Capita che una storia finisca e capita anche che si senta il bisogno di dimenticare ogni dettaglio di quella relazione per poter ricominciare. Facile è farlo con i segni tangibili, regali, vestiti, foto, un po' meno con le emozioni. Ma da qualche parte si deve pure iniziare. Deve aver pensato questo la fidanzata di Blanco, Giulia Lisioli, che a cavallo della news della loro rottura (non ancora confermata ufficialmente) ha scelto di lanciare un segnale dal grande valore simbolico in un'epoca in cui le storie sono validate da like, status e update. Ha epurato il suo profilo Instagram dalle foto con il suo presunto ex, iniziando quel processo di cancellazione digitale che manda nell'oblio anche le storie più resistenti. Ma poi è davvero così? E perché la prima reazione, quando mettiamo la parola fine a un amore o ad un'amicizia, è manipolare ogni prova che quella storia sia mai stata vissuta? Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta Alessia Romanazzi, che ci ha spiegato cosa si nasconde alla base di questo processo epurativo.

Separarsi

«Ci sono alcuni bambini» ci ha detto la terapeuta «che, quando si separano dai genitori, soffrono moltissimo il distacco tanto da piangere in maniera inconsolabile. Poi però, al momento del riavvicinamento non manifestano la gioia che tutti si aspetterebbero ma si mostrano rabbiosi nei loro confronti». Si chiama attaccamento insicuro-ambivalente, una modalità che spesso trasciniamo nella vita adulta. «La separazione è intollerabile, c’è un dispiacere inconsolabile, ma accanto monta una rabbia che ha l’obiettivo di far sentire l'Altro allo stesso modo: cancellato, rifiutato, non importante». È un modo, in genere un po’ disfunzionale, aggiunge la terapeuta, per gestire la disperazione data dalla separazione (che in questo caso viene vissuta come abbandono).

Distruggere le prove dell'amore

Quando parliamo di mandare nell'oblio una relazione distruggendo ogni segno di quella storia ovviamente non parliamo solo di prove tangibili: nell’epoca social la sua stessa esistenza è validata dal fatto che la si descrive, la si racconta, la si vive online. Più che conoscere i rispettivi amici o fare progetti insieme, in certi casi è il Facebook Official, ovvero l'annuncio sui social che quella storia è nata ed esiste, a decretarne la veridicità. E, per contro, la sua fine.

«I social possono avere la funzione di megafono, anzi di apparente amplificatore: se la mia reazione è pubblica appare più forte, è come se sbattessi molto forte la porta. Anzi, vista che l’ha chiusa l’Altro, io la riapro e gliela risbatto in faccia». Spesso ci si sente impotenti perché non si ha più modo di comunicare: gridare quel dolore in un megafono social dà l'impressione che quel messaggio possa davvero avere la possibilità di essere recapitato. «In altri casi, si usa il social come una sorta di avatar: creo l’immagine ideale, ciò che vorrei essere e sento di dover essere (individualmente e in coppia)».

Essere sui social, in coppia o da soli

Ognuno di noi costruisce una narrazione di sé, delle proprie relazioni e del mondo che lo circonda, ci ha detto la psicoterapeuta Romanazzi. «In alcuni casi è una narrazione autentica, magari non veritiera in toto, ma rappresentativa delle proprie emozioni; in altri casi è una narrazione difensiva. Ci sono dei casi in cui i social possono aiutare a creare un’immagine pubblica di Sé più solida, bella, forte, socialmente accettabile di ciò che sentiamo di essere». Per la dottoressa una delle fonti possibili di questo meccanismo difensivo potrebbe essere la sfiducia che abbiamo in noi stessi: più forte e perfetta è l’immagine che vogliamo mostrare al mondo, più i social fanno da toppa sui nostri difetti (o ciò che viviamo come difetti). «Allo stesso tempo, quella toppa diventa una tuta mimetica, che nasconde ciò che siamo veramente e ci fa sentire profondamente sbagliati. Via, quindi, con il circolo vizioso: devo nascondermi meglio. E così con la chiusura delle relazioni: mi mostro forte, dimostro di non aver paura e di non aver bisogno di te e ti cancello, forse proprio quando sento che ne avrei più bisogno».

Il bisogno di specchiarsi nell'Altro

Fragilità, bisogno di mostrarsi come si vorrebbe essere, incomunicabilità e necessità di dare una forma al dolore della separazione sono dunque alla base di un comportamento che regala un sollievo, magari non a lungo termine, ma senz'altro immediato.

«Il mondo esterno ha la sua importanza nei momenti di difficoltà e di sofferenza, ma quello di cui abbiamo davvero bisogno sono due occhi in cui rispecchiarci, occhi in cui sentire che il nostro dolore viene accolto e braccia capaci di cullare il nostro stato d’animo», ci ha detto l'esperta. «Ci affidiamo ai social pensando di trovare molti sguardi, ma in realtà sono un po’ vuoti, danno forse una soddisfazione momentanea». Uno a cui appoggiarsi serve sempre, ma va scelto qualcuno che ci veda per ciò che siamo e non come gli avatar in cui ci siamo noi stessi, spesso infelicemente, ingabbiati.

Cosa serve, allora, per uscire da questo loop che non genera né oblio né serenità, ma anestetizza solo per un poco il dolore di una rottura? «Tanto lavoro su di sé, sulla capacità di capire che una separazione fa male e richiede il suo tempo, occorre passare in mezzo al dolore e poterlo vivere per davvero al fine di tornare a stare meglio». Secondo la psicoterapeuta Alessia Romanazzi è fondamentale partire dall'idea che «una separazione non è un rifiuto alla nostra persona, non ci rende meno amabili o poco degni di essere amati. Significa solo che per quella persona non andiamo più bene». Il dolore è giusto, il dolore fluisce: accettarlo è l'unico modo per potergli dare, un giorno, una forma nuova.