«Non posso bere anche oggi, prenderò solo una Coca zero», mi dice Giada Biaggi in fila al bar di Fondazione Prada, dove ci diamo appuntamento e a cui ci presentiamo entrambe in ritardo di almeno un’ora. La sera prima è andata alla festa di Valentino, nelle sue Stories si intravedeva tra i flash delle luci stroboscopiche fucsia. Mentre mi racconta che ha ballato fino alle 4 del mattino, che ha conosciuto un sacco di gente, ripenso alla protagonista del suo libro, Il bikini di Sylvia Plath (edizioni nottetempo), una dottoranda in filosofia piuttosto remissiva che quando non guarda film di Nanni Moretti e di Godard si dà al sexting selvaggio con un curatore d’arte più grande. Mi chiedo quanto poco alla fine si assomiglino. Le ho dato appuntamento in Fondazione Prada perché ci sono almeno due momenti simbolici del libro ambientati qua: il primo è quando la protagonista fa un pompino definito “sentimentalmente foucauldiano” al curatore, la vera storia d’amore nel libro che però succede per il 99 per cento online nei DM di Instagram; e poi uno splendido raduno della bolla milanese più riconoscibile in occasione dell’inaugurazione di una mostra.

Mi incuriosiva portarla qua per indagare dove iniziasse Eva, la sua protagonista, e dove finisse Giada. È lei a parlarmi della fatica che fa a spiegare alle persone che il suo personaggio sui social, dove condivide degli spezzoni dei suoi spettacoli comici di stand-up, non è davvero lei. «Quando uso i social interpreto la mia comic persona, che è una ragazza incredibilmente cinica, mentre mi è capitato di recente di uscire con uno che non se lo aspettava: la realtà è che io sono veramente romantica, ti dico subito che ti amo, mi innamoro sempre. La mia identità digitale è finzionale: non voglio condividere le mie cose, lo trovo pornografico, ma allo stesso tempo ho un lato esibizionista. Mi piace quel dubbio che si crea quando non sai se una cosa che vedi sia vera o falsa». Penso che forse anche questo fa parte dell'intrigante intrico del romanzo di Giada. Celata dietro la storia d’amore immaginaria della protagonista ventenne con il curatore quarantenne c’è un desiderio di trovare il proprio posto nel mondo, dietro a quei daddy issues si nasconde la volontà di risucchiare il più possibile tutto quello che conoscono gli uomini attempati e di farlo proprio. Se le dite che è un romanzo femminista si arrabbia, ma il libro di Giada è, insieme a quelli di Dolly Alderton, il ritratto di una ragazza brillante, tragica e profondamente annoiata che arranca nel mondo per dargli un senso, e per dare un senso a sé stessa.

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Mi immagino perfettamente di aprire Tiktok e vedere Il bikini di Sylvia Plath in cima a una pila di libri accomunati da un “Complex female character”, come lo chiami anche tu. Che poi, cos’è?

«Una cosa che non esiste. Quando ci sono questi film indipendenti di Netflix dove c'è una ragazza in un loft con mobili vintage, il Mac, la maglietta a righe, la definiscono complex magari solo perché va a letto con tre uomini o fa delle battute brillanti. Il discorso è, chi è allora il complex male character? L'uomo che alza la tavoletta del cesso quando va a casa di sua madre? La complessità femminile non esiste, semplicemente non viene contemplata a livello narrativo mainstream: ti aspetti che l’attrice sia stupida, che la scrittrice sia trasandata, è tutto così stratificato che se fondi due cose la devi chiamare complessa: ma è solo una questione di rappresentazione. Le ragazze sono più del modo in cui le raccontano. Anche perché quante amiche abbiamo che hanno una borsa di Prada e che leggono i libri? Perché in Italia le due cose non possono co-esistere? Dove sono le nostre Phoebe Waller Bridge o Lena Dunham?»

Potresti essere la Phoebe Waller Bridge che stavamo aspettando?

«Il mio sogno sarebbe di adattare questo libro à la Fleabag. Voglio scardinare queste tassonomie e penso che l’unico modo per farlo sia giocarci: questo ha tutta l'aria da sad hot girl book, un libro tristone, ma in realtà è molto allegorico. Sembrerebbe un romanzo rosa ma poi cito i filosofi esistenzialisti. È un po' lo stesso ragionamento che ho voluto applicare al booktrailer [diretto da Simone Rovellini, nda]: mentre lo montavamo ci siamo detti, iniziamo con una bella ripresa del culo! Chi l'ha detto che il sedere può essere solo della popstar, anche una scrittrice può averlo bello. Credo che l’unico modo per cambiare le cose sia giocare con gli stereotipi. È per questo che sono una grande fan della comicità, perché è l'unico modo davvero pop di rivoluzionare tutto».

Una scrittrice non può essere bellissima e indossare un bikini nella copertina del suo libro, lo dici anche nel titolo, ci spieghi per che cosa sta?

«Avevo letto un articolo sul Guardian scritto da una columnist femminista che criticava il fatto che su una riedizione delle lettere di Sylvia Plath ci fosse una sua fotografia in bikini. Quello che dovremmo capire è che l'autrice che ha messo il bikini in spiaggia è la stessa che ha scritto quel libro totale che è La campana di vetro e che è la stessa che ha messo la testa nel forno, non c'è nessuna contraddizione: puoi essere una ragazza che si fa le unghie e che sa parlare di Hegel».

Sylvia Plath fa parte di una generazione di autrici che vengono riscoperte ciclicamente dalle ragazzine su Tumblr e TikTok: che cosa può dirci ancora?

«In questo libro viene usata solo a scopo citazionista, diventa l’emblema di come la scrittrice intelligente morta suicida sia stata prostituita dalla letteratura contemporanea. È un simbolo come poteva esserlo Virginia Woolf. Poi la mia poesia preferita è Daddy, lei aveva questo padre nazista e allo stesso tempo la protagonista del mio libro ha un padre che studia Holocaust and Film, una persona molto cupa, quindi viene anche il dubbio onirico che sia l'incarnazione di Sylvia».

Parli di citazioni, come fa la tua protagonista che associa a ogni cosa che vede un aggettivo tipo “hegeliano”, “foucauldiano” e continua a fare name-dropping di registi mezzi sconosciuti. Perché lo fa e perché ogni tanto lo facciamo anche noi nonostante sia estremamente fastidioso?

«Tramite il linguaggio voglio dire che è tutto volutamente allegorico, ad esempio il libro inizia con Eva che si droga sul libro di Nietzsche e che dice di aver fame: desidera bastoncini Findus e altre schifezze che le ricordano l’infanzia. È una cosa assolutamente irreale, nessuno ha fame quando si droga, ma sta a significare che la droga per lei è come entrare in un Matrix: potrebbe essere tutto potenzialmente un sogno. Ogni nome, ogni citazione ti porta con la testa da un'altra parte».

«Ti aspetti che l’attrice sia stupida, che la scrittrice sia trasandata, è tutto così stratificato che se fondi due cose la devi chiamare "complessa": ma è solo una questione di rappresentazione. Le ragazze sono più di come le raccontano»

Anche tu come altre persone durante la pandemia hai scelto di imparare l'uncinetto, iscriverti a padel o scrivere un romanzo?

«Totalmente sì, anche perché è durante la pandemia che ho iniziato a fare sexting con vari ragazzi e mi è venuta l'ispirazione. Però ci tengo a sottolinearlo, i personaggi del mio libro sono tutti archetipi, chi vive nelle grandi città lo sa. Nell'era delle fake news, mi piaceva giocare sul vero-non vero, ad esempio il cantante di cui si innamora la protagonista potrebbe sembrare la parodia di un gruppo milanese, ma in realtà sono tutti degli avatar, volevo andare oltre quella cosa li, è un gioco tra realtà e finzione. Mi sono proprio divertita a scriverlo perché spesso quando parliamo di letteratura femminista la dimensione della "juissance", di scrivere una cosa perché ti diverte, viene a meno».

«Doveva esserci un campo energetico in me che stimolava gli uomini dai quali ero attratta a spingermi dentro ai cessi esercitando quel tipo specifico di forza, facendomi perdere, oltre al grounding, anche la dignità. Nella vita accademica studiavo la performance […]; nella realtà mi facevo spingere dentro spazi angusti creati per la defecazione»: perché nonostante abbiamo studiato, ci riteniamo femministe, alla fine assecondiamo gli uomini e finiamo in situazioni indignitose?

«Non c'è un perché, succede, come quando so che agli uomini non piace quando faccio i miei monologhi e quindi mi auto-censuro. La cultura dominante dice che devi piacere ai maschi e per riuscirci devi fare certe cose. Eva conduce una vita estetica, come la intendeva Kierkegaard, cioè fa le cose perché le piace farle esteticamente: un pompino nel bagno di Fondazione Prada è una cosa figa e che puoi raccontare alle amiche, ha un enorme potenziale narrativo. Lei fa più le cose per apparire che per essere: le fa per poterle raccontare. Allo stesso modo mi sono sbizzarrita a scrivere cose come “condizione-di-vedova-da-sexting” e altre cose che non hanno assolutamente senso: mi diverto molto, creano degli scenari».

Sei per l’art pour l’art o pensi che la tua protagonista Eva voglia insegnarci qualcosa?

«Il libro ha un lato fortemente sperimentale: di primo acchito è sempre facile associare un romanzo all'auto-fiction e ricercare il suo autore nel protagonista, però con l'uso del linguaggio onirico capisci che è impossibile che succedano queste cose. Attraverso la forma ho superato l’auto-fiction. Non sono per la funzione pedagogica della letteratura, non voglio che qualcuno legga del fantasma di Freud pensando di trovarci qualcosa di utile, mi piace semplicemente l'atmosfera che queste cose creano. La cosa bella di scrivere libri è la libertà che hai di inventare, mi è piaciuto sbizzarrirmi immaginandomi OnlyFans dove la mia protagonista fa delle live in cui legge delle poesie russe nuda delle conchiglie sulle tette o avvolta in una sciarpa di Grifondoro. Leggi queste cose e ti danno piacere punto: lei è un'anti-eroina, e come tutte le anti-eroine nella sua tristezza è aspirazionale».

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Internet è molto presente nella storia che racconti. Perché non ne sappiamo parlare? Sally Rooney dice che non c’è niente di bello nel tempo che passiamo a scrollare.

«Perché viene considerato un tema svilente, da un punto di vista letterario. Eppure una letteratura contemporanea che elude il problema di Internet è inutile. Io ho cercato di dargli dignità letteraria. Ho letto l'ultimo romanzo di Sally Rooney dove ci sono queste due amiche estremamente intelligenti, che si mandano le mail per parlare delle loro vite, ed è incredibilmente irreale: nessuno manda mail alle amiche, con i punti alla fine delle frasi e senza emoticon. Anche Internet sa essere un luogo estremamente poetico: su una finestra puoi vendere il tuo corpo su OnlyFans, su un'altra puoi ascoltare le poesie di Sylvia Plath, un vaso di pandora».

E qui arriva anche il tema del sexting.

«Mi affascinava, è una pratica comune della nostra generazione. Alla fine credo che prepandemia fosse ancora stigmatizzato, poi per necessità di cose lo abbiamo rivalutato. A un certo punto paragono il sexting all'amor cortese: non ti vedi eppure provi comunque dei sentimenti, è come se avessimo fatto il giro».

Non abbiamo ancora un dizionario del sexting, continuiamo a rimanerci male dopo il ghosting e facciamo fatica a capire il lovebombing.

«Non sappiamo come parlarne, perché per quanto viviamo in un mondo digitalizzato, c'è sempre il primato della carne che porta alla riproduzione della specie. Essendo il sexting evirato di questa componente carnale, viene concepito come una relazione di serie B, nonostante un qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo possa essere una relazione. Però credo che cambierà ora stiamo già entrando nel metaverso, e credo che tutte le relazioni saranno sempre più smaterializzate».

Un sequel sul dating nel metaverso?

«Sarei più curiosa di esplorare la vera rivoluzione di Internet, nel momento in cui scoppieranno questi server e Internet finirà. Sai, un po' science- fiction, alla fine è una delle possibilità storiche, internet si espande costantemente ed è fisico e visto che si amplia a una velocità che non si può prevedere, ci sono studi che dicono che finirà presto. Ammetto che questa possibilità mi eccita».