C'è una foto che si ritrova spesso girando sul web: una ragazza pakistana che protesta contro un caso di violenza sessuale avvenuto nel 2020 a Lahore. Tiene in mano un cartello su cui ha scritto «Unsafe is my default existence», la mia esistenza è insicura di default. È vero in Pakistan, ma è vero ovunque, anche qui, sempre. Come donne siamo potenzialmente in pericolo se camminiamo per strada, se invitiamo degli amici a cena, se andiamo a una festa, se andiamo in discoteca, se stiamo a casa, se abbiamo un compagno, se viviamo da sole. Nel caso, per un attimo, ce lo dimenticassimo, ci pensano i fatti di cronaca a ricordarcelo, fatti come gli ultimi avvenuti, ancora e ancora: una ragazza si è uccisa a Lecce dopo una violenza, una donna è stata violentata da due uomini in un locale di Milano.
Manca circa un mese al 25 novembre, la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, e l'elenco delle ragazze stuprate, abusate o uccise si allunga sempre di più, al punto che ci sentiamo sopraffatte. Succede a Palermo, a Monreale, a Torino, a Milano, a Lecce, sotto casa nostra o a chilometri di distanza. Luoghi geografici, storie diverse, ma tutte legate da un filo conduttore: l'insicurezza è la nostra condizione abituale. A Milano è emerso una altro caso di violenza sessuale risalente allo scorso marzo. Una 32enne è stata stuprata in un locale lungo il Naviglio Pavese di Milano. La donna si è svegliata dopo una serata di festa con i chiari segni di una violenza. Aveva bevuto e non si ricordava nulla. Dalle ricostruzioni sembra che sia stata violentata da tre uomini nella cantina del locale dove si trovava, due di questi erano gli stessi gestori. Si è recata al centro antiviolenza della Clinica Mangiagalli e poi ha scelto di denunciare l’episodio ai carabinieri, ora si indaga per violenza sessuale di gruppo.
A Lecce una ragazza francese si è tolta la vita. L'ha fatto dopo che un ragazzo l'ha violentata, ha lasciato il referto medico che lo conferma e un biglietto per i genitori: «Non ci riesco più, non riesco ad accettare ciò che mi è successo, è troppo difficile per me rimanere sola». Aveva 21 anni, era in Erasmus e aveva davanti un futuro sgombro. A quante opportunità, a quanta energia, a quanta vita devono rinunciare le donne per fare i conti con la violenza a cui sono sottoposte? La violenza ci porta via parti preziose di noi, a volte la vita, e di noi rimangono solo luoghi e numeri: un'altra, un'altra, un'altra ancora. «È morta un’altra donna», come scrive Giulia Blasi in Manuale per ragazze rivoluzionarie, «e solo a quel punto ce ne frega qualcosa di lei, perché le donne si preferisce piangerle da morte piuttosto che aiutarle da vive».











