La chiamano "la marea verde" dal colore delle bandane, il cosiddetto pañuelo verde, che le manifestanti indossano e, a vedere le foto, sembra proprio un fiume in piena come quello che ha invaso festante le strade di Buenos Aires dopo l'approvazione della legge che ha legalizzato l'aborto volontario dopo 15 lunghi anni di lotte. Ma la marea verde dopo questa vittoria non si ferma di certo, anzi è più in fermento che mai perché l'Argentina sarà anche il più grande stato latinoamericano ad aver legalizzato l'interruzione volontaria di gravidanza ma, nel resto dell'America Latina la situazione è tutt'altro che rosea con stati che arrivano a punire l'aborto con la reclusione fino a cinquant'anni."Che sia legge su tutto il territorio! Che sia lotta, che sia conquista collettiva, e femminismo transnazionale. Che continui l’onda verde e travolga tutta l’Abya Yala" ha scritto su Twitter Verónica Gago, accademica e attivista femminista argentina dell’organizzazione Ni Una Menos utilizzando il nome indigeno per indicare l'America Latina. Eppure, perché il sogno si avveri, la strada è ancora lunga.
Come spiega Pia Riggirozzi professoressa di politica globale sul blog della LSE, nei Paesi latinoamericani, l'approvazione della legge argentina ha portato notevole scompiglio con reazioni forti sia da parte dei movimenti femministi che da parte dei governi conservatori. "Sebbene molti stati dell'America Latina abbiano firmato e ratificato la CEDAW (la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, ndr)", scrive infatti Riggirozzi , "la regione continua a rappresentare una delle principali linee di frattura per i diritti riproduttivi globali e ha alcune delle leggi sull'aborto più restrittive al mondo". Diversi governi hanno preso le distanze dalla decisione dell'Argentina: come spiega Il Post, il presidente Jair Bolsonaro è stato chiaro nel dire che in Brasile l’interruzione volontaria di gravidanza "non sarà mai approvata" mentre in Paraguay la Camera dei deputati ha osservato "un minuto di silenzio per le migliaia di vite mai nate dei fratelli argentini".
In America Latina, al momento, l'IVG è legale in Uruguay, a Cuba, nella Guyana, a Città del Messico, nello stato messicano di Oaxaca e, appunto, in Argentina. Sempre come riporta Il Post in un recap sulla situazione latinoamericana, nella maggior parte degli altri Paesi l'aborto è legale solo in determinati casi (stupro, malformazione fetale, rischio per la vita della donna) mentre ad Haiti, in Honduras, nel Suriname, in Nicaragua, nella Repubblica Dominicana e a El Salvador è invece vietato in qualunque circostanza. Questo quadro porta a un alto tasso di aborti clandestini: secondo i dati del Guttmacher Institute, ogni anno, nell’area del Sud America e dei Caraibi, 760 mila donne vengono ricoverate per complicanze legate agli aborti non sicuri.
"Un 'conservatorismo persistente'", spiega Riggirozzi, "associato a influenti partiti politici di impronta religiosa ha finora bloccato le modifiche legali per ampliare i diritti relativi all'aborto, alla contraccezione e alla sessualità". Di conseguenza la situazione è preoccupante. A El Salvador l'influenza della chiesa cattolica si fa sentire pesantemente e l'aborto viene di frequente punito come se fosse un omicidio aggravato arrivando a più di 40 anni di carcere. In Honduras, invece, il Congresso Nazionale a maggioranza conservatrice ha approvato a fine gennaio una modifica costituzionale definita "scudo contro l’aborto" che, di fatto, rende impossibile ogni legalizzazione. "Le ragazze anche di età compresa tra i 9 e i 14 anni sono talvolta costrette alla maternità, spesso dopo episodi di violenza sessuale", continua Riggirozzi. L'alternativa è rischiare la salute e pesanti sanzioni cercando di abortire clandestinamente perché, si sa, le leggi punitive mettono solo a rischio la vita delle donne.
Con la svolta in Argentina, però, si va verso una nuova fase dove è probabile che le tensioni tra i governi e i movimenti per i diritti riproduttivi si facciano sempre più acute. Del resto è stato chiaro come in Argentina siano stati i movimenti femministi a fare la differenza: #NiUnaMenos è stata in grado di mobilitare le donne come portatrici di diritti e aprire un dibattito pubblico e politico senza precedenti con eco internazionale tramite proteste come il "Mercoledì nero" nel giugno 2016 e il primo sciopero internazionale delle donne l'8 marzo 2017 che ha riunito attiviste da circa 60 paesi.
Qualche passo avanti in questo senso arriva dal Cile dove l'aborto al momento è consentito solo in caso di stupro, rischio per la vita della donna e gravi malformazioni del feto. Nel Paese è nata la Cómision de Mujeres y Equidad de Género (Commissione per le Donne e per la Parità di Genere) che lo scorso 13 gennaio ha avviato una prima discussione per depenalizzare l’aborto volontario entro le 14 settimane di gestazione coinvolgendo anche i movimenti femministi del Paese. Forse il Cile seguirà le orme dell'Argentina e ,che dire: che continui l’onda verde e travolga tutta l’Abya Yala!













