Le "pare" in cui ci si può imbattere nel corso di una vita sono parecchie, difficilmente riassumibili e decisamente soggettive. Complicato, insomma, tracciarne un contorno che sia uguale per tutti. Sono quelle piccole e grandi paranoie, paure e ansie legate al modo in cui ci si vede e a quello in cui presumiamo ci vedano gli altri che possono anche ingigantirsi fino a diventare troppo grandi per essere affrontate da sole. Con buona pace dell'equilibrio mentale, ovviamente. Per il suo esordio creativo come podcaster Alessia Lanza, regina di TikTok e content creator tra le più amate e seguite d'Italia, ha scelto come filo rosso dei 10 episodi della prima stagione proprio le "Mille Pare", le sue e quelle degli ascoltatori che senz'altro si riconosceranno nelle sue parole e nei vorticosi giri della sua mente. Un tema che «l'ha messa alla prova», anche se ne valeva la pena, pur di raccontare che non si è mai soli a combattere certe guerre.

Il percorso di Alessia è iniziato il 9 marzo su OnePodcast e su tutte le principali piattaforme di streaming audio (i nuovi episodi escono il giovedì). Negli episodi affronta temi disparati: l'ansia sociale, la difficoltà del coming out, il timore di iniziare un percorso con una terapeuta e la paura di non riuscire a scegliere il professionista giusto. E poi ancora l'hating online, la dipendenza affettiva e da social, la separazione dei genitori, la paura del domani. Col supporto della psicologa Samantha Vitali, Alessia va a caccia di un antidoto per esorcizzare le sue fragilità e, di riflesso, quelle dei suoi coetanei. Il risultato è un crescendo brillante e onesto di riflessioni su chi siamo e chi vorremmo essere. Ne abbiamo parlato con Alessia, che ci ha raccontato come ha affrontato gli argomenti più complessi del podcast e come si prende cura della sua salute psicologica.

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Luca Cattoretti
Alessia Lanza nella cover del suo podcast Mille Pare Cr. Federico Laddaga

Alessia, delle tue “mille pare” ci racconti qual è quella che ti ha dato più filo da torcere in questi ultimi anni?

«Il non sentirmi mai abbastanza o all’altezza rispetto agli altri. Il mio è un lavoro molto competitivo, che ti porta spesso a fare paragoni. Certo, la terapia è fondamentale, ma la vera spinta viene da dentro, per cambiare prospettiva devi metterci tanto di tuo. Aiuta trovare uno psicologo bravo, ma per seguire i suoi consigli e affinare gli strumenti che ti dà in seduta ci vuole parecchia forza. Nel mio caso, mi ha aiutato tanto la scrittura: appuntavo nelle note del telefono ciò che mi faceva stare male e poi ne discutevamo insieme in seduta. Un trucco che mi ha aiutata tanto a capire come rapportarmi con le persone».

Com’è nata l’idea del podcast?

«Sono sempre stata molto aperta su questo tema, quindi non è mai stato un problema parlare di benessere mentale, anzi, il discuterne fa parte della mia terapia. Parlarne tutti i giorni mi aiuta davvero, è un modo per normalizzare le paure. Col podcast, inoltre, provo a farmi conoscere in un modo totalmente inedito: c'è solo la mia voce, le cose che penso, il mio aspetto non è al centro della scena. La considero un po' una costola del mio libro Non è come sembra (2022, Mondadori)».

Quanto c'è di te e della tua vita in "Mille pare"?

«Tanti degli argomenti che ho trattato negli episodi mi riguardano in prima persona, altri li abbiamo integrati anche se non li ho vissuti personalmente, ad esempio la puntata su come affrontare la separazione dei propri genitori. Ci tenevo ad ampliare gli argomenti per permettere a più persone di riconoscersi».

Qual è il tema che è stato più liberatorio affrontare a livello personale?

«L'episodio in cui parliamo del "Troio", quando mi chiedo perché non esiste il corrispettivo della parola tr*a nell'universo maschile. Essendo il mio primo podcast non sempre uso un lessico specialistico, mi lascio andare spesso all'emozione e all'energia che mi trasferisce l'argomento. E con questo tema ho sentito davvero una carica fortissima, mi mancava quasi il fiato per tutte le cose che sentivo di dover dire».

E quello più complicato?

«Senz'altro quello sulla dipendenza affettiva, è stata davvero dura per me è parlarne. Avere la dottoressa Samantha Vitali accanto è stato utilissimo in un sacco di casi, mi ha accompagnata in questo viaggio senza mai mettermi sotto pressione. Parlare di temi complessi da un punto di vista emotivo non è mai stato un obbligo, l'obiettivo è sempre stato quello di aiutare tutti quelli che hanno vissuto situazioni simili».

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Instagram
Alessia LanzaCr. Courtesy

Il podcast è tra i più ascoltati di Spotify, segno che il tema ha colto nel segno. Quali sono state le reazioni del tuo pubblico?

«Ho ricevuto un sacco di bellissimi messaggi dalla mia community ma anche da quella di addetti ai lavori e colleghi content creators. Il messaggio più bello è quello di una persona che mi ha detto di essersi commossa ascoltando l’episodio dedicato all'ansia, mi ha detto che l'ha fatta sentire meno sola».

Quali sono i vantaggi e i rischi di esporre temi così delicati sui social?

«La cosa bella sta proprio nel potere della condivisione, nella possibilità di confrontarci con persone che hanno vissuto gli stessi problemi o affrontato momenti simili: mi dà l'idea di un grande supporto virtuale. Tra i rischi, c'è quello di idealizzare alcuni argomenti: ne parliamo nell'episodio sulle relazioni tossiche, spesso romanticizzate. E anche quello di prendere per oro colato le opinioni di persone che non sono in realtà qualificate per parlare di certi argomenti: sui social ci sono un sacco di divulgatori bravi, proprio come la dottoressa Vitali, ma non sempre è facile individuarli».