Dopo essersi classificata seconda all’ultimo Festival di Sanremo con la dolcissima ballad “O forse sei tu”, Elisa pubblica venticinque nuove canzoni in Ritorno al Futuro / Back to The Future con Island Records, un doppio album, in italiano e in inglese. Il complesso lavoro è stato scritto con molti autori della scena contemporanea (Takagi e Ketra, Michelangelo, Zef, Venerus tra gli altri), cantato con colleghi che stima (Rkomi, Jovanotti, Elodie, Giorgia, Roshelle), mettendo al centro non più se stessa, come aveva fatto nel precedente disco “Diari Aperti”, certificato doppio platino, ma il mondo che la circonda.
«Questo disco è una fotografia, per raccontare», dice. Ci sono le storie degli altri, l’attenzione per l’ambiente, le riflessioni nate da un periodo complicato per tutti, la forza delle donne, l’impellente necessità di aprire gli occhi di fronte a una società capitalista che guarda al possesso più che all’essenza, l’amore. Elisa, a 44 anni, guarda fuori da sé perché dentro si sente risolta.
Oggi è consapevole della sua identità, di artista sempre alla rincorsa di un passo avanti in più, di madre di preadolescenti che sono il centro della sua vita, quando non è in studio. Di moglie, con un compagno che lavora con lei e che la supporta in tutto. Di cantautrice che ha voglia di raccontare il suo lavoro, con un po’ di paura sull’effetto che farà «perché ci metto sempre tutta me stessa, ma non è scontato che poi quello che faccio piaccia». Il filo conduttore rimane la sua voce «ho un modo di cantare che sembra sempre quello, per me. Dal soul alle influenze nordiche, le mie due anime da sempre. Sono andata incontro alla contemporaneità perché l’ascolto. Non mi sposto da quello che sono, ma non voglio fare il verso a nessuno». L’abbiamo incontrata.
Partiamo da Sanremo?
«Quel posto andrebbe studiato dagli scienziati. È strana l’energia di quel palco. Bellissima, ma poco gestibile. Quando sono tornata a casa ho mangiato solo pizza, patatine fritte, panini, tutto quello che non avevo mangiato in quegli otto giorni prima, di riso bianco e pollo».
Ora esce il tuo doppio album, sembra quasi una scelta controcorrente nell’epoca dello streaming.
«Non sono molto analitica, mentre faccio qualcosa non penso alle conseguenze. Il mio primo istinto artistico è sempre fare quello che mi sento. Viviamo in un momento in cui c’è maggior visibilità, ma anche risultati migliori, buttando fuori singolo dopo singolo. Eppure viviamo in una realtà multipla, siamo tutti connessi, c’è posto per tutti. C’è chi fa singoli e chi fa doppi album, chi riempie i concerti e chi invece va bene solo in streaming. Ci sono modi diversi di divulgare la musica».
Come ci sei arrivata?
«Scrivo sempre di quello che sono e quello che sento. A quest’età non mi interessa più dei giudizi, ho fatto pace con un sacco di cose mie, non vuol dire che io mi reputi “wow” o fighissima. Semplicemente oggi mi accetto e conosco i miei pregi e difetti. Non cambierei mai la mia vita con quella di un altro. Sono molto più serena, ma rimango anche tormentata, una con i suoi momenti in cui le emozioni arrivano in modo violento. E forse sono loro il motore del mio lavoro. Sono fatta così, semplicemente ora mi conosco. E quindi mi accetto. E forse anche per questo non ho scritto un disco incentrato solo su di me. È un insieme di fotografie anche sugli altri».
Tre parole lo raccontano: coraggio, libertà e condivisione. Hai mescolato tante carte dal punto di vista autoriale e musicale e nel tuo mondo sono entrati tanti nomi.
«Questa è stata una delle cose più spaventose da affrontare per me. Tutto è partito da "Seta". Stavo facendo un lavoro per un altro artista, in studio da Dario Faini e Davide Petrella. Avevamo ancora quattro ore, è nata quella canzone e mi piaceva un sacco, ma l’idea era di darla a un altro artista. Eppure mi spiaceva perché avrei voluto cantarla io. Scegliere di tenerla voleva però dire aprire le danze su un mondo che non era mio. Non poteva entrare in un disco di Elisa “normale”. Questa scelta ha determinato un approccio completamente diverso».
La pandemia ha influito?
«Mi ha dato molto più tempo per lavorare. Si sono aperte nuove strade e possibilità, anche “grazie” a come si stava vivendo. Ho messo in secondo piano dove potevo arrivare, mettendo in primo piano l’approccio. La connessione vitale è diventata il centro. Ho detto “vediamo che succede”».
Come è stato lavorare con gli altri?
«Il mio muro più grande. Devi rinunciare alla tua identità per come la conosci. Non sai fino a che punto gli altri ti influenzeranno. Hai paura di perdere quello che sei. Ne ho avuta molta».
È stato anche un modo per combattere l’isolamento?
«Non siamo fatti per vivere da eremiti, abbiamo bisogno di essere in contatto con noi stessi ma abbiamo anche bisogno degli altri. Guarda come siamo ancora più attaccati visceralmente ai telefonini. È stato tutto così complesso, che per rendere l’esperienza più accettabile e plausibile, ho scelto di non elaborare una cosa che ha coinvolto il globo intero in solitudine».
Con te cantano amici artisti. Ci lasci una parola per ognuno?
«Rkomi è poesia. Mi evoca questo. Elodie, Roshelle e Giorgia che cantano con me “Luglio” sono calore umano. Insieme è come se avessimo fatto una specie di rituale dell’amicizia. Jovanotti è un sogno devastante. Ero teenager, ho bruciato le sue cassette perché le ho ascoltate troppo. È incredibile per me aver fatto un duetto con lui. È estasi, toccare il cielo».
Due anni di isolamento, lockdown, quarantene, lavorando sempre accanto a tuo marito. Sembrate più uniti di prima. Il vostro segreto?
«Io e Andrea lavoriamo insieme da molto tempo. E non è facile lavorare tanto insieme. Non c’è nessun segreto, infatti non va sempre bene. A volte è anche molto difficile, altre è meraviglioso e si raggiungono risultati bellissimi. Ma non è sempre facile da gestire. Non stacchi mai, porti a casa tutto, parli dell’arrangiamento nel letto, di strutture sotto la doccia, giri un sugo e mescoli vita e lavoro. Ci sono i punti di vista diversi, che vanno gestiti».
Siete diversi?
«Diversissimi. Ma siamo due leader. Entrambi molto forti, lui non è per niente accondiscendente. A volte facciamo fuoco e fiamme. La cosa che mi piace di lui, che è anche la stessa che mi fa andare fuori di testa, è che è molto puro e onesto. Ti dice quello che pensa, nel bene o nel male. A costo di farti incazzare. Ha il coraggio di dirti come stanno le cose, con la stessa innocenza di un bambino e come con un bambino vorresti arrabbiarti ma non ci riesci davvero. Ha le sue idee, è solido nei suoi ideali. Non segue le mode, non gliene frega nulla. Lo rispetto molto»
E tu?
«Io sono molto istintiva, quando sono in studio sembro un animale, vado alla ricerca di qualcosa e se non la trovo mi sposto, sono anche distruttiva, mi interessa cercare quella cosa e smonto tutto finché non la trovo. Abbiamo due studi, spesso io lavoro nel mio e lui nel suo a due porte di distanza. Per questo non è logorante. E siamo molto concentrati sui ragazzi. Facciamo tante cose per la famiglia e per loro. Insieme viviamo molte vite».
«Quella stupida voglia di vivere» cantata a Sanremo è la risposta a questi ultimi due anni?
«È il bisogno di vivere, normalmente. Da sempre sento fortissimo il tema della sostenibilità, questi due anni l’hanno amplificato. Quella stupida voglia di vivere va cercata e messa al centro, oggi più che mai. Anche la turneé sarà incentrata su questo tema».
Come sarà?
«Voglio portare al centro i temi di educazione ambientale, di ripensare all’individuo come persona prima che come consumatore. È qualcosa a cui penso da ancor prima della pandemia. Sono ottimista, nei giovani vedo tanta rinascita di nuovi valori non materiali. I concerti saranno scuse per parlare di questo, per incontrarsi, mettendo in luce quei temi. Il titolo “Back to the Future” nasce da questi pensieri, ancora prima che nascessero le canzoni».











