Una lama di oltre 20 centimetri, penetrata sotto il costato. Il diciannovenne Zouhair Atif ha ucciso così, con un solo colpo, Youssef Abanoub, suo coetaneo di appena un anno più piccolo. Sembra che quella mattina avesse preso da casa un coltello da cucina, messo nello zaino e portato a scuola dove è avvenuto l'omicidio, di fronte ai compagni. Il caso dell’istituto professionale Chiodo-Einaudi di La Spezia ha riaperto un dibattito che, a ben vedere, è solo l'ennesima faccia della stessa medaglia: di nuovo la normalizzazione della gelosia, di nuovo l'impossibilità di accettare che una ragazza possa decidere per se stessa. Questa volta la violenza si scatena contro il "rivale": «Non doveva fare quello che ha fatto», ha dichiarato Atif, «Scambiare quelle foto con la ragazza che frequento».

Se alla base c'è sempre il terrore di venire rifiutati o umiliati, la vicenda fa luce su ulteriori aspetti del fenomeno. Secondo Save The Children, in cinque anni il numero dei minori che detengono armi improprie è più che raddoppiato. Coltelli, noccoliere, tirapugni, mazze, catene, storditori elettrici: secondo il rapporto, dal 2019 al 2024 i minorenni che detengono e trasportano questi oggetti sono passati da 778 a 1946.



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A scuola con il coltello

I casi di cronaca sono frequenti. Il giorno dopo l'uccisione di Abanoub, a Sora, in provincia di Frosinone, uno studente di 17 anni è stato ferito al collo davanti al liceo: una discussione - di nuovo legata a una ragazza - , il coltello estratto per minacciare il coetaneo e poi la ferita. Non è un fenomeno nuovo. Tra ottobre 2022 e febbraio 2023, un'indagine del Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica di Milano aveva individuato dei gruppi Telegram dove ragazzi anche molto giovani si scambiavano consigli su armi e ordigni esplosivi. «I miei genitori sono contrari alle armi, allora me le fabbrico io oppure me le prendo da qualche parte», scriveva uno dei partecipanti, come riporta La Stampa. Nelle chat si discuteva di pistole a salve o da softair acquistate online, venivano pubblicati video di coltelli e veri e propri tutorial per confezionare esplosivi. «Io avevo una Glock però poi ci sono andato a scuola perché lo avevo visto in un film americano», scriveva qualcuno, «io sono andato con un multitool con coltello, rischiato molto di andare al minorile. Portavo quello a scatto nel giubbino».

L'uso di armi proprie e improprie va di pari passo con un effettivo aumento della violenza tra i più giovani. I coltelli diventano strumenti per affermare il proprio dominio, per minacciare e punire. Secondo uno studio Espad dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr su 20 mila studenti e circa 250 scuole italiane, il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, il 3,4% ha portato in classe armi come coltelli o tirapugni. Il 10,9%, inoltre, ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare. I video finiscono su WhatsApp e sui social, alimentando il problema. Secondo un’altra indagine di Skuola.net, infatti, ben 7 ragazzi su 10 ritengono che l’esposizione mediatica a contenuti violenti possa contribuire a «banalizzare se non persino incoraggiare comportamenti aggressivi». Per il 17% è persino la causa principale della violenza, mentre per il 53% è una concausa.

Manca la prevenzione

In queste ore il governo ha annunciato che ci sarà una stretta sul problema dei coltelli nel nuovo pacchetto sicurezza atteso per la fine del mese. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha parlato di un aumento delle pene per chi viene trovato in possesso di armi da taglio, con reclusione fino a tre anni se i coltelli sono «di lunghezza superiore a cinque centimetri, a scatto o a farfalla, di facile occultamento e di frequente utilizzo». Si è parlato anche di metal detector all'ingresso a scuola in contesti a rischio, ma è ormai sempre più difficile ignorare il problema di fondo. Lo stesso Piantedosi ha detto che «Dobbiamo interrogarci su come sia possibile che dei ragazzi a scuola regolino i propri conti con un coltello», parlando di un intervento «sul piano culturale ed educativo». L'uso delle armi può essere una forma di emulazione incentivata dai social, ma alla base ci sono fenomeni ormai noti come la radicalizzazione dei giovani maschi online, l'assenza quasi totale di un'educazione emotiva strutturata, la crisi del maschile di fronte alla mancanza di alternative a un modello patriarcale distruttivo che non lascia spazio al futuro.

Eppure, nonostante si continui a parlare della necessità di un'educazione sessuo-affettiva scolastica che possa aiutare i ragazzi a vivere le relazioni in modo meno violento e totalizzante, l'argomento rimane l'elefante nella stanza, aggirato e accantonato. Di recente il ministro Valditara ha spinto perché i corsi su sessualità e affettività potessero essere svolti solo previo consenso dei genitori, non li ha resi obbligatoria né ha preso provvedimenti per incentivarli. In questo modo risulta difficile parlare di prevenzione, pur sapendo che vietare le armi non basterà.