Nel tempo in cui viviamo l’esperienza di fruizione dei contenuti multimediali sembra essersi assottigliata, fino a diventare semplice sottofondo. Cuciniamo con in sottofondo le serie tv, facciamo la spesa con le cuffiette collegate al telefono, peggio di tutto, scrolliamo Instagram mentre guardiamo i film. Almeno per quanto riguarda la musica, il progetto 40Hz prova a restituirle una funzione più profonda, quasi primaria. L'intento non è solo produrre suono, ma interrogarsi su cosa il suono faccia realmente a chi lo ascolta. È da questa domanda che nasce la Fase 2 del progetto, coordinato da Francesco Piccolomini Bandini: un passaggio che segna una maturazione, più che una semplice prosecuzione. La prima fase aveva già dimostrato la solidità di un impianto che unisce pratica artistica e osservazione neuroscientifica, nella seconda l’obiettivo diventa comprendere, isolare, verificare. In altre parole, trasformare l’esperienza musicale in un campo di indagine rigoroso, senza però svuotarla della sua dimensione sensibile. È qui che il progetto trova la sua natura più interessante, in quell’equilibrio instabile tra laboratorio e studio di registrazione, tra dato e percezione.
Quando la ricerca diventa relazione
A rafforzare questo passaggio interviene anche un’evoluzione significativa dell’impianto scientifico. La Fase 2 si apre infatti a una collaborazione strutturata con l’Università di Pavia, che contribuisce alla definizione dei protocolli sperimentali e all’analisi dei dati, ampliando la portata della ricerca. In dialogo con il team scientifico guidato dai neuroscienziati Sasha D’Ambrosio e Thiago Leiros Costa, il progetto prova a mettere in relazione esperienza soggettiva e misurazione, costruendo un terreno comune tra percezione e dato. Si tratta di misurare risposte individuali, ricercando però dinamiche più complesse, come la sincronizzazione cerebrale tra individui, fino ad arrivare allo studio della relazione genitore-bambino attraverso tecniche avanzate di hyperscanning EEG. Un’estensione che sposta il progetto oltre il perimetro artistico, verso implicazioni sociali, relazionali e culturali.
È possibile misurare l'emozione della musica?
Le frequenze intorno ai 40Hz, già al centro di ricerche internazionali, diventano il punto di accesso a una domanda più ampia: è possibile che specifiche condizioni sonore influenzino in modo misurabile stati cognitivi ed emotivi? I risultati raccolti nella Fase 1 - tra questionari e rilevazioni EEG - suggeriscono di sì, mostrando variazioni significative in termini di attenzione, immersione e benessere percepito. Ma è proprio questa evidenza a richiedere un approfondimento: capire se si tratta di suggestione, contesto o reale effetto fisiologico. La Fase 2 nasce dunque con un’impostazione più strutturata e scientifica, con condizioni di controllo, analisi comparative e misurazioni calibrate. Elementi che appartengono, appunto, alla ricerca scientifica più che alla produzione artistica, e che qui vengono integrati senza gerarchie. Non è la scienza a “validare” l’arte, né l’arte a illustrare la scienza: entrambe diventano strumenti per indagare un territorio comune, quello dell’esperienza.
E il ruolo degli artisti?
In questo scenario, il ruolo degli artisti cambia. Non sono più soltanto autori, ma parte attiva di un processo di ricerca. Anche la direzione artistica - affidata a IDRA (Francesca Pavesi) e Brail (Iacopo Sinigaglia) - si muove in questa direzione, lavorando a stretto contatto con i musicisti per integrare ricerca sonora e protocollo sperimentale. Le residenze previste dall’Open Call 2026 non chiedono semplicemente di creare, ma di confrontarsi con vincoli, strumenti e protocolli. Integrare le sub-frequenze, dialogare con un team scientifico, produrre materiali utili alla raccolta dati: sono tutte pratiche che ridefiniscono il perimetro stesso della produzione musicale. C’è, in tutto questo, anche una questione culturale più ampia. In un’epoca dominata dalla fruizione rapida e dalla sovrabbondanza sonora, 40Hz propone una forma di ascolto intenzionale, quasi disciplinato. Non un consumo, ma un’esperienza, in una relazione attiva tra corpo, mente e ambiente sonoro. Forse è proprio qui che il progetto trova la sua rilevanza più urgente, non tanto nei significativi risultati quanto nel metodo. Nel tentativo di costruire uno spazio in cui arte e scienza non si limitano a convivere, ma si mettono reciprocamente in discussione. Un luogo in cui ascoltare torna a essere un atto complesso, e per questo, finalmente, necessario.












