Ormai è tutto un "effetto nostalgia". Film, tv, non parliamo della moda. E quindi dopo dieci anni, quale miglior titolo per un grandissimo ritorno se non quello di Boris 4?

Per molti di noi, in realtà, l'attesa di rivedere e risentire nuovamente la sigla de Gli occhi del cuore si è consumata in breve tempo. Grazie a Netflix, e a quella paccottiglia di tempo libero causa pandemia, la serie ha ritrovato successo tra un pubblico nuovo e più giovane. E questo ha spinto i produttori a ragionare su un effettivo ritorno del programma. A dire la verità, questa volta, gli occhi del cuore non ci sono più. Non c'è nemmeno la rete. Gli anni passano, la tv si evolve e il modo migliore per avere successo è adeguarsi.

Prima di entrare nel merito però, bisogna immaginare la trama del nuovo meta prodotto che il meta team di Ferretti sta producendo. La sceneggiatura della nuova serie cammina lentamente sul confine con il blasfemo. Siamo intorno all’anno zero. La vita da raccontare è quella di Gesù, con qualche falso storico imposto dalla piattaforma che li ospita (Disney +). Per realizzare una buona serie occorre inclusione, educazione e una storia teen, ovvero quanto più lontano dal lavoro del regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino) e del suo cast. Ed ecco che improvvisamente un Gesù adolescente entra nella lotta armata e tra gli apostoli compaiono cinesi e africani. E poi c’è Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti) che a cinquant’anni si ostina a interpretare il protagonista di vent’anni più giovane.

Gli elementi principali sono tre: il cast, i mantra e la necessità di realizzare un prodotto di qualità. Per il primo sono tornati tutti. Letteralmente. Compreso Mariano (Corrado Guzzanti), che dopo la violenta fase spirituale è passato alla violenza vera e propria sposando la causa della legalizzazione delle armi. Alcuni di loro sono cresciuti, altri no. Corinna (Carolina Crescentini), ora signora La Rochelle, sembra essersi fatta più furba, e un po’ meno divertente. Mentre l’egocentrismo di Stanis, la coattaggine di Biascica, le inutili idee dei tre sceneggiatori e il politicamente scorretto di Duccio, fanno da collante tra questa stagione e quelle precedenti. Gli sceneggiatori rimangono gli stessi autori di quel “genio” e “f4, basito” che hanno fatto la storia. Uno dei tre però, Valerio Aprea, è presente solo come fantasma per omaggiare Mattia Torre (autore anche di Figli, 2020) scomparso nel 2019. Non l’unica perdita. La serie inizia con un funerale, atipico per una commedia come questa. È l’ultimo saluto del cast a Itala, interpretata da Roberta Fiorentini, morta nello stesso anno. Niente tristezza, si ride pure nel dolore.

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Francesca Fago//Netflix
Una scena da Boris 4

Il secondo elemento è rappresentato dai mantra. Tornano i “dai, dai, dai” e “apri tutto”. Ma soprattutto, si aggiunge “lo diamo” ovvero l’idea per cui se non puoi girare una scena, la fai dire a qualche passante. Un escamotage che incide sull’ultimo punto: la qualità. Prima la colpa per un prodotto non riuscito era la televisione. Solo il fatto di finire su un canale tra l’1 e il 3 indicava povertà di contenuti. Serie troppo lunghe per avere idee concrete e budget troppo debole per almeno una fotografia decente. Eppure, oggi, con l’arrivo delle nuove piattaforme la tendenza si è invertita. La Rai sforna contenuti come Doc o Mare fuori che piacciono così tanto da passare poi a Netflix, mentre le piattaforme si lasciano attrarre da contenuti “all’italiana”, come direbbe Stanis, pur di pubblicare una decina di titoli nuovi a settimana.

Battute e comportamento politicamente scorretto sono ciò che hanno garantito il successo di Boris in passato e che decreteranno quello di questa stagione. Per quanto ci imponiamo di inserire elementi corretti, socialmente accettati e mentalmente evoluti, la verità è che è quella la verità. Dodici anni fa Boris svelava i lati oscuri della Rai, senza mai citarla apertamente, una realtà fatta di episodi girati a ruota in tendoni fuori Cinecittà e con quattro soldi. Oggi discute il mondo delle piattaforme, che una settimana prima funzionano i vampiri, la settimana dopo si punta sulle serie coreane. “Ma ce se po parla’ co sto algoritmo?”, è lui che comanda.

Tutto è in continua a trasformazione, tutti hanno idee su idee ma per svilupparle serve il “lock”, l’okay dell’algoritmo, ed ecco che alcuni di quei titoli pur di accontentare tutti, mettono insieme elementi che non possono coesistere e che creano l’ennesima serie adolescenziale di cliché, come quella con Gesù adolescente che entra nella lotta armata pur di avere un teen drama che piace tanto al pubblico. E forse questa volta l’algoritmo, quello vero di Disney+, ha capito che per quanto spavalda, una serie come quella di Boris serve per farci tornare alla realtà, o almeno strapparci una sana, politicamente scorretta ma comunque amarissima, risata.