Il sipario si è chiuso su Sanremo, ma il vortice che attrae a sé i cantanti in gara è ancora veloce, spietato, ma, a tratti, dannatamente meraviglioso. Così, colta da una frenesia del tutto inaspettata, ma voluta, cercata e ora goduta, abbiamo messo in pausa per qualche istante l’ennesima giornata caotica di Ditonellapiaga (che all’anagrafe è Margherita Carducci). I minuti sono contati. Insieme a Donatella Rettore, durante l’ultima edizione di Sanremo, Ditonellapiaga ha incarnato una sicurezza impetuosa tanto da portare a dire che "Lei sì, sembra nata per stare sul palco”.

Sono passati esattamente dodici giorni dalla fine di Sanremo, come stai?

Mi sento come se vivessi in un frullatore. Sono giorni faticosi, ma molto belli, sono davvero felice. È un periodo stupendo che non capita spesso di vivere.

Ti sei fatta conoscere al grande pubblico nell’occasione più prestigiosa del panorama musicale e lo hai fatto con grande risolutezza.

È vero, ma complice è stato anche il brano; interpretare "Chimica" richiedeva molta grinta e sicurezza sul palco e tutto è venuto in modo molto naturale. Non mi aspettavo di sentirmi così a mio agio e di non provare paura... alla fine quel palco, metaforicamente, è gigante.

Hai mostrato anche una forte gestualità, hai un buon rapporto con il tuo corpo?

Vivo momenti altalenanti con me stessa, ma direi che oggi, sì, ho un buon rapporto con il mio corpo. Prima di Sanremo mi sono presa molto cura di me stessa, della mia voce e del mio corpo, per essere il più possibile performante. Ho riscoperto una cura particolare della persona a livello corporeo che non è assolutamente una cosa che prescinde da come ti senti dentro. Ultimamente sto meglio del solito. Ma, ad esempio, io non sono in grado di vedermi dal di fuori: non capisco cosa mi possa stare bene perché arrivo da complessi che ognuno nella propria vita, indipendente se uomo o donna, ha affrontato. Facendo questo percorso di training per la performance mi sono riscoperta molto più confident con me stessa.

Il palco sembra casa tua, ti ricordi la prima volta che hai sperimentato questo luogo?

Credo, un po’ come tutti, di essere salita la prima volta su un palco per una recita scolastica alle elementari. Ma il primo palco importante che ricordo l’ho vissuto durante gli anni delle medie: facevo un corso di teatro in tedesco (ride), ricordo ancora i miei genitori tra il pubblico che non capivano nulla.

Da bambina cosa sognavi?

Sono sempre stata attratta da tutto ciò che inglobasse aspetti creativi e artistici, in particolar modo il mondo delle performance.

E la musica come è entrata nella tua vita?

Ho capito di saper cantare bene durante gli anni degli scout: mi assegnavano sempre le parti da solista quando dovevamo cantare. Poi tutto si è evoluto durante il periodo del liceo (linguistico): in questi anni ho iniziato a esibirmi le prime volte e ad avere le prime band.

Nel tuo album, Camouflage (uscito lo scorso mese), ci sono diversi stili, diversi generi. Questo desiderio di interpretare diverse correnti accomuna molti giovani artisti, quasi come se si sentisse la necessità di svincolarsi da un’unica etichetta.

A me piace fare più cose. C’è invece chi si dedica al solo rock, per esempio. Però credo che ultimamente i ragazzi della mia generazione si vogliano sentire più parte di un tutto che di un’unica cosa, inevitabilmente poi questo pensiero si riflette anche nella musica che facciamo.

Come vivi la competizione?

La competizione l’ho vissuta spesso sia con colleghi uomini che con colleghe donne. Credo semplicemente che faccia parte del gioco. Quando si cresce si realizza se si sta vivendo quella sportiva o quella nociva. Molte volte diventa uno stimolo.

La scrittura è un passaggio fondamentale nel tuo lavoro, nel processo creativo di una canzone. Cos’è che influenza maggiormente i tuoi brani?

Dipende: il più delle volte vengo colta da esigenze emotive, stati d’animo che sento di dover esprimere subito. In questi momenti capisco che non posso tenere tutto dentro e che ho qualcosa di importante da raccontare. Altre volte sono esigenze creative: mi faccio ispirare dai sogni, mi aiutano a creare delle storie. Poi mi piace molto ascoltare e prendere voce di storie altrui, mi piace fantasticare, mi diverto, è molto più facile rispetto a raccontare storie più personali, mi sembra di interpretare un personaggio svincolato da me, da Margherita.