Circa sette chilometri dividono lo storico bar cantato da Gino Paoli, quartier generale della Scuola Genovese, in zona Foce, da un piccolo locale affacciato sulla litoranea di Quinto, "A due passi dal mare", nomen omen. È lì che, giovanissimo, Bresh (al secolo Andrea Brasi) ha trascorso buona parte della sua adolescenza. Con gli amici e con la penna in mano. Mezzo secolo dopo i suoi illustri concittadini, che a partire dagli anni Sessanta diedero vita a un movimento culturale - la Scuola Genovese, appunto - in grado di rivoluzionare la canzone d’autore.
Da Fabrizio De André a Luigi Tenco, da Bruno Lauzi ai fratelli Reverberi, passando da Calabrese, Bindi e il già citato Paoli. «Se devo sceglierne uno che mi ha insegnato più degli altri, dico Faber», rivela il rapper classe ’96, in giro per l’Italia con Oro Blu Tour - oltre venti appuntamenti tra aprile e settembre - e fresco di lancio del nuovo singolo, "Il meglio di te", fuori dal 22 luglio. «Non riesco però ad individuare un brano in particolare dalla sua discografia, ce ne sono tantissimi che mi hanno segnato. D’altronde i miei genitori lo ascoltavano sempre in casa quando ero ancora un bambino, mi è rimasto dentro».
È stato il tuo primo approccio alla musica?
«Sì, quello più immediato, grazie alla mia famiglia. Poi, più avanti, c’è stato l’avvicinamento alla musica scritta: avevo voglia di dire qualcosa, di esporre i miei pensieri, anche in forma privata, e il rap era per me uno dei mezzi più semplici e belli».
Ti ricordi le prime frasi che hai buttato giù?
«Di preciso no, però ricordo che andai al concerto di Fabri Fibra a Genova, durante il Controcultura Tour del 2011, avevo 14 anni. Appena rientrato a casa, scrissi una canzone».
Ispirazione da Faber a Fibra. Legandomi al documentario La nuova scuola genovese, al quale hai partecipato, vedi analogie tra cantautori e rapper?
«Entrambi scrivono ciò che vedono, poi lo cantano, lo raccontano. Certo, sono cambiate le tematiche, ma anche perché era diverso ciò che ci circondava: come accade spesso, la storia ripropone lo stesso contenuto in forma diversa. E chissà, se fossero nati oggi, alcuni grandi cantautori del passato sarebbero dei rapper».
Secondo te ci sono alcuni temi che il rap non dovrebbe toccare? E altri sui quali varrebbe la pena soffermarsi di più?
«Si può parlare di tutto, questo è ovvio. Però va detto che oggi la musica è sempre di più un modo per distrarsi, ce n’è la necessità a causa del bombardamento a cui siamo costantemente sottoposti. Bisogna quindi unire un messaggio, un contenuto, magari una denuncia importante, a una certa leggerezza che ti fa apprezzare il prodotto nella sua interezza. Oggigiorno questa è la sfida, e come ogni sfida bisogna affrontarla, non fare finta di nulla».
Fare musica che non sia mero intrattenimento, quindi.
«La musica è intrattenimento, solo che prima era parte della vita quotidiana. Ora invece mi pare che sia una fuga dalla realtà, infatti conta molto anche il personaggio: l’intrattenimento è diventato distrazione pura e totale».
Un bisogno di distrazione forse fisiologico dopo i due anni di Covid. Tra l’altro, nel 2020, hai lanciato il tuo primo album in studio, Che io mi aiuti, ed è scoppiata la pandemia. Hai memoria di quelle sensazioni?
«Non mi piace fare del vittimismo, anzi mi ritengo fortunato: ho fatto uscire un disco prima dello stop, pensare che c’è gente che usciva dalla depressione ed è stata costretta a stare tre mesi in casa, persone che hanno dovuto mollare le proprie attività. Insomma, vedo il bicchiere mezzo pieno».
Lo scorso marzo è arrivato Oro blu, che ha debuttato in vetta alla classifica FIMI: in cosa ti senti cambiato rispetto al primo album?
«Nel metodo di lavoro, e i feedback positivi aiutano. Adesso ho la consapevolezza di riuscire ad andare in studio ed ottimizzare il tempo, tirando tutto fuori dal cassetto in due o tre giorni. È come se riuscissi ad incanalare le esperienze quotidiane in quella volta che vado in studio».
E per quanto riguarda la tua musica?
«Faccio rap melodico da quando avevo 15 anni, e così è rimasto, seppur si sia evoluto. Oro blu rappresenta proprio quella voglia di musica. Poi certo, sono cresciuto, quindi c’è un cambiamento umano che si lega a quello artistico».
Se ti chiedo un verso del disco al quale sei più affezionato?
«La prima strofa e l’outro de "La Presa B e La Presa Male", con Francesca Michielin. Un verso non saprei sceglierlo, ma quelle frasi le trovo molto precise nello spiegare le sensazioni che intendevo, come gli sbalzi d’umore».
Allargando il raggio, che cosa ne pensi della scena rap attuale italiana?
«La vedo simile a come va il mondo, ossia mi sembra un periodo di transizione, con un po’ di confusione. Ci sono tante tendenze, la maggior parte si bruciano in fretta. A volta sembra che non si sappia bene cosa fare, bisogna provare ad essere originali nel fare ciò che ci piace».
I social contribuiscono a questo caos?
«Non so quanto, di sicuro però abbiamo un telefono in mano h24 che ci spinge alla ricerca della tendenza a tutti i costi, che rischia quindi di precluderci molte cose. Chissà, forse il prossimo che spaccherà tutto sarà qualcuno che non avrà guardato troppo lo smartphone».
Dal digital al live: un ricordo del Concertone del Primo Maggio?
«Al di là delle emozioni fantastiche, ho in mente ancora il momento in cui hanno girato il palco ed ero carico per suonare. Ma…hanno lanciato la pubblicità! Quindi mi sono ritrovato con Piazza San Giovanni davanti, riempita da migliaia di persone, e io fermo per tre minuti con tutti che mi guardavano (ride, ndr)».
Quello show per scaldare i motori, adesso sei in giro per l’Italia e porti anche il nuovo singolo. Hai un aneddoto legato alla sua genesi?
«È una canzone nata ad inizio estate, dopo l’album. Una piccola storiella tra ragazzi che vorrebbero incontrarsi e parlare, che sanno che l’unica cosa buona sarebbe trovarsi da soli, senza la compagnia, perché è così ci si riesce ad esprimere meglio».
Riferimenti al privato?
«No, è solo uno storytelling. Anche se racconta una situazione che capita a molti: oggi con i social c'è più timore a parlare di persona, è più semplice mandare un messaggio dopo un’ora che ci siamo visti. Effettivamente, quando l’ho scritta, la mini-denuncia era proprio questa: l’importanza di dirsi le cose in faccia».













