Leo o forse andrebbe chiamato Otto, come il personaggio che interpreta in Una terapia di gruppo, film diretto da Paolo Costella in uscita nelle sale giovedì 21 novembre, in cui il giovane attore accetta la sfida di rappresentare proprio un ragazzo della sua generazione. Gassmann si è ritrovato sul set con un cast che vede la presenza di alcuni dei più grandi attori italiani di oggi: da Bisio a Santamaria, da Margherita Buy a Valentina Lodovini, nel film sono tutti alle prese con un disturbo psichiatrico specifico e in cura dallo stesso psicologo che però, non arriva mai.
La sala d'attesa si trasforma così nella divertente commedia in cui i pazienti si confrontano passando il tempo, dando vita a una trama che nella sua versione spagnola del 2017 è già stata un successo (Toc Toc, su Prime). Leo Gassmann è stato scelto per interpretare Otto, un giovane banchiere alle prese con la Fomo, per i meno pratici Fear of missing out, ossia "la paura di perdersi qualcosa" o altresì il bisogno di essere ovunque. Il giovane artista già vincitore di Sanremo Giovani e protagonista del biopic Rai sulla vita di Califano (2024), ci ha raccontato cosa ha imparato dal suo personaggio che è, più di tutti, figlio del suo tempo, e cosa pensa della sua generazione.
Periodo di stress?
«No, periodo di costruzione, direi. E poi giovedì esce il film, sono contento di esordire al cinema con tutti i colleghi con cui ho avuto il piacere di condividere questo viaggio. È stato veramente un bellissimo percorso con Claudio Bisio, Claudio Santamaria, Margherita Buy, Valentina Lodovini, la Mascino e la Francesconi. Ognuno di loro mi ha dato tanto».
Nel tuo ultimo film interpretavi un giovane Califano, è stata un'esperienza diversa?
«Interpretare un giovane degli Anni '60 rispetto a un giovane d'oggi è stato molto diverso. Diciamo che io forse mi sento più vicino a un ragazzo di quell'epoca che a un adolescente di oggi, però come tutti i ragazzi di questa generazione condivido con loro tantissime cose come la stessa FOMO del quale il mio personaggio è vittima. In Califano ero da solo, era tutto costruito intorno alla figura di quel personaggio, invece in Una terapia di gruppo mi sono dovuto confrontare con degli attori strutturati. In certi aspetti forse è stato inizialmente più complicato. Otto è un personaggio che porto sempre nel mio cuore, che mi ha dato tanto, che mi ha dato la possibilità anche di estremizzare degli aspetti della mia psiche che in realtà già esistono».
E cosa condividi con Otto, della vita reale?
«La FOMO è sicuramente un aspetto che accomuna Leo e Otto. La paura di perdere le occasioni esiste nella mia vita, in una maniera più ridotta e meno estremizzata rispetto al film, però sicuramente ci sono dei periodi nei quali utilizzo molto il telefono per essere sempre online, attento alla promozione dei miei lavori e alla reazione della gente. Oggi il lavoro è anche un po' collegato ai social, soprattutto nella musica, per spingere un brano, per spingere la propria musica, esiste una social media che ti aiuta a farlo, e diventa una dipendenza perché devi essere costante».
Come si gestisce la FOMO in un lavoro in cui ogni lavoro non accettato potrebbe essere un'occasione persa? Immagino che per la smania di fama sia difficile dire di no.
«Bisogna essere molto consapevoli del proprio percorso, sapere dove si vuole arrivare. Prediligo la qualità alla quantità. Sono molto fortunato perché ho iniziato a lavorare quando avevo 19 anni piano piano mi sono fatto la mia strada e sto continuando a costruirla con il picchietto tutti i giorni diciamo però penso sia molto importante cercare di abbassare i battiti cardiaci, cercare di essere lucidi nello scegliere le storie da raccontare, sia attraverso il cinema che attraverso la musica perché sono cose che rimangono in eterno. Va bene seguire la pancia, ma anche essere cercare di essere realistici e sinceri su quello che senti in quel determinato momento della tua vita, e capire se lo fai perché senti che quella storia ti appartiene o perché vuoi farti vedere e conoscere».
Quando ti hanno proposto di interpretare Otto, cosa ti ha incuriosito del personaggio?
«Da piccolo facevo sempre ridere, quindi la commedia è un genere che mi ha sempre incuriosito per questo. Quando sei accostato a un cast così importante, poi, è difficile andare completamente fuori strada perché dei grandi attori ti danno la possibilità di far uscire il meglio di te».
Cos'hai imparato dal cast?
«Claudio Bisio è una persona straordinaria dalla grande umiltà, ma dal punto di vista artistico mi ha colpito proprio la sua capacità di poter improvvisare e riuscire sempre a trovare delle cose che valorizzassero la sceneggiatura. La Buy invece ha una sincerità proprio grezza, il suo modo di interpretare è sincero al punto che non distingui più realtà e finzione. Valentina Lodovini e la Francesconi invece sono molto schematiche, ordinate, e hanno così a cuore il proprio personaggio che si innamorano e gli rendono giustizia». Santamaria invece mi ha insegnato a essere curioso: durante le pause tra un set e l'altro studiava arabo, in camerino ci truccavano e lui suonava la tromba, cose incredibili. È stata una vera e propria scuola».
E dalla tua famiglia di artisti cos'hai imparato?
«Il rispetto per il mestiere e per le persone che lavorano dietro al progetto, ho anche imparato a trovare una sincerità, una verità nei personaggi. Andandoli a trovare a teatro quando ero piccolino sui set ho rubato molto con gli occhi. Dico questo perché molte persone credono spesso che magari chiedo dei consigli a papà su come recitare, non è proprio così (ride, ndr). Gran parte delle cose che dovevo imparare le ho imparate con il tempo, le ho assorbite come una spugna e poi ho dato una mia interpretazione al mio modo di recitare anche aiutato dal mio acting coach Alessandro Prete con il quale preparo sempre tutti i personaggi. Nonno ha scritto una pagina da storia del cinema italiano, papà lo sta facendo adesso, io ho appena iniziato quindi la storia è molto lunga, devo imparare tanto però insomma spero di essere sulla buona strada e di dare dignità a ogni personaggio che avrò la possibilità di vivere».
Prossimi progetti musicali, invece?
«Ho appena chiuso il tour estivo in giro per l'Italia con la mia band e l'ultimo singolo è uscito prima dell'estate. Sto lavorando a nuove canzoni che usciranno a breve, ci sono tante cose che bollono in pentola. Spesso si pensa che quando non esci per un paio di settimane, un mese, due, sembra che abbia smesso di fare musica. È un un processo malato, a volte sembra quasi che anche le persone abbiano più ansia di te (ride). Sto anche lavorando a un progetto del quale non posso parlare tantissimo, dove mischierò musica e recitazione in una maniera unica per quanto riguarda il mio percorso».
Che genere tratterà il disco?
«Sto lavorando su sonorità folk e country, generi musicali che amo moltissimo e che negli ultimi anni ho ascoltato, mi sono appassionato tantissimo e per il momento ascolto solo quello. Il mio sogno sarebbe quello di portare quel genere musicale in Italia, che è un genere musicale che alcuni stanno iniziando a fare in una maniera ibrida, che è altrettanto efficace, ma non è esattamente quello che ho in mente io».











