In principio ci dissero che dovevamo farci gli amici. Tanti amici, più ne avevi su Facebook più voleva dire che facevi la vita come la volevano tutti, piena, sempre invitato sulla neve e alle feste in piscina e spesso in vacanza all’estero. Online era la dependance sfigata, la vetrinetta muta dove degnavi gli altri di rari indizi su quello che facevi fuori. Fuori, tu ti divertivi.

Subito ci dissero di procurarci i like, like a palate. L’amore di sé si costruisce con i mattoni dell’amore degli altri, e quello che si capì è che l’amore di sé era fatto pure di quei cuoricini. A un certo punto ci eravamo fissati, tanto che qualcuno iniziò a pensare che i like servissero anche a farci qualcos’altro, come investimento non si sapeva bene di che. La gente si montava la testa coi like, per esempio una tale Chiara Ferragni. A noi dissero di stare tranquilli, ché avere tanti like sui social era come essere ricchi coi soldi del Monopoli.

Non è andata proprio così, non erano i soldi del Monopoli, erano soldi veri. Più avanti iniziarono a pretendere foto migliori. Non foto ordinarie, a caso, quelle in cui si veniva reali, brutti come al liceo. Quelle di quando uscire male in foto non era peccato.

Bisognava fare sforzi di posa e bellezza simulata, spremersi come un limone al punto da confondere la memoria della gente, truffare il prossimo, essere la migliore versione di se stessi. Quella che non esiste.

Videro alla fine che era troppa fatica e ci diedero i filtri per stare più comodi.

Una notte vennero e ci rubarono il senso del ridicolo. Ci costrinsero a esprimerci, commentare ore intere, come gli schiavi, per fare in modo che iniziassimo a fregarcene di cose di cui mai e poi mai ci era importato, a tirarci pesci in faccia tra noi, a dire scemenze, a odiarci senza conoscerci.

L’unica cosa più scema di odiarsi senza conoscersi sarebbe stata innamorarsi senza vedersi, e ci fecero assaggiare pure quello. «Scrivetevi, è bello», e noi, fessi come poche creature dell’arca, abboccammo senza l’esca.

Arrivarono anche a prendersi i cazzi nostri. Tutti, tutto. Ci stupimmo un po’, che se ne dovevano fare? Una rastrellata incredibile, il privato fu raso al suolo, la gente iniziò a postare pure le doglie dalla sala parto. Dove vivi, con chi, hai figli, facci vedere l’ecografia, il neonato, siamo i pensieri pettegoli dacci da mangiare, in cambio ti paghiamo. Pezzi di vita al baratto con marchette, tieni duecento euro, non è male, no?

Alla fine diventarono cattivi. Dissero che era per raddrizzarci la schiena. Vennero a dirci da che parte si doveva andare per stare nel giusto. Ci ordinarono di essere inclusivi. «Ma perché, prima eravamo tutti stronzi?», qualcuno obiettava. Non risposero. «State fermi e mettete la schwa, in silenzio».

Poi ci ordinarono di fare la rivoluzione. Quella che dicevano loro. Per esempio, se non dicevi «transfobica!» alla Rowling, passavi tra i vecchi orrendi reazionari. E nessuno vuole stare dalla parte dei vecchi reazionari, è giusto? Tu vuoi essere giovane, moderno, e soprattutto dalla parte pulita della guerra. «Mai sbagliare barricata», ci dicevano coi manganelli in mano.

Sempre coi manganelli in mano ci dicevano: «Non è vero che non si può più dire niente, parla!». E poi: «Dove lavori, ti piace il tuo lavoro? Lo sanno quello che fai sui social? Vedi come siamo bravi che il manganello non lo usiamo».

L’altroieri Will Smith ha tirato in diretta alla notte degli Oscar un ceffone clamoroso per una fesseria. Un fatto gravissimo. E m'è venuto solo da ridere. Poi ho letto che Abramovich e altri funzionari diplomatici erano stati avvelenati, chissà, forse dalla delegazione russa durante le trattative per fermare la guerra. E uno su Twitter commentava: «In Turchia arrivate già cenati». Un fatto gravissimo. Pure là m’è venuto da ridere.

La conclusione è che non ci serve più nessun Pasolini. Mario Monicelli, invece, è desiderato in direzione. Grazie.