dovuti ritirare per forza di cose. Non voglio dire che è un bene che ci sia stato il Covid, però sicuramente è servito a fare una cosa, che poi torna spesso nelle canzoni dei Baustelle, a guardarsi dentro. La naturale tendenza degli esseri umani è quella di non volersi guardare dentro e avere paura o pietà di sé. Il lockdown, quindi l'assenza dalla musica, dalla vita sociale e metropolitana, ha costretto tutti a ricostruire la vita della polis stando in un buco senza uscire, obbligando la gente a uno degli incubi possibili, il guardarsi dentro. Sei costretto a pensare, e secondo me questo disco è influenzato dalla ritirata: siamo tornati al mondo suonando una forma di musica con più persone nella stessa stanza, più legata alla condivisione, alla comunità, come il rock and roll che nasce come musica da ballo e da divertimento. A volte la distanza serve, accade anche per forza, come in questo caso, ma porta i suoi risultati».

A proposito di condivisione, com'è cambiata la vostra concezione di amore in questi anni? Dal titolo del vostro album L'amore e la violenza, a "Andiamo ai Rave", contenuta in Elvis, dove amore è resistenza, cos'è per voi l'amore?

«"L'amore e la violenza" è una citazione che resta valida. In "Milano è la metafora dell'amore" parliamo di "vita che va", perchè l'amore è una continua trasformazione, un chaos, "si cresce o si muore", non è una cosa statica. È un mare abbastanza mosso nel migliore dei casi, a volte è anche un massacro. Per cui la concezione dell'amore che cantiamo è quella che tutti noi viviamo realisticamente, non c'è quasi mai nelle canzoni dei Baustelle una visione troppo idilliaca. C'è l'amore che può aiutare, un'ancora a cui aggrapparsi, a volte sembra l'unico senso e l'unica cosa che c'è. Io tutti i giorni mi chiedo quale sia il senso, e alla fine la cosa più facile è l'amore, che significa resistere alla possibilità che questo senso nella vita non ci sia. E nel frattempo ti aggrappi sperando che questo senso ci sia».

In Elvis, che prende il nome dall'eroe della decadenza, si parla anche di amori che finiscono.

«Nel disco c'è una canzone che si intitola "La nostra vita" che parla di un amore di una coppia, ispirato a una poesia di Louise Glück dove i protagonisti sono due amanti non più giovani. Glück scrive: "non ci amiamo più, ma ancora crediamo". L'amore è questa cosa qui, la possibilità di caduta, ma anche di salvezza, e va salvaguardato».

In questo disco l'amore si trova anche nella decadenza delle storie di persone normali, di provincia. Com'è cambiata la vostra mappa sentimentale di Milano da "Un romantico a Milano" a "Milano è la metafora dell'amore"?

«"Un romantico a Milano" è il brano di chi è appena arrivato in città, è la canzone di un migrante, parodistica, autoironica. Anche "Milano è la metafora dell'amore" lo è, ma è diverso, è la canzone di uno che ci sta e per certi versi è anche felice di starci. Muovendomi da Milano alla nostra provincia di origine, portando mia figlia dei nonni, confronto la decadenza della città a quella di provincia, dove si percepisce secondo me in modo più forte, più lampante. In Toscana la decadenza non la vedi perché la gente sparisce, se ne va, mentre a Milano la gente ci arriva. In Elvis c'è una canzone che si intitola "Gran Brianza Lapdance Asso di cuori Stripping Club", in cui una persona si innamora in un locale di strip, e poi c'è "Jackie", la storia di questa drag queen che alla fine nella sua eleganza è comunque la storia di una stella caduta, è Jackie, ma è Marylin. La decadenza è ovunque».

Come ci si sente a essere stati la colonna sonora dell'adolescenza di un'intera generazione?

Rachele: «Ce ne rendiamo conto quando le persone vengono da noi, ci fermano, ci dicono che sono cresciuti con la nostra musica. Poi è bellissimo che ognuno sia legato a un disco in particolare, a un aspetto diverso, è interessante. E mi fa piacere, moltissimo»

Francesco: «Io lo vedo adesso più di prima, non so cos'è successo, di essere riconosciuti di più, di essere un punto di riferimento. Forse grazie a questa mancanza, all'uscita di scena più lunga, le persone ci hanno cercati e quando ci vedono ci accolgono così. Forse si sono accorti che gli mancavamo».

Le canzoni di Elvis, nuovo album dei Baustelle

1. "Andiamo ai rave"

2. "Contro il mondo"

3. "La nostra vita"

4. "Milano è la metafora dell’amore"

5. "Jackie"

6. "Los Angeles"

7. "Betabloccanti cimiteriali blues"

8. "Gran Brianza Lapdance Asso di cuori Stripping Club"

9. "Il Regno dei cieli"

10. "Cuore"