C'è stato un tempo in cui Miss Italia, il concorso di bellezza ideato nel 1946 da Dino Villani e poi portato al successo da Enzo Mirigliani, era uno degli appuntamenti più rilevanti dell'agenda televisiva italiana. Un po' com'è Sanremo oggi, dopo gli anni bui dei primi Duemila. Miss Italia era un evento, culturale oltre che televisivo, capace di incollare al piccolo schermo milioni di spettatori: guadagnarsi a suon di sfilate e danze il titolo di più bella d'Italia garantiva alle vincitrici e alle partecipanti - le più celebri sono Sophia Loren, Miriam Leone, Anna Valle, Cristina Chiabotto - un successo stratosferico, ingaggi, attenzione mediatica.

Da diversi anni il concorso è stato declassato a evento di serie B trasmesso solo in streaming, mal digerito dalle frange femministe e dalla sensibilità comune e poco gettonato tra le stesse potenziali concorrenti, con l'edizione del 2024 diventata un trend virale su Tik Tok in accezione totalmente negativa. Questa storia fatta di incredibili vette e di rovinose cadute è diventata oggetto di un documentario che si intitola Miss Italia non deve morire: è in streaming su Netflix dal 26 febbraio e racconta, per viva voce dei protagonisti e di Patrizia Mirigliani, madrina del concorso dalla scomparsa di suo padre, gli ostacoli che la kermesse ha dovuto incontrare negli ultimi 15 anni della sua vita.

Com'è Miss Italia non deve morire

Il documentario segue gli organizzatori del concorso dell'edizione 2023, quella che doveva essere della rivalsa (e del ritorno su canali Rai, casa televisiva della kermesse per decenni fino al 2012), con gli agenti regionali, cuore delle selezioni - le candidate scovate nei centri commerciali e nelle feste di piazza possono concorrere alla finalissima e provare a vincere il titolo - pronti a osteggiare la volontà della patron Mirigliani di svecchiare il concorso dando all'opinione pubblica ciò che vuole: inclusione e un nuovo ideale di bellezza. Ovvero una versione edulcorata di Miss Italia.

Se la vecchia guardia fatica a trovare un senso in questa nuova identità («Questa Miss Italia non la riconosco più nemmeno io», dice malinconica Mirigliani in una scena), la nuova prova a costruirsi un'immagine piacevole a colpi di "astag" (pronunciato proprio così: pure le concorrenti, tutte figlie di Tik Tok che sanno benissimo come si pronuncia la parola hashtag, a un certo punto si sono lasciate influenzare), balletti virali e cambi di passo che, negli ultimi anni, hanno via via eliminato il costume da bagno come divisa d'ordinanza delle miss e le prove di canto e ballo. Oggi a vincere, dicono gli organizzatori, è la personalità mescolata alla bellezza. E per ribadirci il concetto ci fanno seguire le selezioni di Aurora, una miss "atipica" per il concorso perché ama indossare le tute, ha i capelli corti e indossa gli occhiali da vista.

Il documentario ha un doppio effetto: è nostalgico, di quella retro-nostalgia che piace tanto ai Millennials e affascina le nuove generazioni, e allo stesso tempo estemporaneo: è chiaro e comprensibile quanto, per Mirigliani e il suo team di lavoro, sia importante mantenere in vita il concorso, ed è chiaro che tutte le loro azioni sono volte, se non a farlo tornare ai vecchi fasti, quanto meno a farlo sopravvivere in modo dignitoso. Ma oltre la bolla del concorso, oltre il micro-mondo che ancora Miss Italia rappresenta, il tutto diventa totalmente anacronistico: senza negare il valore culturale della kermesse soprattutto negli anni del Dopoguerra e poi fino agli Novanta, forse l'unica strada possibile è abbandonare l'idea di tornare a essere rilevanti con un format che, oggi, non ha più senso. Hanno ragione gli agenti della vecchia guardia a dire che questa nuova Miss Italia non è ciò che ricordano: è il riflesso forzato di ciò che dovrebbe essere e in quanto tale, non può funzionare.