Gabriela e Giuseppe si sono lasciati davvero? Dopo la terza puntata, i fan di Temptation Island hanno condiviso, commentato e messo like ai video sui social della coppia al falò di confronto e soprattutto hanno tifato per Gabriela mentre, dopo anni, finalmente si faceva valere e si riprendeva la sua libertà. Eppure il dubbio che non si tratti di una decisione definitiva ci è venuto fin da subito: lui ha detto che la ama ancora, lei piangendo ha ammesso che una parte di lei vorrebbe tornare indietro, ma che sa di dover scegliere se stessa. Poi sono arrivate anche delle indiscrezioni dal mondo social: c'è chi dice che i due si siano subito rimessi insieme fuori dallo show e, del resto, anche il conduttore Filippo Bisciglia ha anticipato che il loro «viaggio nei sentimenti» non è ancora finito. Ricordiamo che Gabriela sta con Giuseppe da quando aveva 12 anni: lui le proibiva persino di andare a comprare il pane da sola e, nel corso del programma, l'ha esasperata con le sue dichiarazioni e i suoi comportamenti fino al punto di rottura, alla rabbia e al tradimento di lei. Ma perché, anche quando sembra così chiaro che una storia vada chiusa, anche dopo tradimenti, vendette, cattiverie, insulti, è così difficile lasciarsi e andare avanti? Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Maria del Carmen Rostagno, psicologa ed esperta in Relazioni, Autostima e Dipendenze Emotive.

Come mai quando ci si lascia c’è spesso un momento in cui, nonostante tutto, una parte di noi vorrebbe tornare indietro?

«Di norma questo accade perché condividendo la vita con qualcuno iniziamo a creare un equilibrio interno, mi riferisco a un equilibrio neurofisiologico fatto di ormoni e neurotrasmettitori, e un equilibrio esterno, mi riferisco all'equilibrio che si crea nella condivisione e nell'assestamento della vita personale e di coppia. Quando questi equilibri si rompono, visto che il lasciarsi implica un cambiamento nello status quo, subentra nella persona un’estrema difficoltà nella gestione del lutto, perché si parla proprio di un lutto simbolico, che la fine della relazione comporta».

E questo ci spinge a voler disperatamente tornare sui nostri passi.

«La prima fase del lutto è la negazione e in tal senso il primo impatto è quello di negare l'evidenza, di cercare di tornare indietro, di non voler vedere tutte quelle dinamiche che ci hanno portato a pensare che la chiusura fosse la cosa migliore. In questo momento si ha paura di come potrebbe essere la propria vita senza l'altra persona anche se l'altra persona si rivela nociva. Subentrano un cocktail di ormoni e neurotrasmettitori, un misto di emozioni viscerali e sociali, quali paura e ansia, che ci fanno sentire la mancanza dell'altro come un evento altamente distruttivo e rischiano di portarci a pensare che non potremmo più vivere una vita serena e felice».

Abbiamo visto Gabriela arrabbiarsi, insultare Giuseppe, dire di essere pronta a una nuova vita senza di lui. Perché mai dovrebbe tornare a una relazione che, da quello che abbiamo potuto vedere, la opprime e la fa soffrire?

«Il rischio di ricaderci è alto perché Gabriela ha vissuto tutta la sua vita con questa persona e ha trascorso gli anni più importanti dello sviluppo con Giuseppe per cui questa ragazza non conosce se stessa e la vita senza di lui. Alla luce anche di tutte le rinunce fatte (amicizie, scuola, spazi personali, famiglia) il rischio è di non volerlo lasciare andare e, addirittura, di voler ricostruire e recuperare il rapporto al fine di dare un senso a tutto ciò che sa, pensa e sente di aver perso nel corso della sua vita».

La storia tra Gabriela e Giuseppe ci è stata presentata fin da subito come piena di divieti imposti da entrambi i lati. Le relazioni più turbolente e oppressive finiscono per essere le più difficili da chiudere?

«Questo genere di rapporto in cui si crede che l'altro sia di nostro possesso di norma è contraddistinto da violenza e abuso di vario tipo: psicologico, verbale, economico ecc. All'interno di un assetto così poco equilibrato si innescano delle dinamiche potentissime e pericolosissime dalle quali si rivela molto difficile uscire. Normalizzare certe situazioni, che già la nostra società patriarcale normalizza, come quella del proibire risulta disfunzionale e pericoloso».

Si possono superare tradimenti, vendette, rotture e sperare di costruire qualcosa di nuovo?

«Ci si può lavorare ma una relazione fatta di divieti, tradimenti, punizioni, scherni, svalutazioni e vendette è una relazione disfunzionale per cui lavorarci richiederà prima di tutto un lavoro personale da parte di entrambi i membri della coppia e successivamente un lavoro di coppia. Questo può avvenire solo nel tempo e tramite una previa separazione, quindi un lasciarsi. Questo spazio-tempo che si viene a creare attraverso questo lasciarsi favorirà uno stare con se stessi al fine di poter riflettere sulle proprie dinamiche, sulla propria autostima, sui propri modelli mentali in merito alle relazioni».

Che cosa può aiutare quando ci si lascia e si vuole rimanere saldi nella propria decisione di guardare avanti e decidere per il proprio bene?

«È importante avere chiare le cause che ci stanno portando alla chiusura della relazione. Se ho chiaro perché ti sto lasciando non significa che mi farà meno male ma che ho più possibilità di restare solida, salda alle mie decisioni. Qui subentra la tematica dell'autostima perché se io penso di non valere nulla senza di te, come potrei mai lasciarti? Molte persone poi cercano di sfuggire al dolore perché, diciamocelo, stare male ci fa paura, ma dobbiamo capire che nel dolore ci dobbiamo stare anche se non vogliamo perché altrimenti rischiamo di avviare ulteriori relazioni disfunzionali».