I capelli umidi, le mani salde sulle corde di juta, piano piano, fai piano non mi spingere. A cosa serve raccontare un disturbo? A farci sentire meno soli, a lasciarci spingere più forte. Ho visto Nina volare è un viaggio autobiografico della fotografa Sara Grimaldi, che mostra in forma metaforica tormenti durati anni, legati a un malessere psicologico.

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Sara Grimaldi
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«È il 2012 quando mi ammalo di disturbi alimentari, nel 2019 sprofondo in uno stato depressivo acuto ed è nello stesso anno che mi ricoverano prima in psichiatria al Niguarda di Milano e successivamente nella clinica psichiatrica riabilitativa Villa Maria Luigia a Parma dove ricevo la diagnosi di disturbo di personalità borderline. Il 2019 è stato l’anno di svolta, in cui ho desiderato così spesso di morire e in cui invece con estrema fatica sono rinata. Nella poesia Bucaneve la poeta Louise Glück descrive letteralmente ciò che sento di aver vissuto.

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Non mi aspettavo di sopravvivere

la terra mi sopprime

Non mi aspettavo di

svegliarmi di nuovo, sentire

nella terra umida

il mio corpo

in grado di rispondere di nuovo, ricordando

dopo tanto tempo come riaprire

nella fredda luce

della prima primavera

paura, sì, ma di nuovo tra voi

piangendo si rischia la gioia

nel vento crudo del nuovo mondo.

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Ho dovuto mettere in stand-by la mia vita e il mio lavoro come educatrice di prima infanzia, lavoro che fino a quel momento avevo svolto con impegno e dedizione ma che in quello stato psicologico alterato non potevo proseguire. Nessuno con una malattia fisica penserebbe di potersi salvare da solo e lo stesso deve valere per la salute mentale, anche se la strada da fare è ancora lunga per eliminare lo stigma.

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Seguo un percorso di psicoterapia e nutrizione da 5 anni, una terapia farmacologica
da altrettanto tempo, il percorso di recovery non è immediato ma deve essere costante
per poter migliorare la qualità della propria vita provando a non identificarsi con il disturbo stesso. Il mezzo fotografico, poetico e performativo sono stati per me un’ulteriore strada di consapevolezza, mi permettono di raccontare in forma universale ciò che si trova dietro a una malattia intangibile e per questo ho deciso di indagare, attraverso il mio corpo e la mia esperienza, una realtà di sofferenza, nascosta, di cui non si parla perché scomoda, poco conosciuta, poco accettata e molto spesso giudicata. La salute mentale è diventata per me motore di ricerca personale e collettiva. Ci sono stati alcuni passaggi ed episodi chiave della manifestazione del mio malessere, uno fra tutti è stato la visione di una bambina su un’altalena, da qui la scelta del titolo del progetto, ripreso da una canzone di Fabrizio De André.

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Con le parole “Ho visto Nina volare” riprendo in mano quella parte di me bambina, spensierata, leggera, ignara di ciò che quell’altalena avrebbe significato negli anni a venire. Il mio gioco preferito, trasformatosi in una vera allucinazione durante le crisi emotive. Una bambina mi guarda e mi chiama a sé, ferma li a mezz’aria, nulla intorno, solo lei e la sua altalena. Il buio si fa luce attraverso il suo sguardo».