«Ho combattuto a lungo, passando da un locale all’altro, cercando di costruire qualcosa nel tentativo di impormi, ora la stanchezza è l’ultimo dei miei pensieri, perché fino a che avrò la possibilità darò gas». Un grande autore, come Ermal Meta, lo riconosci anche dal modo in cui decide cosa condividere di sé. L’artista di origini albanesi infatti, capace di scrivere, tra gli altri, per Emma, Patty Pravo, Annalisa, si è confermato da protagonista assoluto anche al recente Giffoni Film Festival, raccontandosi senza filtri. Instancabile e appassionato, come il tour che sta portando in giro legato al disco Non abbiamo armi, nel quale risuona ovviamente, Non mi avete fatto niente, la canzone dell’ultimo Festival di Sanremo, vinto insieme a Fabrizio Moro.
Qual è il tuo approccio nel momento in cui prepari un disco?
"La regola è sempre quella, buona la prima, registro al massimo due/tre volte una canzone. Lascio tutte le imperfezioni, le emotività, è un momento di vita, una sorta di fotografia tridimensionale a cui tengo, per questo non correggo, lascio così com’è, i dischi li puoi registrare e c’è sempre un asso nella manica, ma nei live sei tu, non puoi barare. Il giorno dopo è pensato, il giorno è prima sentito".
Non c’è un concerto che ti è rimasto più in testa?
"L’esibizione al Forum di Assago forse, la prima data, ero terrorizzato nel vedere diecimila persone accorrere a sentirmi, con un pubblico così ti vengono le paranoie, c’era la paura di deludere. Invece è stato pazzesco".
Tu provieni da una gavetta diciamo “vecchio stile”, senza social e talent, come rivedi i tuoi inizi?
"A 4 anni misi gli occhi su un pianoforte, ero in una sala registrazione per orchestra, mia mamma suonava lì, ricordo l’aria di Tchaikovsky, suonai i tasti scoperti, interrompendo mentre registravano, lì è nata una grande storia d’amore. Crescendo poi, a 16, sperimentavo qualsiasi cosa, rock, punk, metal, i capelli lunghi, così come l’università in lingue, mi manca solo un esame, diciamo che sono nato fuori corso". (ride, ndr).
Quando hai capito poi di avercela fatta?
"Il successo lo tocchi se fai felici gli altri. In principio componevo per altri cantanti, però li snobbavo un po’, forse anche per ignoranza, ma mentre scrivevo allora non mi emozionavo, ci vivevo certo e continuavo a coltivare il sogno di emergere. Una mattina però mi sono svegliato e ho capito che c’era qualcosa che non funzionava, dovevo fare qualcosa, suonare per me stesso, pensando che quei testi li avrei dovuti cantare io".
E se oggi dovessi tornare indietro con una macchina del tempo che consiglio ti daresti?
"Di non prestare troppo ascolto a chi dice che non ce l’avrei fatta".
Spesso nei tuoi testi ricorrono temi sociali, che messaggio vuoi dare?
"Che il mondo non è nostro, e bisogna che le nuove generazioni siano più coscienti e istruiti, la cultura porta alla bellezza, che contiene rispetto e conoscenza, dipende da ognuno di noi. Secondo me la cosa importante non è la musica, ma come la si fa, i contenuti, io non ci penso, quello che sento scrivo, con semplicità".
A proposito, quali sono i gruppi che non possono mancare nella tua playlist?
"Tanti, sicuramente ci sono Beatles e soprattutto i Radiohead".
Col cinema invece che rapporto hai?
"Da grande appassionato mi piacerebbe potermi misurare, magari scrivendo proprio una colonna sonora. Il mio film preferito? Nessun dubbio, Le ali della libertà".
Ma se non avessi intrapreso questa strada, dove ti saresti visto?
"La musica è stata un chiodo fisso, studiavo per fare l’interprete, sarei potuto andare a Bruxelles, lavorando per la Comunità Europea, magari, chissà, avrei fatto bene" (sorride, ndr).














