Prima il gruppo su Facebook "Mia moglie", poi, a distanza di pochi giorni, lo scandalo del sito web Phica.eu. Nelle ultime settimane in Italia si è tornati prepotentemente a parlare di condivisione non consensuale e violenza online tramite immagini. Sui social i due forum sono diventati virali: da anni condividevano senza consenso foto, rubate o prese dai social, di ragazze, mogli, mamme, figlie (anche minorenni), personalità note e sconosciute ricoprendole di insulti, fantasie sessuali e commenti volgari che spesso inneggiavano allo stupro. In poco tempo si sono moltiplicate le denunce fino a che "Mia moglie" non è stato chiuso da Meta e Phica.eu è stato oscurato dagli amministratori, con tanto di messaggio di addio, che si conclude con un inquietante «A presto».

«Per molto tempo sotto a una mia foto c’è stato un commento che diceva: “Peccato che tu non sia della mia zona, altrimenti ti avrei scopata prima da viva e poi da morta"», ha raccontato al Post, Mary Galati, ventiseienne che, stufa di segnalare il forum Phica.eu senza successo, nel 2023 ha creato una petizione per chiederne la chiusura, «Prima di questo boom mediatico non mi aveva mai risposto nessuno, e io di mail ne avevo mandate tante». La sensazione è quella di un eterno ritorno, una spirale infinita di violenza che cambia forma ma non si arresta. Sul sito erano registrati più di 700.000 utenti ed è probabile che si stiano già organizzando per spostasi altrove tra web e canali Telegram. Sfruttano la mancanza di strumenti adeguati per arginare il fenomeno, la scarsa collaborazione delle piattaforme, le lacune della legge italiana e in parte anche il senso di impotenza di chi si trova di fronte a una violenza così subdola e pervasiva. Per questo è fondamentale sapere come muoversi quando ci si trova davanti a casi di violenza tramite immagini e condivisione non consensuale. Ne abbiamo parlato con Silvia Semenzin, sociologa digitale tra le massimi esperte in Italia sul tema, che da anni si occupa di violenza di genere online e facilitata dalla tecnologia.

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Jena Ardell//Getty Images

Che cosa si può fare quando si scopre l’esistenza di un sito o un gruppo che condivide foto senza consenso?

«La prima cosa da fare è segnalare immediatamente alla piattaforma, perché ha la responsabilità di intervenire, soprattutto se si tratta di una piattaforma regolata dal Digital Services Act europeo, com'è il caso di piattaforme di Meta. In parallelo è fondamentale denunciare all’interno delle reti femministe e alle associazioni che si occupano di questi casi, che possono offrire sostegno e strumenti concreti. Ci si può rivolgere ai centri antiviolenza, che andrebbero sostenuti e potenziati per il lavoro che svolgono, oppure a realtà come il collettivo Clara per assistenza psicologica e legale gratuita specifica e Permesso Negato per la rimozione dei contenuti. Nel caso in cui ci sia una violazione della legge si può denunciare alla polizia postale. È una soluzione individuale che dipende sempre da caso a caso ed è importante tenere presente che molti agenti non sono affatto preparati per trattare questi casi. Infine, purtroppo, a volte, quando ogni altra strada si rivela inefficace, non resta che esporre la questione pubblicamente anche attraverso i social».

È utile, quindi, denunciare quello che si ha scoperto sui social? Quali sono i rischi?

«Sono sempre un po’ scettica. Esporre questi gruppi sui social può avere un impatto immediato: si accendono i riflettori, si genera indignazione collettiva e molte persone prendono coscienza del problema. Ma il prezzo può essere altissimo perché ciò fa anche sì che migliaia di donne vengano gettate in pasto a milioni di sguardi, rivittimizzate e nuovamente esposte. Io e altre ricercatrici, come Lucia Bainotti, abbiamo scelto una strada diversa negli anni, quella di sensibilizzare in maniera costante, spiegando dinamiche e linguaggi senza mai fare i nomi. È una strada più lenta forse, ma per noi è una questione di etica femminista. Detto questo, non me la sento di giudicare chi sceglie di denunciare pubblicamente: capisco bene la rabbia e la voglia di veder chiudere immediatamente questi ambienti. Temo però che, una volta passata la tempesta mediatica, tutto finisca nel dimenticatoio, come già è accaduto con i gruppi su Telegram, e semplicemente la violenza si sposti altrove».

Cosa fare quando, come in questo caso, tutti parlano di uno di questi siti o gruppi?

«Se si sospetta di essere vittime è naturale voler controllare, ed è comprensibile. Ma dall’altra parte si accende anche una curiosità morbosa che è pericolosa soprattutto per chi subisce. Ogni clic in più significa alimentare il traffico e quindi i guadagni di queste piattaforme: negli ultimi giorni, ad esempio, i siti in questione hanno registrato un’impennata di utenti che per loro equivale a oro. È il paradosso di queste bufere mediatiche: più se ne parla, più queste piattaforme prosperano».

Come conviene muoversi se si scoprono effettivamente le proprie foto condivise senza consenso?

«La strada dipende dal tipo di contenuto. Se si tratta di materiale sessualmente esplicito, si applica l’articolo 612-ter del codice penale e bisogna sporgere querela alla Polizia Postale o ai Carabinieri allegando screenshot e conversazioni. Se invece parliamo di foto “neutre” prese dai social, si tratta di trattamento illecito dei dati personali e rientra nell’articolo 167 del Codice della Privacy. Non è vero che chiunque può prendere la tua foto e farne ciò che vuole, come dicono alcuni. Anche questo è reato. Infine, se i contenuti arrivano da piattaforme come OnlyFans, si possono far valere sia il diritto d’autore (art. 88 legge sul diritto d’autore) sia l’articolo 612-ter».

Quali sono invece le soluzioni di cui bisognerebbe discutere per affrontare il problema alla radice?

«Le risposte non possono essere solo individuali o emergenziali. Servono come minimo due cose: educazione sessuale e di genere, fin dalle scuole, e una nuova legge che affronti in modo organico la violenza sessuale digitale. Di questo tema non si parla più dal 2019, nonostante le richieste costanti di attiviste e ricercatrici. In Italia c’è stato un silenzio assordante, mentre altrove il dibattito è andato avanti. Negli ultimi anni io ho lavorato a sostegno di leggi in Stati Uniti, Ecuador, Messico, Gran Bretagna, mentre qui invece non c’è mai stata una reale volontà politica di lavorare alla ricerca di soluzioni. È surreale che ogni volta ci si dica “sorpresi” da fenomeni così diffusi.
Credo sia invece arrivato il momento di nominare le cose e di pensare a nuove leggi ad hoc. Deepfake porn, voyeurismo digitale, cyberflashing, stupro digitale, sono tutte forme di violenza di genere che il Codice Rosso non copre e che continuano a proliferare in rete. Mi auguro davvero che prima o poi la politica italiana capisca che non si tratta di emergenze passeggere, ma di un tema strutturale legato alla violenza di genere e all'economia digitale che pone in grave pericolo la vita delle cittadine di questo Paese».