Cime-Tempestose-cinema-milano. Quanta-pioggia-milano-2025. Mangiare-troppi-carciofi-rischi-salute. Queste sono alcune delle mie ultime ricerche su Google. Suppongo che ognuno abbia il suo modo per comunicare al meglio con l'algoritmo, digitiamo parole chiave, proviamo combinazioni diverse, cambiamo lingua, inseriamo parentesi e virgolette, restringiamo o allarghiamo il campo modulandoci su quello che otteniamo.
Le preposizioni sono assenti, gli articoli inutili, le raccomandazioni puntigliose della maestra Paola superflue. A volte mi sembra di parlare un linguaggio in codice che prevede una sequenza di parole messe insieme senza apparente senso grazie alle quali, però, io e il motore di ricerca di intendiamo bene. Alla fine quella con Google è una relazione che ho imparato ad apprezzare, per quanto non voglia ammettere di essere la parte dipendente della coppia. L'AI, invece, richiede un maggior grado di affidamento, una perdita di controllo che - prevedibilmente, direbbe la mia terapeuta - a me disturba. È la differenza tra chiedere a qualcuno di cercarmi le chiavi di casa o mettermi io a frugare nella borsa e nei cassetti. Probabilmente è una forma di presunzione, ma a oggi sono ancora convinta di quale processo porti al risultato migliore, in futuro si vedrà. Resta il fatto che con questi mezzi ci dobbiamo comunicare e che, mentre lo facciamo, cambia anche il modo in cui parliamo tra noi.
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Comunicare con la tecnologia
Una volta si doveva prendere l'enciclopedia o andare in biblioteca. Per avere la risposta alla tua domanda dovevi focalizzarti su un unico lemma e leggere tutta la definizione sperando di trovarci il nodo del tuo dubbio. Strada facendo incontravi molto altro. Ora non è più così: quando la domanda si fa a un altro essere umano o quando i nostri antenati si rivolgevano all'oracolo oppure a Dio in cerca di risposte, il linguaggio era diverso. Se si modifica il linguaggio, si modificano le parole, si modifica anche il modo in cui ci interroghiamo sulle cose ancora prima di formulare la domanda. Si ridefiniscono i confini del dubbio e della curiosità, assumono nuove forme.
Secondo lo studio Videos and Vocabulary: How Digital Media Use Impacts the Types of Words Children Know i bambini sono particolarmente impattati dall'uso della tecnologia che modifica le loro esperienze quotidiane: più smartphone, più video, nessuna difficoltà nel reperire qualsiasi informazione. Per gli studiosi, i bambini ricevono meno input linguistici dai partner sociali o dalle interazioni sociali faccia a faccia, il risultato mostra una differenza nel loro vocabolario. In particolare, i bambini con tassi più elevati di esposizione a video tendono ad avere una percentuale maggiore di parole che riguardano persone e mobili e una quantità inferiore di parole che riguardano parti del corpo. Gli adulti sono sicuramente meno plasmabili, ma alla fine ci siamo adattati a parlare con Google usando una comunicazione assai poco umana e ora stiamo facendo lo stesso con ChatGPT.
Da Google all'AI, come cambiano le parole
Cerco di ripetermi, quando uso i miei device, e quindi quasi continuamente, che il modo in cui parliamo, anche sulle piattaforme, cambia il modo in cui pensiamo. Uno studio del Max Planck Institute ha rilevato che nei 18 mesi successivi al lancio di ChatGPT, gli YouTuber accademici hanno iniziato a usare termini come "meticoloso", "esperto" e "approfondito". La crescita è arrivata fino al 51%. ChatGPT ha un linguaggio specifico (odio che metta tutte quelle lineette) e delle parole che usa più di frequente. A furia di sentircele ripetere le usiamo di più anche noi. Secondo i ricercatori, tra l'altro, la maggior parte delle persone non era nemmeno consapevole di farlo.
«La comparsa dei LLM (Large Language Models), come ChatGPT e Gemini, ha portato a un brusco aumento della frequenza di determinati stilemi», spiegano i ricercatori dell’Università di Tubingen e della Northwestern University in Illinois che hanno condotto lo studio Delving into LLM-assisted writing in biomedical publications through excess vocabulary. Parlano di un fenomeno «senza precedenti sia per qualità che per quantità». «Guardate che si sente se vi fate scrivere i testi da ChatGPT», avvertiva qualcuno su Substack qualche settimana fa e, in effetti, col tempo stiamo diventando più bravi a individuare l'AI, non tanto nei contenuti, ma nel modo. Pare che ogni chatbot abbia il suo stile di scrittura distintivo: secondo la linguista Karolina Rudnicka della University of Gdańsk in Polonia, ChatGPT tende a usare una grammatica standard e delle espressioni accademiche, evita slang o colloquialismi e ha un debole per aggettivi apparentemente sofisticati come "versatile" e "encomiabile". Gemini, invece, è più colloquiale ed esplicativo, si dà meno un tono.
I ricercatori, però, sospettano che l'intelligenza artificiale stia spingendo anche noi verso un modo di parlare diverso. Più semplice e più emotivamente neutro, un po' come le mail perfette che ChatGPT è così disponibile a scrivere: formali, piatte, irreprensibili, solo sottilmente passivo-aggressive. Se continuiamo a leggere più spesso le risposte di un chatbot rispetto a un libro, finiamo per fare nostri termini e strutture sintattiche AI. Di andare verso un modo di scrivere e parlare stilisticamente impeccabile ma appiattito e smussato, senza sbavature e senza alcun segno di emozione umana. Questo, alla lunga, potrebbe influire, dicono gli studi, anche sul modo in cui ragioniamo, sui livelli di profondità che concepiamo, sul modo in cui poniamo domande e quello che ci aspettiamo in risposta, sulle forme delle nostre comunicazioni.
A me di ChatGPT innervosisce l'approccio dialogante. Non è più uno strumento di ricerca, è il surrogato di una relazione che io non voglio avere. Se mi risponde «Certo, ecco qui le tre ricette più utilizzate per cucinare i carciofi. Vuoi per caso che te ne proponga altre diversamente bilanciate?» a me viene da rispondere «No, grazie» perché é così che sono stata educata. Forse sarò poco proiettata verso un futuro in cui sarà importante essere cortesi anche con le macchine, ma a oggi mi pare una perdita di tempo e di energie sociali comportarmi come se davanti avessi un essere umano a cui chiedere «per favore» e «potresti». Mi sforzo di dire «Cerca», «Trovami», «Scrivi», di usare meno parole possibile, ma mi sento una stronza. Il modo in cui parliamo, anche sulle piattaforme, cambia il modo in cui pensiamo e forse anche le persone che diventiamo.













