In uno dei video più belli che mai la moda abbia regalato a Internet, Rick Owens accompagna un editor di Vogue attraverso una visita della propria casa, mostrando agli spettatori ora una sedia futurista disegnata da Giacomo Balla, ora un sarcofago proveniente direttamente dall’Antico Egitto. La mia parte preferita dell’home tour arriva però quando i due si soffermano di fronte a un’anta in legno. «Questo è il mio guardaroba», dice Owens mentre apre l’armadio e ne svela il contenuto: un piccolo stock di t-shirt, un piccolo stock di pantaloni, come lui stesso li descrive, tutti neri, tutti abbastanza uguali. «Mi piace prendere una decisione e mantenerla con coerenza. Quando scelgo un outfit, lo tengo uguale per circa due anni». L’intervista a Owens risale al 2022 e, da allora, di “capsule wardrobe”, di “decluttering”, di Marie Kondo, se n’è sentito parlare in tutte le salse. E per chi ancora non fosse preparato sull’argomento, mi riferisco a quella buona pratica di mantenere il proprio guardaroba il più minimalista possibile, comprando pochissimi capi di ottima qualità e preferibilmente di seconda mano, privilegiando un’estetica senza tempo a quelle dettate da trend passeggeri, indossando gli stessi abiti spesso ma combinandoli in accostamenti diversi cosicché risultino perfetti ma mai uguali. Davvero, molto più semplice a dirsi che a farsi, almeno per me. E mentre sui social influencer e stylist si offrono di supportarci sotto lauta ricompensa in questa ardua impresa, i media parlano di un’apparente morte del “personal style”, a partire dall’accurata riflessione pubblicata in un video saggio di un’ora sul suo canale Youtube da Mina Le, e di una placida arresa alla basic bitch che è un po’ in tutti noi, come ammette di voler fare in prima persona Mahoro Seward su Vogue Uk.

an individual speaking on a red microphone in a cozy living spacepinterest
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Frame da un video Youtube di Mina Le
person in a striped shirt in a wardrobe settingpinterest
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Frame da un video Youtube di Emma Chamberlain

Dal canto mio, so quanto problematico sia avere così tanti vestiti da non saper più dove metterli, e so che lo è su moltissimi livelli, dalla mia salute mentale a quella del Pianeta Terra. E così, ho iniziato un lento e sofferto processo di decluttering, mi sono scaricata Vinted e ho iniziato a vendere i miei vestiti. Il problema è che poi, anziché tenermi i soldi, li ho reinvestiti in nuovi acquisti, mentre mi ripetevo: «no tendenze, sì capi senza tempo e di alta qualità». Risultato, in un mese ho acquistato tre paia di decolleté, tutte bellissime, tutte diverse, tutte di ottima qualità, Miu Miu, Gucci e Sergio Rossi. Il che non corrisponde esattamente alla filosofi a del maestro Owens. Io i tacchi quasi manco li metto. Piccola dipendenza per le scarpe a parte, negli ultimi anni ho assistito a un continuo cambio del mio corpo. Sono ingrassata, poi sono dimagrita, a volte le mie taglie cambiano da una settimana all’altra. A volte mi va di indossare abiti molto attillati e sensuali, a volte mi vesto come Billie Eilish. Ho il privilegio di poter investire su capi non accessibili a molti, è vero. Ma mi annoia il nero e mi annoia l’idea di indossare un’uniforme. E per questo ammetto di essermi sentita piuttosto in colpa. Poi Emma Chamberlain ha pubblicato un video su Youtube dal titolo “Mi sbarazzo di (quasi) ogni cosa” in cui, prima di iniziare a eliminare vestiti per più di un’ora dalla sua gigantesca cabina armadio, fa un disclaimer: «Continuo ad avere moltissime cose, non è che ho raggiunto un’uniforme, ma rispetto a quello che avevo prima, questo è niente». E ho tirato un sospiro di sollievo. È ovvio, io non sono famosa come Chamberlain e il valore qualitativo e quantitativo del mio guardaroba non è neanche lontanamente paragonabile al suo. Però una cosa in comune io e la youtuber californiana l’abbiamo: entrambe ci abbiamo provato, entrambe non ci siamo riuscite del tutto. Siamo consapevoli di cosa sbagliamo e siamo determinate a rendere l’approccio ai nostri vestiti sempre più sostenibile, anche se questo è sfidante. Il nostro non è il guardaroba perfetto, ma ciò che conta forse è che sia meglio di ieri. E che domani lo sarà ancora di più.