A volte è facile prendere una persona, una figura di spicco che ha fatto cose eccezionali, magari, e farne un eroe, un simbolo di speranza e redenzione. È successo anche con Aung San Suu Kyi, la leader del Myanmar che per anni ha rappresentato la volontà di una transizione democratica per il Paese, che nel 1991 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace e che è stata per decenni dipinta come una combattente pacifica e risoluta e quasi una martire, costretta per 15 anni agli arresti domiciliari. Ma chi è davvero Aung San Suu Kyi? Di certo una donna fuori dal comune che ha dedicato la propria vita al suo Paese e al suo popolo. Ma è anche molto più di questo: una figura politica complessa, con luci e ombre, ben lungi dall'essere l'eroina senza macchia che a lungo ci eravamo immaginati. Da ieri Suu Kyi è nuovamente sotto arresto dopo che l'esercito ha preso il potere in Myanmar con un colpo di stato.
"Ti chiedo soltanto una cosa, che se mai il mio popolo avrà bisogno di me, tu mi aiuterai a compiere il mio dovere nei suoi confronti". Con questa richiesta, Suu Kyi sposa nel 1972 lo storico Michael Aris. Si rivelano parole vere perché, nel 1988, Suu Kyi fa effettivamente ritorno in Myanmar dopo anni di assenza e dà inizio alla sua carriera politica. Non ha mai dimenticato il suo paese di origine, né suo padre, Aung San, un vero e proprio eroe nazionale considerato il padre del Myanmar moderno, assassinato nel 1947. Dopo la sua morte la famiglia si trasferisce in India, Suu Kyi studia a Nuova Delhi e poi si laurea ad Oxford, ma la vocazione politica è parte di lei.
Quando rientra nel Paese alla fine degli anni '80, complice la fama di suo padre, viene subito coinvolta nella formazione della Lega nazionale per la democrazia e inizia a tenere comizi e a dedicarsi all'attivismo politico ispirata da Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Ma il sogno ha vita breve: tra il 1989 e il 2010, Suu Kyi trascorre più di 15 anni in prigione agli arresti domiciliari nella sua villa a Yangon mentre al potere si alternano dittature militari. Non può uscire per nessun motivo e non riesce nemmeno a dare l'ultimo saluto a suo marito che muore a Oxford senza poterla vedere, cristallizzando con amarezza quella richiesta di tanti anni prima.
Negli anni della reclusione, la comunità internazionale sostiene l'attivista, ne chiede il rilascio, le conferisce il Premio Nobel per la Pace. Le cose cambiano solo nel 2010 quando il Paese inizia una tiepida transizione verso la democrazia: Suu Kyi viene rilasciata e nel 2012 diventa parlamentare dell'opposizione. Quando poi nel 2015 il suo partito vince le elezioni, su di lei ci sono grandi aspettative. Non può accedere alla presidenza a causa di una riforma costituzionale che rende la carica inaccessibile a chiunque abbia sposato un cittadino straniero, ma Suu Kyi comincia di fatto a governare il Paese assumendo la carica di consigliera di stato.
Ma è proprio con il potere che inizia la caduta di "The Lady", come è conosciuta nel Paese. Nei 5 anni sotto il suo governo le speranze di un cambiamento concreto in Myanmar vengono in gran parte deluse. Va detto che la Costituzione dà all'esercito molto potere con un quarto dei seggi parlamentari riservato ai militari. Suu Kyi si trova quindi a mediare, ma la situazione nel Paese non sembra migliorare grazie a lei, anzi, la stampa è sempre meno libera con diversi giornalisti sotto arresto per aver criticato l’esercito. A tutto questo si aggiunge la persecuzione della minoranza musulmana dei rohingya, compiuta dai militari a partire dal 2017. Suu Kyi viene aspramente criticata per aver ignorato il problema e incolpata di non aver fatto nulla per fermare stupri, omicidi e violenze efferate. Quando risponde alle accuse di genocidio verso il suo Paese davanti alla Corte internazionale di giustizia, Suu Kyi di fatto appoggia l'esercito e volta lo sguardo.
Ora che la sua reputazione a livello internazionale si è rovesciata e in molti hanno chiesto che le venga ritirato il Nobel, per Aung San Suu Kyi sembra aprirsi un nuovo capitolo. Ieri il generale Min Aung Hlaing ha preso il potere in Myanmar, sostenendo che nelle ultime elezioni ci siano stati brogli e irregolarità e ha messo sotto arresto la consigliera di stato. Per il Paese ha inizio una crisi profonda e, stavolta, sarà difficile che Suu Kyi riuscirà a cambiarne le sorti. Ritorna in mentre la frase di Brecht "Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi".
















