Ogni mattina al Centro di chirurgia pediatrica di Emergency a Entebbe, in Uganda, la giornata della capo infermiera Giulia Pedroni (40 anni) inizia con una riunione sui pazienti ricoverati. Sono tutti bambini e ragazzini sotto i 18 anni con malformazioni spesso congenite e necessitano di uno o più interventi chirurgici. «La cosa bella», spiega, «è che riusciamo a cambiargli la vita in modo sostanziale e gratuitamente. Quando i bambini nascono con queste disfunzioni, le famiglie spesso si rassegnano, li tengono a casa da scuola e può esserci stigma e isolamento. Dopo, invece, riescono a reinserirsi nella società». È successo anche ad Arya (il nome è stato modificato), una bambina abbandonata dai genitori per via di un difetto gastrointestinale congenito. «È arrivata con la nonna: una signora anziana elegante nel suo vestito migliore.
Dopo la visita non sapeva come tornare a casa: aveva speso tutto ciò che aveva per il viaggio. Tramite assistenti sociali e associazioni locali le abbiamo fornito assistenza finché la nipote non ha terminato l’iter degli interventi. Oggi la bambina sta bene e penso che anche la nonna sia una persona diversa».
Per Pedroni quello con Emergency è un lavoro, ma anche una scelta di vita, simile a quella degli altri 3.450 operatori, internazionali e locali, impegnati nei 67 progetti attivi. Oggi, a trent’anni dalla fondazione da parte di Gino Strada, l’Ong offre assistenza sanitaria alle vittime civili delle guerre e della povertà in Iraq, in Afghanistan, Sudan, Eritrea, Sierra Leone, Uganda, nel Mar Mediterraneo con la nave Life Support e anche in Italia. «Non c’è molta consapevolezza delle situazioni di vulnerabilità e indigenza presenti nel nostro Paese», spiega Loredana Carpentieri (40 anni), anche lei operatrice Emergency, ma a Milano.
Carpentieri lavora come mediatrice culturale e coordinatrice del progetto di assistenza socio-sanitaria dell’ambulatorio mobile. «Gli utenti hanno più di 40 diverse nazionalità»,dice, «non forniamo solo assistenza medica, ma gestiamo anche le eventuali barriere linguistiche, culturali, amministrative o legali all’accesso al servizio sanitario nazionale». Mi racconta di una signora extracomunitaria irregolare con problemi oncologici che, con l’intervento di Emergency, ha potuto accedere alla chemioterapia: «Le era stato detto che, a causa della sua situazione di irregolarità, non avrebbe potuto effettuare le terapie, ma la normativa non prevede affatto questo e siamo riusciti a far valere i suoi diritti».
«Offriamo assistenza e supporto contro le barriere culturali»
In Italia è fondamentale anche il lavoro dei volontari e delle volontarie. Caterina Raffo (26 anni) vive aMilano e ha scelto di dedicare parte del suo tempo libero a Emergency. «Durante la prima sessione informativa», racconta, «ci hanno parlato proprio del centro di Entebbe per spiegarci che le attività che avremmo svolto sarebbero servite principalmente a finanziare il lavoro degli operatori all’estero. La gratuità del volontario Emergency, infatti, sta nel sapere che si possono creare cose molto grandi anche con pezzetti molto piccoli». Dice che sono tanti i ragazzi che danno una mano: «C’è molta flessibilità rispetto alle nostre vite caotiche e le voci dei giovani vengono davvero ascoltate».
Nelle mailing list e nei gruppi Whatsapp per i volontari, si organizzano le raccolte fondi, gli eventi di divulgazione e alcune attività sul territorio. Marta Miceli (18 anni) mi parla della sua esperienza a Padova durante una giornata di distribuzione di pacchi alimentari per il progetto Nessuno Escluso, pensato per ridurre le vulnerabilità sociali. Una donna, dopo aver ricevuto il pacco, ha insistito per ricambiare regalando ai volontari una bottiglia d’acqua. «Conservo ancora l’etichetta», mi dice.
Secondo Miceli il rischio per le nuove generazioni è sentirsi inermi e paralizzati di fronte al flusso di informazioni sui social. «Mi piace pensare che Emergency non solo curi le ferite nei Paesi in guerra, ma riesca a guarire anche noi ragazzi privilegiati, aiutandoci a trasformare rabbia e paura in azione». «Il futuro è incerto», dice, «ma possiamo creare uno spazio per migliorare le cose, come nella canzone dei Fask: “Questo ci resta, combattere per l’incertezza”». Ma il punto, forse, sta nell’ultima strofa: “Ora divento più grande, e cambio le sorti del mondo”.

















