Si dice che il modo per sapere se si è sulla strada giusta è il fatto che la strada davanti a noi svanisce. Improvvisamente non riconosciamo più le orme rassicuranti di chi ci ha preceduti, ma un territorio inesplorato, in cui ci sono nascoste sia insidie che promesse. In una società dove stanno crollando tutte le sovrastrutture che scandivano e definivano le vite delle persone attraverso tappe obbligatorie e ruoli fissi, per le nuove generazioni diventare grandi significa inventarsi un nuovo modo di stare al mondo. Qualcosa che libera e che però può anche spaventare. Victoria De Angelis ha 24 anni, e sia la libertà che la paura sembra essersele fatte amiche. Bassista dei Måneskin, il gruppo rock che ha riscosso successi in tutto il mondo, Victoria e gli altri membri della band, Damiano David, Thomas Raggi ed Ethan Torchio, erano appena ventenni quando nel 2021 hanno vinto Sanremo e subito dopo l’Eurovision Song Contest con il singolo “Zitti e buoni”. Da lì, la fama mondiale. Mick Jagger che li definisce «la rock band più importante del mondo», un brano in collaborazione con Iggy Pop, John Taylor dei Duran Duran che sceglie Victoria per suonare nella cover di “Psyco Killer” contenuta in Danse Macabre. E ora, per Victoria, un tour da DJ in giro per l’Europa e gli Stati Uniti.

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Labyrinth Of Collages

Ma prima di tutto questo, ormai quasi dieci anni fa, la strada sembrava scomparsa, e tutt’intorno era calato il buio. È quello che accade quando, ancora piccoli, sempre troppo piccoli, il dolore ci tocca da vicino per la prima volta, facendoci perdere i punti di riferimento. La madre di Victoria, Jeanette, si ammala quando Victoria ha solo dodici anni. Da quel momento tutto cambia, e lei inizia a soffrire di attacchi di panico. È una ragazza spensierata, e improvvisamente non vuole più uscire di casa. Dice che era come se ci fosse qualcosa di rotto in lei e non sapeva come ripararsi*. A 14 anni sta talmente male che per un anno intero non va a scuola, i suoi amici non capiscono che cosa stia succedendo e lei si vergogna di dire la verità. Già solo dieci anni fa di salute mentale si parlava molto poco, lo stigma rispetto a chi ne soffriva era ancora più grande di quello che, purtroppo, c’è ancora adesso. Come era grande il pregiudizio secondo cui i bambini e i ragazzi vivono un’età spensierata in cui sia le gioie che i dolori sono ancora superficiali, passeggere: non arrivano fino in fondo e non scalfiscono, si dimenticano. Si dicono cose come: i bambini non devono sapere, i ragazzi non devono sapere, ma i bambini e i ragazzi sanno già tutto. «Non hai ancora l’età per capire quanto diventi complicata la vita», dice il dottore a Cecilia, una delle protagoniste de Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. E Cecilia risponde: «Evidentemente lei, dottore, non è mai stato una ragazzina di tredici anni». Quando le viene detto che non c’è più tempo, Jeanette decide di trasferirsi in Danimarca, suo paese d’origine, e luogo in cui viveva la nonna di Victoria. Victoria sceglie di seguirla, lasciando il liceo che frequenta a Roma e rimanendole vicino fino alla fine. Ha 15 anni quando sua madre muore e lei fa infine ritorno in Italia. Il legame con la Danimarca non si spezzerà mai, e non è un caso che il nome che verrà scelto per la band che fonderà qualche tempo dopo, Måneskin, sarà proprio una parola danese, che significa “Chiaro di Luna.” Incredibile, potrebbe dire qualcuno, che una ragazza che soffre di attacchi di panico sia capace di esibirsi davanti a migliaia di persone. Una volta, ha raccontato Victoria, ne ha avuto uno appena prima di un concerto, e lì è stato fondamentale il supporto di Damiano, Thomas ed Ethan, che l’hanno aiutata a rilassarsi e a distrarsi. «Prima me ne vergognavo, ora non ho più bisogno di nasconderlo». Incredibile, direbbe qualcuno. Ma le nuove generazioni lo sanno che il dolore non va nascosto, ma condiviso. E che la vulnerabilità non esclude la forza: coesistono entrambe, in ognuno di noi. È la prima, infatti, che spesso ci indica la strada verso la seconda. Per Victoria la forza è stata la musica.

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In un video caricato dal padre nel 2008, Victoria è una bambina di 8 anni e suona con la chitarra elettrica il riff di “Smoke on the Water” dei Deep Purple. Alle medie musicali, poi, l’incontro con il basso, e lì la folgorazione. È una professoressa a proporglielo, e Victoria rimane incantata dal suono, «un misto tra melodia e ritmo». Alle medie mette su una decina di band. Fanno cover, una di queste si chiama The third room perché suonano nell’aula 3 e c’è anche Damiano David, che però vuole fare cose più pop e così Victoria, come spesso è stato detto, lo “licenzia”. Poi al liceo Kennedy di Monteverde incontra Thomas Raggi, chitarrista, i due cercano un cantante e allora si rifà vivo Damiano: «Mi ha scritto che voleva fare sul serio: non era più una pippa a cantare, era migliorato», racconta Victoria. E poi, sempre grazie a un annuncio di lei su Facebook, l’incontro con il batterista Ethan Torchio. Secondo molti è proprio Victoria l’anima dei Måneskin, e passando in rassegna queste tappe se ne può capire il perché. La sua intraprendenza è impossibile da collocare all’interno di una vecchia narrazione, di cui tutte le ragazze sono state vittime, che vuole le donne sempre oggetti ornamentali e mai motore propulsore. Che riconosce dignità artistica solo agli uomini e parla di talento solo al maschile. Che prevede un certo abbigliamento e interessi per gli uomini e altri per le donne. Victoria ha sempre detto che da piccola non le interessavano le bambole, ma le piacevano il calcio e lo skate. Su YouTube si trovano ancora i video di lei che salta con la tavola su e giù per il suo quartiere in tuta e cappello da baseball insieme ai suoi amici. Quando andava alle elementari si era rifiutata di indossare la divisa della scuola, che prevedeva una gonna, voleva essere libera di vestirsi da “supermaschiaccia”. I suoi genitori l’hanno supportata, e le hanno cambiato scuola. Quando le chiedono com’è essere l’unica ragazza in mezzo a tre maschi lei risponde: normale. «Per me non è importante il sesso di una persona. Conta il rapporto che ho con lei. E con i ragazzi il mio legame è fraterno». Guardandola mentre si esibisce sul palco, così esplosiva, magnetica e a proprio agio con la sua sensualità, sembra effettivamente che per lei non sia un grande problema essere una giovane donna in un mondo notoriamente maschile come quello del rock. Uno dei suoi modelli è Kim Gordon dei Sonic Youth, autrice del memoir Girl in a band. «In quegli anni il rock era un mondo maschile» spiega Victoria, ancora più di oggi. «Kim Gordon se n’è sempre fregata, ha mandato all’aria ogni stereotipo di bellezza, nel suo modo di stare sul palco c’era qualcosa di aggressivo, sguaiato, ma ha conquistato migliaia di persone attraverso il suo strumento».

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Forse la conquista maggiore delle nuove generazioni è proprio quella di “sporcare” tutto ciò che è canone, di contaminarlo. Così per il concetto di bellezza, massimamente quella femminile, e così anche per l’idea di uomo e di donna e delle relazioni. Victoria dice che quando per la prima volta ha provato sentimenti e attrazione per una ragazza è stato un po’ disorientante: per la società essere eterosessuali è la norma e quindi tutti di default siamo portati a pensare a noi stessi in questo modo, privandoci di vivere sfumature e sfaccettature diverse dell’amore. «Una volta superata l’insicurezza iniziale, ho vissuto la mia sessualità in maniera naturale e libera, come dovrebbe essere per tutti», conclude. Adesso sta insieme a una ragazza, la modella brasiliana Luna Passos, ma non ama parlare della sua vita privata. Ed è sorprendente vedere una ragazza così giovane che ha già imparato a proteggere ciò che è intimo, personale, a mettere dei confini tra sé e il resto del mondo mentre nel mondo continua a sperimentarsi, a misurarsi. Che poi resta l’unico modo per capire chi siamo. Continuiamo a camminare, anche quando la notte è più impenetrabile e sembra che ci siamo persi. Poi un giorno, d’un tratto, notiamo che senza accorgercene abbiamo tracciato un piccolo sentiero. Non stiamo più brancolando nel buio. Dobbiamo continuare a camminare, e a costruire.