Diana Spencer, venticinque anni fa, della razza di quelle che trovano il modo di non andarsene mai. Venticinque anni. Quel trentuno agosto novantasette i telegiornali mostravano una Mercedes accartocciata, una galleria di Parigi di notte. Gli aggiornamenti durarono poco: la principessa è stata trasportata in ospedale, non ce l’ha fatta. Poi le indagini, i complotti sulle indagini, Camilla che diventa la moglie di Carlo, il tempo che passa, il campionato Meghan contro Kate per il rimpiazzo.

L’ultima di Meghan si trova nell’intervista per The Cut, la rivista del New York Magazine, riferisce che le sue nozze con Harry, nel 2018, furono celebrate per le strade sudafricane proprio come quando Mandela fu liberato dalla prigione.

Mandela. Ci vuole coraggio. E Meghan ce l’ha, altro che povera creatura.

Diana invece pareva uscita da una favoletta triste di Andersen.

La madre se ne va di casa quando ha sei anni. Andrew Morton, quando si occupò di mettere insieme i pezzi delle registrazioni, la racconta seduta sui gradini di casa, a sei anni, ad aspettare che tornasse la mamma. Ogni pomeriggio.

«Io generalmente mi sentivo infelice e molto distaccata da tutti. Ricordo che a quattordici anni pensavo di non essere brava in niente, una frana completa. Era sempre mio fratello quello che brillava a scuola, e io quella che non ce la faceva. Abbiamo cambiato talmente tante bambinaie! Nostro padre era un bell’uomo divorziato, e su alcune esercitava una forte attrattiva. La nostra impressione era che certe bambinaie accettassero l’incarico più per sedurre lui che per badare a noi. A quelle che non ci piacevano, mio fratello e io conficcavamo degli spilli nella poltrona e scaraventavamo i vestiti fuori dalla finestra. Le vedevamo sempre come una minaccia perché cercavano di prendere il posto della mamma».

Diventerai, è chiaro, il tipo di persona sensibilissima all’amore, dipendente dalle attenzioni, destinata per forza ad andare in pezzi. Con qualsiasi Carlo.

Il giorno del tour stampa del fidanzamento, in una gelida intervista prematrimoniale chiedono a Carlo del loro futuro, se sono innamorati. Lui risponde “sì, qualunque cosa significhi amore”. Tutto qui, il futuro.

Qualunque cosa significhi amore. Quel matrimonio finisce prima ancora di cominciare, lampante in mondovisione per chiunque. Prima di chiunque, a lei.

E lì fu l’esordio di Diana per noi, per il pubblico. Abbassa lievemente la testa e si materializza quel sorriso azzurro e triste che poi s’è fatto marchio. Quella è la rivelazione, quello il momento. Il marito non l’amerà mai, ma l’ameranno per sempre tutti gli altri.

Diana è servita alle eredi, alle future principesse. Kate Middleton s’è infilata l’anello di zaffiro della madre del marito e poi s’è fatta militare: sorriso d’acciaio, poca moda e silenzio cortese. A volte non sa di niente, ma piace alla regina. Meghan s’è procurata un veloce scisma, ha preso il malloppo - marito e figlio - ed è andata a far soldi altrove, dove diceva lei, in America, a casa. Ora - oltre che imprenditrice - è pure vittima certificata, martire e Nelson Mandela.

Ecco il legato. Dopo Diana, tutte hanno capito cosa fare e sanno pure bene come farlo. Tutte vogliono essere lei ma non troppo. Due ragazze adatte allo scopo, qualunque cosa significhi “avere uno scopo”.

Diana ha lasciato più mito che domande. Tutti raccontano la storia che conoscono, di Diana, senza far di conto. Aveva poco più di trent’anni, quando è morta. Quella è l’età in cui cominci a capire qualcosa di te, il prima è fatto per sbagliare. Diana, chi sarebbe diventata, quindi chi era, non lo sapremo mai.