Parlando per immagini, Pelin Zeytinci, membro fondante e Creative Director di ReA! Arte, ce la descrive come un'isola mobile costruita da mani diverse, un arcipelago che cresce, grazie al contributo di artisti indipendenti, che si unisce per resistere e ridefinire i confini del sistema dell'arte. Oppure, come un cantiere aperto, ma comunque sempre come un qualcosa che richiami la trasformazione, la resistenza creativa e il movimento collettivo. «ReA non è una struttura finita, ma un processo vivo, in continua evoluzione, dove le idee si costruiscono giorno per giorno e dove il valore si misura nella partecipazione e nel sostegno reciproco», ci racconta infatti. Non è una sorpresa, allora, trovare all'interno dell'associazione culturale no profit fondata insieme a Maryna Rybakova, un team di sole donne, che lo definisco uno spazio safe, solidale, di cura e sorellanza, dove poter coltivare dinamiche professionali che non siano quelle dominanti degli ambienti tradizionali, più conformi al modello patriarcale. In un sistema artistico che non è accogliente con nessuno ma che ripropone in maniera importante i gap tossici della società, ReA nasce per sostenere gli artisti emergenti e offrire loro opportunità concrete di visibilità. Attraverso i progetti speciali e ReA Art Fair – la manifestazione dedicata agli artisti contemporanei emergenti, che dal 12 al 15 giugno 2025 torna a Milano con la sua quinta edizione – crea quindi ponti tra gli artisti e il pubblico, promuovendo un'arte accessibile e priva di barriere. Le loro iniziative puntano non solo a consolidare il percorso professionale degli artisti, ma anche a democratizzare il sistema dell'arte contemporanea, ampliandone la fruibilità e il dialogo con la società. Se fosse un brano musicale, allora, sarebbe la traccia «XX Intro» di Kate Simko & London Electronic Orchestra, un brano che «fonde elementi elettronici con orchestrazioni classiche, creando un'atmosfera avvolgente e dinamica», ideale per rappresentare una piattaforma culturale indipendente in continua evoluzione, come ci spiega ancora Zeytinci. La composizione mescola infatti «sintetizzatori, archi e percussioni, creando un paesaggio sonoro che evoca sia la contemporaneità che la tradizione». Abbiamo intervistato il team interamente al femminile per saperne di più e questo è quello che abbiamo imparato.
Come e quando nasce ReA! Arte? Perché? Quali sono le urgenze e necessità che precedono la sua fondazione?
Maryna Rybakova: «ReA Art Fair nasce nel 2020, poco prima della crisi del Covid, dalla prima visione che abbiamo condiviso io, Pelin Zeytinci ed alcuni membri fondatori come Maria Myasnikova. Siamo partiti nel 2019 dal confronto quotidiano con artisti emergenti, principalmente dall'Accademia di Brera che avevano talento, visione, contenuto, ma che restavano ai margini per il semplice fatto di non avere una galleria alle spalle. Si è da subito pensato di non seguire le tracce di una fiera tradizionale, ma organizzarci come piattaforma culturale indipendente, che opera tramite una call aperta a tutti gli artisti non rappresentati. Il nostro obiettivo era molto chiaro fin dall'inizio: costruire uno spazio credibile, accessibile e professionalizzante, dove il lavoro degli artisti fosse al centro, non solo dal punto di vista estetico, ma anche economico e strutturale».
Il team è interamente al femminile. È una scelta deliberata e consapevole?
Milena Zanetti: «La scelta di essere un team per la maggior parte al femminile non è stata una scelta del tutto consapevole. In un'Italia nella quale le Accademie e le università dell'ambito culturale hanno numeri elevati di iscritte rispetto agli iscritti ma che continua ad avere una maggioranza di occupazione maschile, ReA è nata dallo slancio di un gruppo di studentesse e professioniste dell'arte che volevano crearsi lo spazio e la visibilità che meritano, in un settore dove storicamente sono sottorappresentate. Nel nostro caso, la scelta si riflette soprattutto nella volontà di creare e mantenere un ambiente solidale, meno competitivo in senso tossico, dove noi donne possiamo sostenerci a vicenda senza doverci conformare a dinamiche professionali dominanti spesso modellate dalla cultura maschile. Siamo e continueremo ad essere un team al femminile perché abbiamo creato il nostro luogo sicuro e confortevole dove abbiamo imparato la sorellanza e dove assieme riusciamo a dichiarare al mondo che le donne possono e devono guidare».
Che cosa vuol dire nel 2025 essere una ragazza, una donna, nel mondo dell’arte?
Dora Casadio: «In generale, che tu sia uomo o che tu sia donna, non è sempre facile trovare realtà che operano nel settore dell'arte in cui inserirsi, fare esperienza e che ti valorizzino. Anche in una città come Milano, che di occasioni, progetti, spazi e gallerie ce ne sono tantissime, è altrettanto difficile trovare possibilità lavorative, perché c'è tanta concorrenza e tanti, tantissimi, giovani pronti a mettersi in gioco e accettare di lavorare anche a condizioni non congeniali. In più, purtroppo, in Italia in generale c'è ancora un retaggio culturale legato a una società patriarcale, lo si vede in primis nel divario dei salari, nella disparità di rappresentazione di artisti uomini e donne nelle istituzioni sia pubbliche che private, quindi viviamo un livello di difficoltà ulteriore nel far validare e riconoscere il nostro lavoro. Con ReA! Arte per me si è aperta una bellissima opportunità di fare esperienza e professionalizzarmi in questo ambito, in un contesto di tutela e supporto reciproco. Come per gli artisti, infatti anche per noi addetti del settore, che lavoriamo "dietro le quinte", ReA e soprattutto la fiera è un vero e proprio campo di prova e trampolino di lancio per inserirsi nel sistema dell'arte, che non sempre è così accogliente».
Secondo voi chi è l’artista al giorno d’oggi?
Maria Myasnikova: «Un attraversatore di confini, un agitatore culturale e, spesso, un innovatore profondamente sottovalutato. Non è più confinato allo studio o al white cube. Può scrivere codici in un seminterrato, organizzare eventi in un centro sociale oppure intrecciare storie ai margini di una città. Nel 2025, essere artista non significa solo produrre opere, ma immergersi nel caos del presente. Sempre più spesso l'artista lavora in maniera interdisciplinare: mescolando ricerca sociale, ecofilosofia, intelligenza artificiale, memoria collettiva, concludendosi in pratiche che rifiutano ogni classificazione semplicistica. Sono specchi, ma anche bisturi. Smontano le narrazioni dominanti, offrono contro-storie e creano strumenti immaginativi per la sopravvivenza. In molti sensi, sono dei primi soccorritori culturali: captano i segnali che le istituzioni spesso ignorano o temono affrontare. Ma diciamolo chiaramente: il ruolo dell'artista è ancora pericolosamente sottovalutato. Gli si chiede di essere bussola morale, innovatore, educatore – restando però precario, sottopagato e spesso invisibile a livello politico. Questa tensione è qualcosa che sentiamo molto da vicino a ReA. È proprio il motivo per cui esistiamo».
Qualcosa che avete imparato da un artista emergente?
Vittoria Martinotti: «Userò una parola che non amo, perché estremamente inflazionata, e appiattita causa l'uso indiscriminato, ma non ne trovo una migliore, la resilienza. Resilienza non intesa come sopportazione passiva o adattamento stoico, ma come una forma di ostinazione lucida, di fede silenziosa nel proprio lavoro, anche quando nessuno guarda, anche quando il riconoscimento non arriva. Da tanti artisti emergenti abbiamo imparato che il valore non coincide con la visibilità, e che credere nella propria pratica è già un atto potente. C'è una forza straordinaria in chi continua a produrre, a cercare, a sbagliare e a ricominciare, senza garanzie, senza strategie di compiacimento. È una forma di perseveranza che non chiede permesso e non si scusa di esistere. Questo ci ricorda, ogni anno, perché facciamo quello che facciamo, perché creare uno spazio in cui questi gesti possano emergere, respirare, essere visti per ciò che sono e senza travestimenti è ancora necessario».
Una delle vostre missioni è democratizzare l'arte. Che cosa intendete?
Vittoria Martinotti: «Parlare di democratizzazione dell'arte è complesso, perché è una di quelle espressioni che rischiano di suonare bene senza più significare molto. Ma per noi non si tratta di diluire; si tratta di disattivare quei dispositivi che ne rendono l'accesso, la comprensione o il valore, una questione per pochi. Democratizzare l'arte significa creare spazi dove non serve già sapere per sentirsi legittimati. Significa rompere la dicotomia tra chi guarda e chi è guardato, tra chi può esporre e chi può solo osservare. Significa ripensare le condizioni materiali e simboliche che rendono possibile, o impossibile, la partecipazione: l'accesso economico, educativo, spaziale, affettivo. C'è un bisogno urgente di questo, perché troppe persone continuano a pensare che l'arte contemporanea non sia "per loro". E non perché non abbiano sensibilità, linguaggio o visione, ma perché qualcuno o qualcosa ha insegnato loro che per parlare d'arte bisogna prima avere accesso a determinati codici. ReA esiste per smentire questa narrazione. Non vogliamo addolcire il discorso artistico, ma allargarne il campo. Renderlo poroso, accogliente, senza essere condiscendente, radicale, senza essere esclusivo. Renderlo uno spazio abitabile da più voci, pubblico, nel vero senso della parola».
Come sono andate le scorse ReA! Fair? Che cosa vi aspettate da quella di quest’anno? Cosa desiderate?
Maria Myasnikova: «Ogni edizione di ReA è stata un turbine e una rivelazione al tempo stesso. Abbiamo visto artisti crescere, nascere nuovi collezionisti e pubblico profondamente toccato da opere che altrimenti non avrebbe mai incontrato. Ogni Fiera è come seminare per un ecosistema futuro – più vario, più inclusivo, più sorprendente. Detto questo, non è mai stato facile. Come realtà indipendente e no-profit, operiamo senza il paracadute delle istituzioni. Costruiamo tutto da zero: relazioni, pubblico, credibilità. Eppure, siamo cresciuti ogni anno, non solo nei numeri, ma nel profondo – nella qualità delle voci presentate, nelle conversazioni avviate, nei tipi di comunità che riusciamo a mettere in dialogo. Per il 2025 vogliamo andare ancora oltre. Vogliamo che ReA sia un luogo in cui collezionisti e artisti si incontrano ad armi pari, dove le pratiche emergenti non siano solo "tollerate", ma celebrate. Dove il pubblico senta che la Fiera appartiene anche a loro, e non solo a un mercato distante. Vogliamo anche sperimentare di più – sfumare i confini tra Fiera e Biennale, tra spazio curato e incontro spontaneo. Il nostro desiderio è lasciare il pubblico trasformato: ispirato, spiazzato, curioso. E sì, vogliamo vendere arte – perché gli artisti meritano sostenibilità – ma, soprattutto, vogliamo continuare a costruire una piattaforma dove possano accadere cose audaci e critiche fuori dal mainstream. Questo è il nostro sogno. Questa è la nostra lotta».
In generale, cosa volete ancora?
Maryna Rybakova: «Vogliamo crescere. Non solo come evento, ma come struttura culturale capace di incidere davvero nel lungo termine. Dopo cinque edizioni costruite con enorme dedizione e pochi mezzi, sentiamo il bisogno, e il diritto, di rendere questo lavoro sostenibile anche per chi lo porta avanti ogni giorno. Vogliamo che ReA! non sia più un progetto portato avanti "nonostante tutto", ma una piattaforma culturale stabile, riconosciuta e finanziata in modo adeguato. Ci piacerebbe arrivare a un punto in cui questo lavoro non sia più volontario o precario, ma una vera professione. Dove il team possa essere retribuito in modo giusto, dove possiamo investire in ricerca, in curatela, in relazioni internazionali, in formazione per artisti e nuovi pubblici. Vogliamo trovare modelli economici che ci permettano di espanderci senza tradire i nostri valori: l'accessibilità, la meritocrazia, la trasparenza. Questo significa trovare partner, istituzioni e realtà che credano nel nostro approccio e ci aiutino a farlo crescere. E soprattutto, vogliamo continuare a lanciare carriere. Vogliamo che sempre più artisti possano dire: "ReA è stato il mio primo vero punto di svolta". Questo per noi resta il motore principale di tutto».















