Il patriarcato è il ghosting definitivo: c’è, lo senti ovunque, ma quando lo chiami fuori, improvvisamente scompare—tipo il tuo ex che diceva “non sono pronto per una relazione” e due mesi dopo si sposa e fa figli.
Se la psicoanalisi ci ha insegnato che il Complesso di Elettra è la nostra origin story, il femminismo contemporaneo ci ha dato gli strumenti per farne una dark comedy con un tocco di body horror. Daddy Issue nasce esattamente da qui: dalla volontà di riprendere un discorso che per troppo tempo è stato o patologizzato o ridicolizzato, senza mai essere veramente analizzato con lo sguardo caustico e brillante che merita. Perché se c’è una cosa che la quarta ondata femminista ci ha insegnato—da Lauren Berlant a bell hooks, passando per le bad bitches della stand-up contemporanea—è che la vulnerabilità non è una debolezza, ma un’arma.
La nuova comicità femminile americana ha capito il trucco: trasformare il trauma in materiale da palcoscenico, con punchline e presenza scenica. Negli Stati Uniti, Nikki Glaser, Ali Wong e Taylor Tomlinson hanno reso la sessualità, la psicoanalisi e la cultura pop materia prima per uno humor dissacrante, mentre in Italia siamo ancora impantanati in un umorismo che spesso fa la fila per ricevere l’approvazione maschile. Qui, essere una comica donna significa spesso essere “la quota rosa” del panel, la variabile simpatica ma non troppo, perché altrimenti diventi aggressiva, acida, troppo. Ma sai cosa? Rivendichiamo il diritto di essere troppo. Se il patriarcato è un algoritmo che ci vuole accomodanti, Daddy Issue è quel glitch che manda tutto in crash.
Nel mio immaginario, il mio vodcast Daddy Issue (prodotto da Feltrinelli e co-scritto insieme ad Alessio Tagliento) è un’esperienza che unisce l’ironia alla critica culturale, il pop alla teoria, con un’estetica curata al millimetro—perché anche lo stile è un atto politico. Immaginate questa scena: io, in un look total Gucci, che intervisto Walter Siti sulla misoginia interiorizzata del mondo gay.
Frame della della seconda puntata di Daddy Issue con Piero Chiambretti
La moda, in questo senso, diventa un’estensione della narrazione. Se le donne sono state costrette a recitare ruoli, tanto vale che il costume sia impeccabile. Il vodcasting mi permette di portare questo discorso su un altro livello: lo sguardo, il linguaggio del corpo e le grafiche diventano strumenti di lotta politica tanto quanto le parole. Perché se il patriarcato ci ha insegnato a esistere attraverso lo sguardo maschile, noi lo usiamo come una telecamera che finalmente risponde a noi.
Frame della terza puntata di Daddy Issue con Diego Passoni
Ogni episodio di Daddy Issue è un viaggio tra humour inglese, interviste scomode e momenti di puro caos, perché la verità è che non si può deostruire il potere senza un po’ di camp. Il patriarcato ha creato le sue icone, i suoi miti e le sue narrative: noi le smontiamo, le mixiamo e, quando serve, le bruciamo.
Quindi no, non è solo un vodcast: è un atto di guerra, un esercizio di stile, una seduta di terapia collettiva a portata di click e con meno senso di colpa. E alla fine, se qualcuno non capisce il punto, il problema non è nostro. Forse ha solo bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi all’Amleto: sono o non sono io il Daddy Issue?

















