Spesso si dice che sia “tutta una questione di chimica”, ma l’amore non è una scienza esatta; non c’è ricetta o algoritmo che tenga (come spesso ci dimostrano le dating apps), anche se forse, nel caso di Matrimonio a prima vista Italia (in onda su Discovery+ e poi in chiaro su Real Time dal 10 settembre), le relazioni nate in “laboratorio” possono funzionare davvero.

Per Giulia Davanzante, psicologa clinica con una visione sistemico-relazionale, nonché new entry nel team di professionisti del programma, con un occhio attento verso il contesto che sagoma il nostro carattere, e alle spalle anche due progetti editoriali con Paolo Crepet, stabilire una conoscenza più profonda dopo il convoglio a nozze, in un format di frequentazione che va quasi “al contrario”, può conferire qualche sicurezza in più, poiché è scardinando le prime impressioni che si è costretti ad andare a fondo, certi che il partner a cui si viene abbinati sia lì per le stesse buone ragioni.

Il match iniziale, però, non sempre si rivela di successo: fa parte dell'esperimento, di “chimica”, e in fondo, forse va bene così. Per Davanzante, infatti, è più una questione d’impegno: «A prima vista di solito noi riusciamo a capire se la persona è quella sbagliata. Un po’ più difficile è capire quella che è l’anima gemella. Probabilmente è qualcosa che si costruisce nel tempo».

Quest’anno sei la nuova esperta di Matrimonio a Prima Vista, insieme alla sessuologa Nada Loffredi e il life coach Andrea Favaretto. Nella scelta delle coppie, come capite chi sta bene con chi?

«Abbiamo una serie di test attitudinali e psicologici che vengono fatti a quelle persone che passano una prima fase di selezione (nel senso che vengono fatti prima dei colloqui telefonici, vediamo anche il tipo di richieste) e poi vengono fatti dei test per vedere come “matchare” meglio i partner; c’è il Big Five, test sull’attaccamento, ce ne sono vari. Ma comunque, anche solo dai colloqui con una persona si riesce a capire che tipo di motivazioni hanno, che tipo di interessi hanno, e quindi anche se c’è qualcuno di adatto».

È una bella responsabilità creare un match, no?

«Sì (ride n.d.a), anche perché ci sono dei parametri, sicuramente, che sono misurabili, poi c’è tutta una questione chimica che invece viaggia su un altro binario; quindi, a volte, è un po’ quella la difficoltà, perché magari il match è fatto in maniera che può funzionare perché le persone hanno dei valori molto simili, poi però se manca quella che è la chimica, che comunque non è misurabile, si fa un po’ più di difficoltà, purtroppo ancora non ci sono dei test che la misurano».

Nel programma, quanto è importante che, in una coppia, ci sia affinità piuttosto che un’attrazione tra opposti?

«È molto importante, anzi, è il presupposto del programma; chi partecipa a un programma così di solito sa che non si può bloccare alla prima impressione, ma che ha appunto un mese di tempo, un periodo, per poter conoscere quelle che possono essere le affinità con l’altro. Ovviamente bisogna essere predisposti ad aprirsi, perché poi se si creano dei blocchi è anche un po’ difficile vedere le affinità, però direi che è la cosa più importante. Anzi, è proprio il contesto giusto per vedere che cosa succede se si va oltre quella prima impressione, che poi a volte i risultati possono essere sorprendenti, anche in altre edizioni abbiamo visto che magari inizialmente non c’era quella scintilla, ma poi conoscendosi le persone si trovano bene, perché alla fine se si va sotto la superficie, quella è la parte più importante, se c’è affinità in tutto ciò che c’è sotto la superficie».

Che cosa significa avere un approccio sistemico-relazionale?

«È un approccio che va oltre il singolo, nel senso che quando arriva un paziente in studio con un determinato problema, o una coppia, non è mai solo la coppia o la persona che ho davanti, ma tutto il contesto. Siamo comunque sempre immersi in dei contesti, quindi sarebbe anche un po’ assurdo pensare che quello che siamo, quello che sentiamo, è solo frutto del nostro carattere, della nostra predisposizione. Ci sono tanti altri fattori che influenzano e quindi secondo me è importante anche tenerli in considerazione, in questo senso sistemico, nel senso che guarda più sistemi».

Dal 2021 collabori anche con il Dott. Paolo Crepet. Cos’hai imparato da lui, dal suo stile, il suo approccio?

«Mi piace molto questo suo non essere politically correct, ha un approccio molto diretto, quindi ci siamo trovati in linea. La collaborazione, comunque, è stata di tipo editoriale, abbiamo fatto Lezioni di sogni, il libro Mondadori che parla della crisi educativa contemporanea, però guarda agli adulti, alla mancanza di punti di riferimento per i giovani, oppure un altro progetto che si chiama “Schermi futuri”, con Unieuro, anche lì legato più ai giovani e ai social media. È un rapporto comunque editoriale, ma secondo me abbiamo delle linee di pensiero simili, quindi funziona».

Tornando alla terapia, spesso si attinge alle sessioni solo per “salvare il salvabile”. Tu consiglieresti di intraprendere questo percorso anche a chi è agli inizi della propria relazione?

«Sì, perché no. Questo forse sta un po’ cambiando. In generale, le persone arrivano in studio non solo quando hanno un malessere conclamato ma anche un po’ prima, sto notando che c’è sempre più sensibilità e quindi prima di arrivare al culmine c’è già un’azione verso il farsi aiutare, o comunque comprendere un po’ meglio cosa sta succedendo. Una terapia agli inizi di una relazione sarebbe un po’ particolare, nel senso che comunque uno arriva se c’è qualche tassello che stride, poi la consiglio sempre a livello individuale, così poi si arriva in coppia che si è già completi».

Quali sono, secondo te, i vantaggi del compiere un passo così grande, come il matrimonio (riferendomi al programma) all’inizio, e conoscersi dopo?

«Un vantaggio è quello di sapere che c’è un’altra persona che è lì e si impegnerà come te. Nel senso che, a prescindere poi dal matrimonio in quanto evento sacro, sai che stai iniziando un percorso dove c’è un altro, ed è sicuro che sia lì per gli stessi obiettivi, quindi quello dà una certa sicurezza, cosa che magari con le app o coi modi di conoscersi non sempre funziona, perché appunto puoi essere scartato con una X. Invece lì le persone sono più sicure, e poi capovolgi totalmente tutta la dinamica relazionale, quindi secondo me ti metti più in gioco, mentre se conosci una persona, magari puoi cambiare strada semplicemente perché hai visto uno sguardo, un atteggiamento che non ti piaceva, avendo il compito, l’impegno di rimanerci, magari si aprono più possibilità che nella vita reale non accadono ecco».

Secondo te le app hanno cambiato molto il modo di relazionarsi, sia in positivo che in negativo?

«Sì, vero. Nelle grandi città vedo che funziona molto bene, ma anche proprio come strumento per incontrare delle persone che altrimenti non si incontrerebbero. È anche vero che poi c’è tutta la parte un po’ più oscura; sono dei rapporti un po’ più usa e getta o comunque che si basano su un’apparenza, perché magari poi non riesci a entrare in contatto con quelle persone che avrebbero più affinità con te perché banalmente non ti piace la foto che hanno scattato. Quindi è un’arma a doppio taglio».

Ti rattrista un po’ pensare che alcune di queste coppie, alla fine del percorso, si lasceranno?

«Mah, mi rattrista più che altro sapere che c’erano delle potenzialità e le persone, nonostante pensassero di essere pronte ad aprirsi, non riescono, poi sono sicura che in caso troveranno altri partner, però è più una sfida nel pensare che quella persona, comunque, non si è riuscita ad aprire anche se c’era un grande potenziale».

Che cosa possiamo aspettarci da questa nuova stagione?

«Ci saranno tante sorprese, sarà una stagione scoppiettante».

Domanda da un milione di dollari: esiste quindi l’anima gemella?

«Secondo me esiste ma è frutto di grande impegno, nel senso che a prima vista di solito noi riusciamo a capire se la persona è quella sbagliata; se abbiamo un minimo di testa, è facile dopo molti anni di esperienza riconoscere certe red flag e non siamo, non lo so, al bar, dove conosciamo un ragazzo e quella persona parla solo di sé e non ci fa una domanda, oppure è incoerente, dice una cosa e ne fa un’altra: red flag e andiamo via. Un po’ più difficile è capire quella che è l’anima gemella. Probabilmente è qualcosa che si costruisce nel tempo. Ci sono dei segnali che ci fanno stare sicuri, tranquilli, magari come ci guarda quella persona, le attenzioni che ci dà. Dopo quel periodo di idealizzazione si iniziano a vedere i difetti e quindi per mantenere una relazione ci vuole dell’impegno, e quindi magari non è che esiste ma la si può creare».